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Mappa Campania

Informazioni generali
La Regione Campania è una delle 20 regioni dell'Italia.
E' convenzionalmente classificata come appartenente all'Italia Meridionale.
Divisione Amministrativa
E' divisa amministrativamente in 5 provincie: Provincia di Avellino, Provincia di Benevento, Provincia di Caserta, Provincia di Napoli, Provincia di Salerno
Territori
Oltre la divisione amministrativa, la Regione Campania comprende i seguenti territori: Costiera Amalfitana
L'intera regione ospita circa 5701931 abitanti.
Città capoluogo di regione: Napoli.

Il Territorio
Il Cilento: Territorio da conoscere
Baia Trentova (Leggi)
Fondali Marini di Palinuro (Leggi)
Capo_Palinuro (Leggi)
Santa_Maria_Castellabate (Leggi)
Il Cacioricotta (Leggi)
Tramonto_su_Capo_Palinuro (Leggi)
Camerota_Cala_Bianca (Leggi)
Roscigno_Vecchia (Leggi)
Valeriana
Borgo_San_Severino (Leggi)
Casalvelino_Panorama (Leggi)
Cicloturismo nel Cilento (Leggi)
Trekking nel Cilento (Leggi)
Maratea: Il Cristo Redentore (Leggi)
Strada_costiera_Sapri (Leggi)
Museo Lucano (Leggi)
Velia_Vasellame (Leggi)
Golfo_Policastro (Leggi)
Scario_San_Giovanni_a_Piro (Leggi)
Porto_Scario (Leggi)
Profilo_al_tramonto
Velia_gli_scavi (Leggi)
Torre_di_Velia (Leggi)
Scavi di Velia: Anfiteatro (Leggi)
Cala_Arconte_Camerota (Leggi)
Monte_Gelbison_Monolito_granitico (Leggi)
Valle del Vesalo (Leggi)
Volcei_Buccino (Leggi)
Certosa Padula: Scala Elicoidale (Leggi)
Vibonati_Chiesa_Annunziata (Leggi)
Vicolo di Castellabate (Leggi)
Castello dell
Buccino (Volcei)-Castello baronale (Leggi)
Il Cilento occupa un territorio che inizia a 50 Km a Sud di Salerno ed arriva sino ai confini della Costa Lucana (Maratea); in questo splendido territorio, trovasi altresì il Parco Nazionale del Cilento che per dimensioni è il secondo in Italia. Il Cilento è in grado di ospitare diverse tipologie di flussi turistici, perché diverse sono le opportunità che il turista può trovarsi a vivere nel nostro territorio:
• Balneare: grazie alle spiagge pure ed incontaminate della Costa Cilentana con località insignite sia di Bandiere Blu che di Vele Blu di Legambiente. Spiagge che possono avere caratteristiche sabbiose o rocciose a seconda dei gusti e delle località ( Camerota, Palinuro, Acciaroli, Pioppi, Golfo di Policastro)
• Turismo Enogastronomico: per chi ama il piacere della buona tavola fatta di prodotti tipici locali, serviti in piccole aziende turistiche, o in piccoli centri rurali dove le tradizioni culinarie permangono inalterate negli anni. Corsi di cucina Mediterranea •
Trekking: per chi ama le passeggiate lunghi pendii e sentieri naturali, a diretto contatto con la lussureggiante vegetazione mediterranea;
• Tour Culturali: per chi ama conoscere località dal valore storico inestimabile è possibile raggiungere con un breve viaggio la celebre Pompei, mentre nel Cilento si trovano località come Paestum, Velia e Padula e numerosi piccoli centri medioevali (S. Severino, Rossigno vecchia), nonché resti della cultura preistorica.
• Turismo ecologico: Escursioni nelle oasi naturali del WWF (Morigerati, Persano)
• Grotte Terrestri: Visita alle grotte naturali di Castelcivita, Pertosa, Morigerati.
• Grotte Marine: Visita delle favolose grotte di Palinuro e Marina di Camerota
• Borghi Antichi: Visita di antichi borghi medioevali con le loro torri di avvistamento e la serenità che solo i vicoli che li attraversano, possono trasmetterci; visita degli antichi borghi di S. Severino e di Roscigno.
• Eventi: Partecipazioni a sagre ed ad eventi socio-culturali che si tengono in diversi periodi dell'anno.
• Diving: per gli amanti del mondo sommerso. Stupendi fondali da esplorare e fotografare. Possibilità di frequentare corsi specialistici per il conseguimento del brevetto da sub.
Se amate il turismo che offra relax e lasci dentro piacevoli sensazioni e profonde emozioni, il Cilento soddisferà tali desideri.



Cilento: Un'emozione da vivere
Il Cilento: un’emozione da vivere!
E’ difficile trovare un territorio la cui storia antica si fonda così mirabilmente con uno degli aspetti più moderni della vita contemporanea, il turismo, sino a trasformarlo in una esperienza unica per chi ha la fortuna di viverla.
Questo territorio si chiama Cilento!
Esso si estende dalla Piana di Paestum sino al Golfo di Sapri, con una morfologia del territorio che partendo dalle alte vette montane discende sino alle coste frastagliate.
Il mare che accarezza le nostre coste racchiude in sé fondali in cui si possono ammirare forme di vita marina protette nei Parchi marini e che emozionano coloro che hanno la fortuna di poterli visitare e fotografare .
In questo territorio vive la nostra storia con resti e vestigia provenienti dall’era preistorica sino ad arrivare alla nostra storia più recente.
Località come Paestum, Velia, Roscigno Vecchia, il Borgo antico di S. Severino di Centola, la Costa di Palinuro e Camerota con le Torri saracene, e tante altre ancora, trasudano in ogni pietra, in ogni angolo, segni della nostra vita passata, delle nostre origini.
Il turista che frequenterà il Cilento, avrà la fortuna di non vivere la solita vacanza spesso vuota di contenuti, ma andrà via con l’emozione di aver scoperto qualcosa che non si aspettava di trovare tutto insieme in un solo territorio.
Il Cilento, lascia a chi lo frequenta con il rispetto dovuto alle cose belle, l’emozione delle nuove scoperte, lo stupore per un senso di ospitalità innato nella gente del Cilento, la certezza che ritornandovi tante altre volte riuscirà sempre a scoprire nuove emozioni, a vivere nuove sensazioni, nella serenità che questi luoghi trasmettono.
Il Cilento racchiude in sé il Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano che per estensione è il secondo in Italia e rappresenta il modo migliore per la protezione di flora e fauna terrestre tipiche di queste zone.
Per gli amanti dell’escursionismo il Parco rappresenta un paradiso da scoprire partendo dalle coste per arrivare sino al Monte Cervati (mt 1900 circa) in un susseguirsi di paesaggi mutevoli per flora e fauna in esso racchiusi: in un susseguirsi di colori e profumi si passa dalla flora tipicamente mediterranea a quella caratteristica delle alte vette montane, dai passeri alle aquile reali, dalle lucertole ai cervi.
Il Cilento ha visto passare tante etnie sul suo terreno ed ognuna di esse ha lasciato qualcosa nelle popolazioni locali: oggi i residui di questo arcobaleno di culture si possono ritrovare nei piccoli centri medioevali arroccati sulle colline che fanno da corona al mare.
Il Cilento è ricco di una Natura viva e dai colori tipici della vegetazione mediterranea.
La mano dell’Uomo non è riuscita ancora a distruggere le caratteristiche salienti del nostro territorio, che in molte località sono rimaste integre.
Scoprire il Cilento non è qualcosa di semplice e che si possa fare in un unico viaggio: occorre tornarci e ritornarci perché solo cosi si può cercare di entrare nell’anima di questo territorio.
Per gli amanti della buona cucina, sappiamo come le origini della famosa “Dieta Mediterranea” sono riconducibili al Cilento; da queste parti sono passati personaggi e personalità di ogni campo della Cultura e tutti ne hanno decantato la bellezza delle coste, il caratteristico andamento morfologico che porta le alte cime montane quasi a tuffarsi nelle cristalline acque delle nostre coste.
Il Cilento non é solo da conoscere, il Cilento è da vivere, in ogni sua spigolatura, in ogni sua contraddizione.
Si può certamente affermare che il Cilento, nel panorama turistico nazionale, rappresenta una realtà che vale la pena di conoscere perché mantiene in sé ancora un qualcosa di primitivo ed irrazionale nella gestione delle risorse turistiche.
Chi ama conoscere, amerà il Cilento!
La Turismo e Dintorni.Org ha come “mission”, quella di creare un supporto logistico, un punto di riferimento per tutti coloro che vorranno visitare il Cilento, di fare conoscere il nostro territorio a tutti coloro che avranno il desiderio di scoprire nuovi e più interessanti itinerari.
Noi ci proponiamo di selezionare strutture e programmi in funzione delle vostre esigenze.
Siamo in grado di ridurre al minimo tutti quei problemi che caratterizzano la programmazione di un tour: dalla scelta della struttura ricettiva che offra le massime garanzie, alla definizione delle tariffe giuste per i servizi da voi richiesti.
Spesso si diffida di organizzare viaggi in località poco conosciute o conosciute male, noi siamo qui per aiutarvi a conoscerle liberi da ogni tipo di remore e pregiudizi.
Certi del vostro interesse e pronti a dare una risposta ad ogni vostra domanda, vi aspettiamo nel Cilento per farvi scoprire sensazioni nuove ed i desiderio di tornarci.
Giuseppe Orlando

La Storia
Cenni Storici
Passolara
Il Cilento in epoca greca e lucana
(Antonio Capuano)

L'area compresa tra il Solofrone e l'Alento segue nell'antichità le vicende che hanno caratterizzato le due vicine città di Poseidonia/Paestum e di Elea/Velia; e soprattutto della prima, se ci riferiamo al periodo attestato per la sua fondazione (circa 600 a.C.), che precede l'installazione dell'altra colonia sul Tirreno (circa 540 a.C.). Pertanto si presenta di fondamentale importanza l'interpretazione di un noto passo del geografo greco Strabone (I sec. d.C.), che si riferisce ai principali momenti dell'affermazione greca in area che sarà poseidoniate. Dopo aver accennato al gruppo dei Picentini fondatori di Picentia nel sito dell'attuale Pontecagnano, trasferiti dai Romani nel golfo poseidoniate, ora detto pestano, menziona in prosecuzione da Nord a Sud la città di Poseidonia-Paistòs, posta in mezzo al golfo.

I Sibariti, egli scrive, realizzarono un emporio sul mare, poi coloro che furono i protagonisti della fondazione della colonia si trasferirono più a Nord. Se il punto commerciale sulla costa favorisce il contatto con gli indigeni e le altre città greche, il programma di colonizzazione si attua con l'arrivo di un cospicuo numero di gente greca, probabilmente anche di altre località. Il luogo ove si trasferiscono, il banco calcareo su cui sorgerà Poseidonia, è già un sito di insediamento indigeno (fine VII sec. a.C.). Non sappiamo dei nuovi rapporti intervenuti con gli indigeni, anche se non si può escludere un loro assorbimento nel nuovo contesto della colonia, considerata la nota tradizione di ospitalità attribuita ai Sibariti.

Quanto al promontorio di Agropoli, sede dell'emporio, esso è il primo a Sud della città greca; ben difendibile per i suoi versanti scoscesi e sicuramente fornito di un approdo a Nord, che difende le imbarcazioni dai venti di Sud-ovest. Il nome stesso della località, derivante da acropolis, la cui prima attestazione pervenutaci è greco-bizantina, indica la posizione di centro preminente, non solo per la sua posizione ma anche per la sua importanza sacrale, nell'area circostante.

Gli scavi condotti nel 1982 dalla Soprintendenza archeologica hanno accertato la presenza di resti di un insediamento della fine dell'età del bronzo finale (X sec. a. C.), collegato ad una economia soprattutto pastorale, pur non escludendosi un modesto sfruttamento delle risorse agricole e marine.
Dopo un periodo di interruzione della frequentazione del sito, dovuta probabilmente ai primi contatti-scontri con elementi greci, succede l'installazione dell'emporio (fine VII-inizi VI sec. a.C.) che si caratterizza ben presto per il suo aspetto commerciale con l'abbondanza di resti di anfore (corinzie e quindi ioniche-marsigliesi) recuperati negli scavi; non mancano i contatti con la Campania etrusca (vedi la presenza di frammenti del tipico bucchero in nero) né con la madrepatria Sibari, con la costa ionica e quindi con la vicina Elea.

Nella seconda metà del VI sec. a.C. sul promontorio viene costruito un tempio che presenta significative affinità con la cosiddetta Basilica di Poseidonia, nel cui territorio ormai l'acropoli rientra pienamente. Si è supposto, sulla base del rinvenimento nel luogo di testine fittili di Athena elmata, che il culto sia stato dedicato alla dea, protettrice della navigazione; più accreditata è comunque l'attribuzione a Poseidon, al cui culto sulla costa poseidoniate fanno riferimento sia testi antichi (il poema Alessandra del poeta ellenistico Licofrone), sia ipotesi più recenti (Paola Zancani Montuoro).

L'antichità di un tempio su un promontorio dell'area trova conferma anche nella tradizione, di origine greca, del passaggio di Ercole che conduce verso la Calabria i buoi strappati a Gerione nell'Iberia.

Il mito si riconduce alla prima fase dell'approccio greco sulla costa, come quello degli Argonauti, fondatori secondo la leggenda del santuario di Hera alla foce del Sele, e quello dei centauri, raffigurati sulle metope di quel tempio a significare la vittoria sulla barbarie da parte dei colonizzatori greci. A questi si aggiunge, all'estremo lembo dell'agro poseidoniate la tradizione campana di Leucosia.

Le ultime fasi della frequentazione del promontorio di Agropoli non superano gli inizi del III sec. a.C. Con l'intervento dei Romani, è da presupporre una cancellazione forse brutale del luogo di culto greco e la formazione di una nuova comunità locale accentratrice probabilmente nel borgo marinaro dell'attuale contrada S. Marco (chiamato Hercula in fonti dell'VIII-IX sec. d.C.), gravitante intorno al porticciolo. Anche se continua a permanere nell'agro un insediamento sparso, esso però è il risultato di un nuovo tipo di gestione del territorio, ancora da analizzare, in seguito alle guerre puniche e quindi alla guerra sociale: v. la villa rustica di I sec. a.C. in località Madonna del Carmine di Agropoli.

La colonizzazione effettiva, unitamente alla fondazione di Poseidonia si attua, come si è già evidenziato, in una seconda fase dell'intervento greco sulla costa: a differenza dell'emporio commerciale di Agropoli, arroccato e senza mire espansionistiche, la nuova città si inserisce in un'area dalla rilevante fertilità, che viene occupata quasi contemporaneamente alla fondazione. I suoi confini sono costituiti a Nord dal limite del territorio picentino-etrusco, da cui è separata fisicamente e politicamente, ma non economicamente e culturalmente, dal fiume Sele e dal tempio di Hera; la divinità tutela con il suo prestigio non solo il confine ma anche la natura e i raccolti dell'area poseidoniate, necessari per la sopravvivenza della popolazione greca, dedita nel periodo arcaico alla coltura cerealicola estensiva e non ancora costantemente presente nell'agro, preferendo vivere soprattutto in città.

A Sud il confine è rappresentato, secondo quanto scrive Strabone per il golfo poseidoniate, dal promontorio di Licosa; ed è chiuso all'interno dai corsi dei fiumi Sele e Calore e dal Monte della Stella con la punta della Carpinina, che segna il confine con il territorio velino. Poseidonia, ubicata su un robusto banco calcareo, forse più alto in antico in conseguenza dei numerosi fenomeni di bradisismo che hanno interessato l'area, si dispone in un primo momento con le sue necropoli soprattutto nel settore nord-orientale: nella località Andriolo-Laghetto le tombe (fine VII-inizi VI sec. a.C.) sono ad inumazione, il cadavere cioè non è bruciato ed è posto entro casse di tegole, più raramente di legno, o in fosse coperte da tegole, disposte orizzontalmente o a doppio spiovente; i bambini defunti vengono sepolti in anfore o in grossi recipienti da derrate. Poche in questo periodo le tombe a Sud.

Intorno alla città e frequentemente in prossimità delle porte che si aprono nella cinta urbana, che è di più recente costruzione (V/IV sec. a.C.), sono presenti numerosi centri di culto: forse dedicato ad Afrodite, divinità venerata anche dai marinai, è il santuarietto tra la costa e porta Marina; a Demetra e Kore, protettrici delle messi, l'altro a Sud-ovest della città, verso il mare, e forse, quello suburbano della contrada S. Venera. Altri sorgono nel territorio fin dagli inizi del VI sec. a.C., ad es. quello della località Fonte, tra Albanella e Roccadaspide.

Interessante anche il santuario della località Linora (metà VI sec. a.C.), sito in un'area dalla conformazione geologica calcarea e quindi non adatta per l'uso agricolo (come la contrada Spinazzo), ma come area di necropoli e di estrazione dei blocchi utilizzati in città. Nella medesima località sono di grande importanza per lo studio della viabilità del territorio poseidoniate, i resti di due strade: una è di collegamento tra la città e la sua periferica area sacra e commerciale (Agropoli); l'altra, con direzione Nord-ovest/Sud-est, è il proseguimento del tratto che da porta Sirena guada il Solofrone all'altezza del cosiddetto Varco cilentano; quindi risale le colline e, oltrepassata l'area corrispondente al cimitero di Eredita-Finocchito, giunge all'Alento in agro di Cicerale, e infine si porta ad Elea.

La strada che conduce ad Agropoli, di rilevante ampiezza (m. 4,60 circa) e traffico (tracce delle ruote dei carri), prosegue in modo più modesto per Punta Tresino e per l'area eleate attraverso il corso del Testene.

Nel corso del VI sec. poco a Nord della Punta (località Sauco) è costruito un "piccolo edificio", collegato ad attività commerciali ed estrattive di calcare. La fase di V sec. a.C. nella città si traduce in un rigoglio urbanistico, confermato dalla costruzione di due templi: l'Athenaion (metà circa del secolo e l'Heraion (poco dopo la metà), conosciuti, in virtù di una falsa attribuzione settecentesca, rispettivamente come tempio di Cerere e tempio di Nettuno. Le tombe di questo periodo sono rappresentate soprattutto nella necropoli della contrada S. Venera: sono del tipo a cassa con copertura piana o a fossa rettangolare; pochi i vasi all'interno, che costituiscono il "corredo" che il defunto porta con sè nell'aldilà, per servirsene nell'alimentazione (vasi per bere, o per contenere, brocche per versare) o per ben presentarsi (vasi per oli profumati); pochi gli oggetti di ornamento personale.

Al 400 a.C. circa risale la più importante tomba dell'età classica, detta del Tuffatore; è a cassa e decorata ad affresco con scena di banchetto; sulla lastra di copertura è rappresentata la scena del tuffo di un personaggio nudo (il defunto), che si lancia nelle acque dell'Oceano (il confine con l'aldilà) facendo leva su di una struttura che va interpretata come la rappresentazione delle colonne d'Ercole, il confine del mondo allora conosciuto. Per l'unicità della rappresentazione, per la sua ubicazione periferica e in un contesto costituito da tombe non decorate, per la volontà di distinguersi dal gruppo vicino, si è supposto, quanto al committente della tomba, un meteco, cioè uno straniero non integrato completamente nella comunità cittadina poseidoniate. La tomba, decorata su ordinazione, riflette anche la presenza di due artigiani legati rispettivamente alle convenzioni arcaiche e rigide nella resa delle figure ed ai modi più sciolti delle più recenti esperienze, contemporaneamente espresse anche in altre aree di influsso greco, come la Campania.

Il Monte Pruno, alquanto lontano, ma non estraneo all'influsso del territorio in esame, ha invece restituito nel 1938 la tomba di un capo tribù indigeno, la cui ricchezza è evidente sia per la struttura monumentale che per l'abbondanza del corredo: vasi ed oggetti sia in ceramica che in bronzo, di indubbio valore e prestigio sociale, sia per il ruolo emergente ricoperto e rappresentato ad esempio dal carro usato nelle parate militari. Si riflette con tale esibizione un'ideologia che si perpetua nel mondo indigeno dell'interno ma è già abbandonata nelle città greche della costa, più legate ora ad un ideale dell'uomo che si realizza nella sfera del banchetto ed in quella dell'atletica.

A partire dalla fine del V sec. a.C. assistiamo alle prime fasi della conquista lucana del territorio poseidoniate: dopo il primo impatto drammatico (v. la distruzione di un edificio nel santuario alla foce del Sele), i Lucani effettuano una penetrazione pacifica che si riflette in un più esteso insediamento nelle campagne, con conseguente più intenso sfruttamento, mentre all'interno della città, ad eccezione di pochi e non radicali mutamenti nell'assetto urbano, le istituzioni greche continuano a vivere pur se con nomi non sempre identici ai precedenti; la lingua scritta predominante è quella osca che comunque si serve dell'alfabeto greco (v. la dedica a Giove all'interno dell'Ecclesiasterion, l'edificio per le riunioni della cittadinanza).

L'esplosione demografica è una delle principali spinte per il popolamento della campagna, anche nelle aree collinari e periferiche, che ora si dissodano e si coltivano anche a scapito del manto forestale che precedentemente ricopriva quasi completamente le alture, privilegiando l'allevamento brado. Si afferma così una più complessa articolazione delle colture, anche miste (ad es. seminativo ed olivi), ed un'affermazione della viticoltura, introdotta dai Greci già nel periodo arcaico ma diffusa a partire dal V sec. a.C. Il benessere che deriva dall'agricoltura, base essenziale nell'economia anche nella storia moderna e contemporanea dell'Italia meridionale, favorisce la nascita di una classe agiata, che esprime il proprio stato sociale anche nella monumentalità delle tombe, sua ultima dimora, e nella ricchezza dei corredi depositati in esse.

Appartiene a questo periodo la maggior parte delle tombe rinvenute in area pestana (Poseidonia prende il nome di Paestum, recuperando una definizione precedente alla colonizzazione greca anche se il simbolo del dio Poseidon, immagine parlante sulle monete, non scompare attestando il rispetto dei Lucani verso una civiltà superiore di cui si sentono in parte eredi. Non sembra più in uso nel IV sec. a.C. la strada greca scoperta in località Linora, in quanto alcune tombe vengono inserite sul vecchio tracciato. Viene così a modificarsi il rapporto tra la città e la sua acropoli, ma l'intensificazione dell'insediamento sparso può rappresentare un decentramento di rapporti con l'agro e il sorgere di altri centri di notevole importanza economica, forse in relazione alla diversa distribuzione delle risorse. Ricordiamo tra le necropoli scoperte, che sono inerenti a vicine fattorie o, se più numerose, anche a modesti villaggi, quelle scoperte ad ovest del Varco cilentano, o a S. Marco, in occasione dei lavori per la rete ferroviaria, o in altre contrade di Agropoli ed Eredita.

La più nota testimonianza di una tomba in area periferica proviene dal rinvenimento del 1967 in contrada Vecchia di Agropoli, in seguito a scavi occasionali, effettuati per lavori agricoli. Situata su un'altura e nei pressi di una importante via per il Monte della Stella, essa presenta una struttura a camera, coperta da un tetto a doppio spiovente, il tutto in calcare locale. L'ingresso è chiuso da due lastroni poggiati a pilastri cui è addossato un blocco per sigillare il vano sepolcrale; questo è a sua volta diviso in due ambienti tramite un basso muretto. Già nel progetto iniziale la tomba deve ospitare due deposizioni per le quali si predispongono due letti funebri addossati a pareti e destinati probabilmente ai due coniugi proprietari della vicina fattoria, di cui si sono rinvenuti i resti. Le pareti sono affrescate; su quella di fondo è raffigurato il ritorno di un guerriero a cavallo, seguito dal palafreniere; indossa una corazza, reca un elmo e regge sulle spalle tre lance cui è legato uno scudo, interpretati come trofei di guerra, tolti al nemico ucciso.

Una donna, dietro la quale è un'ancella con una brocca, offre da bere al cavaliere con una coppa, in segno di benvenuto. Sulla parete destra è affrescata una corsa di quadrighe, che raffigura i giochi funebri svolti in onore del defunto (il cavaliere); per lo stesso fine sono presentati i gladiatori in combattimento sulla parete sinistra.

La differenza delle funzioni sociali nella civiltà antica è espressa dai vasi che accompagnano le due deposizioni; quanto all'uomo essi sono relativi ad un ruolo sociale: la mensa, la palestra e la guerra, settori rappresentati da vasi per banchetto e attrezzi per la cottura della carne, dallo strigile, lo strumento che deterge l'olio dal corpo degli atleti, e dalle armi. E' un ideale ormai recepito dalle città greche. La donna presenta invece valori legati alla vita domestica, più propriamente femminile, nel cui ambito rientra il matrimonio, l'approvvigionamento idrico, la conservazione dei prodotti della campagna e la gestione anche finanziaria del nucleo familiare, come testimoniano le monete di Velia, che comunque indicano non l'estensione in tale area del territorio eleate ma un notevole accreditamento della sua moneta a fini commerciali più che politici.

In periodo lucano la donna esprime un conservatorismo necessario in una società sempre più aperta allo sfruttamento delle risorse dell'agro ed al commercio esterno. La sua funzione importante è evidenziata nella tomba di Agropoli dalle sue dimensioni simili a quelle del cavaliere; dalla metà del VI sec. a.C. questa andrà aumentando: numerose le scene che la raffigurano durante i lavori domestici o sul letto di morte, mentre il defunto non sarà più presentato in armi ma eroicamente nudo, contemporaneamente alla penetrazione degli influssi apuli anche in territorio pestano. Tale aspetto è, ad esempio, riconoscibile nel caso di Agropoli nell'uso della sovradipintura dei vasi prodotti nell'officina pestana di Asteas, che firma il suo lavoro secondo la tradizione greca.

Se prendiamo in considerazione il territorio di Elea, non ci deve sfuggire il carattere specifico di questa città, nata sul mare con finalità quasi esclusivamente commerciali e senza alcuna aspirazione di ampliamento territoriale, ad eccezione delle aree limitrofe necessarie a produrre i mezzi del suo sostentamento (ad es. il legno per la costruzione delle navi). Già si è accennato al confine con l'area poseidoniate rappresentato all'interno della Punta della Carpinina. Il fatto che non sia possibile un diretto contatto visivo tra questa ed Elea, in quanto è sottostante al massiccio del Monte della Stella, ha fatto pensare alla presenza di un punto di avvistamento sulla cima di questo monte. Il corso dell'Alento fa da spartiacque tra questo e l'altro impianto fortificato velino di Moio della Civitella, e conduce alla sua piana chi proviene da Poseidonia. Da Moio si garantisce il passaggio anche per il Vallo di Diano.

Saggi di scavo condotti nel 1971 nella loc. Chiuse delle Grotte di Pattano, a circa 8 Km. ad est di Velia, hanno condotto alla scoperta di alcune tombe (tre a camera, già depredate in antico) e di frammenti di vasi di officina pestana: essi attestano la diffusione di tale cultura anche in area velina (metà IV sec. a.C.), oltre che, per il costo rilevante dei vasi, un accumulo di ricchezza fondata sullo sfruttamento del vicino manto boschivo. Al fine della tutela dello stesso può spiegarsi la presenza delle cinte fortificate disposte in posizione difensiva verso l'esterno, mentre la città ha una propria e solida fortificazione già in blocchi squadrati. Tali opere periferiche, per lo più non sede di uno stabile insediamento per le asperità naturali, sono da ricondursi forse al pericolo lucano per combattere il quale Elea entra nel 387 nella lega delle città greche dell'Italia meridionale (cioè italiote); nel primo periodo della sua fondazione la città entra in possesso dell'area, dopo una prima fase emporica e di contatto con gli indigeni, con i quali i Focei stipulano un patto di reciproca convivenza. Il tutto si svolge con l'appoggio della vicina Poseidonia che favorisce la creazione di un insediamento che sviluppi il commercio sibarita; il porto arcaico velino, come quello di Agropoli, è situato a nord del promontorio ed alle foci dell'Alento per le medesime garanzie dai venti meridionali ed di Sud-ovest.
L'estensione dell'area velina a Sud si amplia col tempo: il territorio già di Palinuro viene aggregato dopo la distruzione di Sibari (510 a.C.), che crea un vuoto di potere di cui approfitta per espandersi soprattutto Poseidonia. A sua volta Sibari aveva raccolto l'eredità del dominio di Siris che essa aveva contribuito a distruggere con l'alleanza di Metaponto e di Crotone intorno al 565 a.C.
Poseidonia grazie ai nuovi interessi si distacca dagli itinerari fino ad allora seguiti insieme ad Elea. Il corso del V sec. a.C. vede numerose alleanze della città con Siracusa e Metaponto, che si inseriscono nei nuovi equilibri politici e commerciali; nel frattempo nelle sue vicinanze Reggio fonda la colonia di Pixunte (Policastro) per riattivare a suo vantaggio il commercio del Tirreno, fiorente in epoca arcaica.
Quanto a questo periodo le fonti antiche parlano anche di contrasti tra Elea e Poseidonia e di crisi interne alla città focea, travagliata come altre dalle diverse aspirazioni che oppongono i ceti popolari e artigiani emergenti alla vecchia aristocrazia, pur se in parte favorevole alle idee democratiche ateniesi.
La politica di Atene invocata dalle città greche dell'Italia meridionale, in lotta per la conquista della Siritide, riesce ad avere il sopravvento con la fondazione di Thurii e si fa sentire anche ad Elea: il viaggio di Parmenide e Zenone ad Atene da Pericle, l'apparizione della testa di Athena elmata e della civetta, simbolo ateniese, sulle monete veline ne sono una chiara testimonianza.
L'ultimo notevole atto della difesa della grecità magnogreca Elea lo compie inviando navi a Caulonia per combattere le ambizioni di Dioniso I di Siracusa (387 a.C.), che si inserisce in un periodo di già realizzata occupazione lucana nel territorio.
Se Poseidonia è conquistata dai Lucani, ad Elea non tocca la medesima sorte, anche se non si sottace di contrasti con tale popolo, ormai padrone anche delle coste a sud di questa, di Pixunte (Policastro) e Laos (presso Marcellina in Calabria).
E' probabile che la forte grecità della città, la sua specifica posizione politica, di nessuna strategia di ampliamento territoriale, del resto non strettamente necessario alle esigenze di approvviggionamento della legna, e la sua importante funzione commerciale abbiano procurato rapporti pacifici con gli indigeni, prima, e con i Lucani in seguito, interessati questi ultimi più ad un'appropriazione delle risorse agricole che a più specialistiche attività di commerci marittimi.
Le abitazioni rurali del Cilento
(Amedeo La Greca)


Il rapido sviluppo economico realizzatosi nei nostri paesi negli ultimi quindici anni, ha fatto già dimenticare che la maggior parte della popolazione viveva nelle campagne e dei frutti della terra.

C'è stato poi un periodo in cui gli storici che si sono occupati casualmente della cosiddetta "Civiltà contadina", a volte ne hanno mitizzato i termini, con tendenza a delinearne un quadro romantico; costoro hanno spesso espresso la nostalgia per un mondo che non potrà più essere recuperato e vi hanno visto valori e armonie di cui deplorano l'assenza nel mondo moderno.

Della nostra passata civiltà rurale, restano ancora molte testimonianze che comunque vanno valutate. Tra queste vogliamo qui ricordare, nella cultura locale, oggi elementi tipici e armoniosi della campagna cilentana, le abitazioni rurali. Al di là di ogni valutazione storica, il loro stesso essere ci ammonisce, ricordandoci che gli agi di cui oggi godiamo spesso sono il frutto di immani fatiche dei nostri avi. L'agognata "casa di campagna" che costituisce un bene invidiato o la solatìa chiesetta in cima ad una collina o ai margini di un bosco, lontano dal rumore della città, spesso meta di week-end, restano i muti testimoni che videro e accolsero dolori e fatiche inimmaginabili nella realtà moderna.

Nella convinzione che la coscienza della propria identità è stimolo a meglio agire nel presente e che il recupero di queste strutture costituisce un dovere per un popolo civile, andiamo qui a puntualizzare brevemente alcuni concetti sulle costruzioni rurali che numerose incontriamo nel territorio oggetto del nostro viaggio.

L'eccessivo frazionamento della proprietà terriera in questo territorio, ha determinato la costruzione di numerosissime abitazioni rurali: in pratica su ogni "fondo" ve n'è almeno una.

Ricordiamo come l'uso di costruire le case sulla quota di terra posseduta è antichissimo: almeno in queste zone, si rifà al contratto di "pastinato" che fra l'altro prevedeva il possesso reale della terra con diritto di costruzione della casa.

E' difficile ricostruire storicamente il legame tra quest'epoca e i secoli a noi più vicini: possiamo solo dire che è possibile che quei diritti non siano scomparsi completamente e che siano sopravvissuti nelle consuetudini dei paesi anche quando il possesso della terra, per le mutate condizioni socio-economiche, divenne "colonìa", per cui il proprietario o provvedeva a fornire la casa al colono o lo autorizzava a costruirsela nel fondo che doveva coltivare. Le grosse proprietà, molto rare, obbedivano così anch'esse a questo schema: ogni quota di terra affidata ad un colono o "parzunàro" ha o aveva la sua casa ove costui poteva abitare con la sua famiglia.

Questo sistema era già invalso nel XVIII secolo, come dimostrano i catasti onciari. E' presumibile che parte delle costruzioni rurali, molte delle quali ancora usate, risalgano a quest'epoca; la maggior parte, invece, sono state edificate verso la fine dell'Ottocento dopo che la scomparsa del brigantaggio rese sicure le campagne. Tutte hanno conservato lo stesso schema di costruzione lungo i secoli e si differenziano solo nella forma a seconda dell'uso a cui erano destinate.

In genere si tratta di case povere, a volte molto piccole, ma estremamente funzionali; obbediscono ad una logica immediata e pratica di utilizzo di ogni loro angolo.

I vari tipi sono indicati nel dialetto locale con i seguenti termini:

- maazzèno: è il tipo di abitazione rurale più diffusa. Di modeste dimensioni, è formata da un piano terra adibito a stalla e da uno superiore per soggiornarvi; la soffitta (suppìgno) funge da fienile; gli ambienti sono due-tre per piano; il forno, immancabile, è staccato dal corpo della costruzione o ricavato in un angolo della cucina;

- casìno: è una grossa costruzione, residenza non abituale del proprietario di più fondi e centro di questi per i quali fungeva da deposito o punto di raccolta dei prodotti prima di avviarli al mercato; tra l'altro vi erano le cantine per la spremitura dell'uva: il mosto veniva poi trasportato in paese in barili a dorso d'asino. Queste costruzioni sono formate da più piani, a volte sormontate da una colombaia. Si presentano maestose e di una certa eleganza. Le forme sono diverse e obbediscono al gusto e alle necessità contingenti dell'epoca di costruzione;

- passulàra: indica un ambiente più o meno grande adibito a deposito per gli attrezzi necessari all'essiccazione dei fichi. Erano importantissime queste costruzioni e di uso immediato soprattutto per depositare i graticci coi fichi durante la notte o in caso di temporale. Di solito sono limitate ad un piano terra dotato di due o più larghe entrate, con tetto ad un solo spiovente. All'interno l'unico ambiente accoglieva numerose impalcature in legno su cui venivano sistemati in perfetto ordine i graticci coi fichi;

- terràta: si tratta di una specie di grotta di 4-5 mq. ottenuta scavando nella terra (di solito in terreno scosceso) e sorreggendo le pareti con muri a secco. Il tetto era fatto con travi e assi di legno che sostenevano la terra soprastante; spesso venivano ricavate nei muri di terrazzamento. Erano usate come deposito per gli attrezzi agricoli o per ripararvisi in caso di cattivo tempo.






Folklore, Cultura e Tradizioni
TRADIZIONI NEL CILENTO
Natale nel Cilento (Leggi)
Scauratielli (Leggi)
Zeppole (Leggi)
Baccalà Fritto (Leggi)
Fusilli Cilentani (Leggi)
Coniglio ripieno (Leggi)
Struffoli (Leggi)
Dolcetti ripieni
Prendendo in prestito dalla biologia il concetto di patrimonio genetico, si può dire che, nei paesi Cilentani, se la cultura ne avesse uno allignerebbe nelle antichissime tradizioni contadine. Addirittura importate da quei coloni Greci che raggiunsero questi lidi quasi 3000 anni fa. Esempi evidenti sono nelle numerose manifestazioni folcloristiche che si tramandano da secoli nei centri del Parco. È il caso di Casaletto Spartano, dove il 1° maggio gruppi di giovanotti questuanti, vanno di casa in casa a chiedere legumi di ogni tipo. Vengono cotti separatamente e poi la sera nella piazza del paese sono preparati tutti insieme (13 tipi diversi) in una grande caldaia e conditi con olio e sale. I paesani ne prendono una porzione come augurio di prosperità e abbondanza dei raccolti. Questo caratteristico piatto, con qualche variante, è consumato anche a Ispani,dove si chiama "cuccia", dal greco "kykeon", miscuglio, a Cicerale dove si chiama "cecciata", a Castel San Lorenzo, noto come "cicci maritati", a Pellare, Moio, Vallo della Lucania. Mentre a Castellabate i cicci si cuociono nel giorno dei morti. Un cibo rituale analogo era la pansperma, ottenuta dalla mescola di tutti i semi, presente nella Grecia arcaica: ne ha parlato nel Timeo il grande Platone a proposito dell'azione divina della semenza universale. Un altro esempio di ricchezza di tradizioni, questa volta religiose, sono i riti della settimana santa. Il Venerdì Santo nell' area del Monte Stella si svolgono le processioni delle "congreghe", lungo percorsi di sofferenza: "Visita ai sepolcri". Ogni paese ha la sua. Queste confraternite laiche escono dal proprio paese per andare a rendere omaggio alle chiese di quelli vicini, e solo dopo andranno nelle proprie. Indossano i classici sai e cappucci bianchi, con una mantella corta, e a coppia di due, guidati dal priore e al ritmo dei colpi di un lungo bastone, si inginocchiano davanti al sepolcro. Finita la cerimonia sono accolti dai paesani con dolci e vino.

Natale Cilentano in tavola
Nei paesi interni del Cilento sopravvive ancora una tradizione culinaria legata a particolari momenti della vita privata, collettiva e religiosa. Prima che questo patrimonio scompaia del tutto abbiamo voluto raccogliere alcuni piatti tipici che si dovevano mangiare perchè avevano una funzione ed un ruolo propiziatorio o augurale nelle feste (Pasqua, Natale, Capodanno e Carnevale) o durante la trebbiatura del grano o per la raccolta delle olive; quando si festeggiava un fidanzamento o quando vi era una puerpera o per la copertura di una nuova casa. Nei giorni festivi si mangiava di più e meglio, i cibi stessi pertanto si caricavano ulteriormente di ritualità e significatività. Vi presentiamo un menu tipico cilentano, quello della vigilia e del giorno di Natale. Buon Appetito e Buon Natale!
LA CENA DELLA VIGILIA DI NATALE
Cinguli cu' l'alici
La tradizione cilentana propone come piatto della vigilia le Zeppole salate con le Alici. "Cinguli" deriva da "cinguliare" che sta per ridurre a cingolo, a spago sottile.
Baccalà fritto
Tra i protagonisti del menu natalizio c’è sicuramente il “signor” baccalà cucinato in molti modi sempre molto gustosi. Tra le portate “dell’abbuffata” natalizia non può mancare il baccalà fritto. In fondo del baccalà non si butta quasi nulla e, quindi, per questa “croccante” ricetta vengono ulizzate le parti meno pregiate del pesce, più spinose, ma molto saporite.
Zeppole salate
(variante salata degli scauratielli)
E' come una pallina di pochi centimetri. Si ottiene prendendo un pizzico di “pasta lievitata cioè cresciuta” gettato nell’olio bollente. E’a questa zeppola che si fa riferimento per indicare un difetto di pronuncia che riguarda la esse e la zeta. Non tanto per l’impossibilità di dire correttamente”zeppola” ma perché si parla come se si avesse “una zeppola in bocca”,caldissima. E la zeppola pastacrisciuta si mangia infatti bollente


IL CARNEVALE DI AGROPOLI
Carro su Obama (Leggi)
Benigni-Pinocchio (Leggi)
Chiesa della M. di Costantinopoli (Leggi)
Madonna di Costantinopoli (Leggi)
I Cartapestai nel mese di Settembre avviano il loro alacre, paziente e sapiente lavoro, e tutta la loro versatile creatività la ritroveremo nei carri allegorici che animeranno le tanto attese sfilate.
Il periodo più libero, estroverso, ironico e dinamico dell'anno, festeggiato con un programma vario ed articolato, fa del Carnevale di Agropoli , il più spettacolare della Campania.
Parallelamente alla sfilata dei carri allegorici l'elezione delle Miss Carnevale di Agropoli, ma anche tanti momenti di gioco e di aggregazione per i più piccoli


LA MADONNA DI COSTANTINOPOLI AD AGROPOLI
La festa della Madonna di Costantinopoli è la più spettacolare che si tiene ad Agropoli e si celebra il 24 luglio.
La tradizione vuole che un quadro della Madonna sia stato ritrovato in mare da alcuni marinai dopo una tempesta. Portata sulla terraferma, la scelsero quale loro protettrice, edificando in suo onore una cappella nell’antico nucleo fortificato. In occasione di uno dei tanti attacchi al borgo da parte dei feroci saraceni, la chiesa fu depredata, con l’asporto sacrilego di arredi e oggetti sacri, fra i quali appunto la Sacra effige di Maria. All’atto di salpare, la leggenda vuole che le veloci galere non riuscissero in alcun modo a prendere il largo a causa di una forza sovrannaturale, che con venti e maree sfavorevoli impedivano alle navi di partire. I pirati riuscirono a salpare solo quando decisero di lasciare in prossimità della spiaggia la Sacra immagine. Questo episodio confermerebbe la logica che come da tradizione è la Divinità a decidere quale e dove sia la sua dimora, pertanto con quel fenomeno misterioso, la devozione popolare interpretò la volontà di rimanere in terra di Agropoli. La Madonna veniva implorata nei gravi momenti di difficoltà, come durante l’imperversare delle pestilenze, che secoli fa mieterono numerose vittime in tutto il Cilento, oppure quando si scatenavano violente tempeste. Chi attendeva il ritorno dei propri cari usciti in mare supplicava la Vergine affinché tutti fossero ritornati a casa sani e salvi.
La chiesetta dedicata alla Vergine di Costantinopoli, è ubicata nell’antico Kastron e domina la maestosa rupe a picco sul mare. E’ sicuro che in origine la statua della Madonna fosse di proporzioni minori rispetto all’attuale e che quasi sicuramente, fu sottratta alla furia devastatrice delle orde della mezzaluna, rappresentate dalle flottiglie dei pirati agli ordini del feroce Corsaro Khair-ed- din (1465 – 1546), conquistatore di Tunisi e nascosta o trasportata in anfratti o luoghi ritenuti sicuri.
La festa della “Madonna venuta dal mare” si svolge il 24 luglio. Dopo il suo passaggio fra i vicoli e le viuzze di quel borgo che secoli fa l’ospitò per la prima volta, la statua viene accompagnata in processione sul mare da centinaia di diportisti e pescatori, che danno luogo ad una suggestivo momento di fede e di raccoglimento. Come ogni anno la statua è portata in processione per la città, e poi fino al porto dove viene imbarcata su un peschereccio e portata in giro per il mare seguita da centinaia di barche di pescatori e fedeli. Al termine della festa civile, fantastico è anche lo spettacolo in mare di fuochi pirotecnici.
Qualche anno fa una grande statua marmorea della B. V. di Costantinopoli è stata collocata al termine della barriera frangiflutti del porto: tutti i viandanti del mare, non mancano di affidarsi a Lei prima di uscire dalle tranquille acque portuali, non mancando poi di ringraziarla per la sua materna protezione quando saranno di ritorno per calare l’ancora e per far ritorno alle proprie case


LE SACRE RAPPRESENTAZIONI
Via Crucis Casalvelino (Leggi)
Via Crucis nel Cilento (Leggi)
Volo dell
Volo dell
Spesso, legata alla festa patronale, è la sacra rappresentazione, una reminiscenza del Medioevo, che oggi, dopo un periodo di morte apparente, sta vivendo in alcuni paesi un momento di particolare fortuna, in quanto concentra l'attenzione dei fedeli alla fine della processione di mezzogiorno. Le più note sono quelle di Rutino, di Perdifumo (8 maggio), di Vatolla (15 agosto) ove si rappresenta la lotta tra l'Angelo e il Diavolo, il primo sempre impersonato da un bambino, sospeso ad un cavo d'acciaio, che vince dopo un duello verbale, sul Diavolo, che recita la sua parte su un piccolo palco e indossa un'armatura o un costume rosso e nero. Interessanti sono i versi che i due protagonisti recitano, altisonanti e di stile barocco.
In altri paesi la sacra lotta si esprime con sfumature diverse. Nell'Opera ri Turchi di Prignano (6 dicembre, ripetuta poi il Lunedì in Albis), l'Angelo è mandato da S. Nicola, invocato da un bambino, di nome Teodato, fatto schiavo dai Turchi. Tutta la piazza antistante la chiesa parrocchiale diventa un palcoscenico, con quattro punti di recita dislocati lontani tra di loro.
Da dietro la chiesa i personaggi vengono accompagnati sulla piazza con marcette da alcuni componenti della banda musicale, in tre gruppi separati: il Turco e la sua corte, Teodato e un soldato, infine S. Nicola con due assistenti; i quattro "palcoscenici" sono la taverna, la cucina, la dispensa (su un alto baldacchino) e la prigione. L'azione scenica si svolge lentissima, anche per gli spazi che gli attori devono percorrere; pochissime ed elementari le battute, scandite tra intervalli di silenzi e di attesa, per cui la sacra rappresentazione dura circa un'ora.
Sul palcoscenico principale, il capo dei Turchi e alcuni commensali pranzano (il cibo è veramente cucinato al momento, per cui la scena è lunghissima); viene a servire Teodato che, ai ripetuti inviti del Turco affinché mangi anche lui, risponde che non può perché angustiato dal fatto che egli è lontano dal suo paese dove si celebra la festa di S. Nicola. Al che il blasfemo signore lo deride, invitandolo a chiedere aiuto al Santo affinché lo liberi. Compare allora un angelo, impersonato da un bambino e sospeso ad un cavo d'acciaio, che attraversa tutta la piazza partendo dal campanile. Liberato il bambino, si presenta allora S. Nicola in persona - indossa piviale e mitria - e si reca in cucina come un semplice cliente ad ordinare il pranzo e chiede di vedere la dispensa. Qui vede in un tinello le membra di tre bambini trucidati, pronti per essere serviti in tavola, ed opera il noto miracolo, resuscitandoli. Il malvagio oste viene cacciato in prigione e lì bruciato vivo: i fuochi d'artificio simboleggiano la pena inflitta a costui e il trionfo del Santo.
Non meno interessante è il cosiddetto Volo dell'Angelo, impersonato da un bambino sospeso ad un cavo d'acciaio che dall'alto di un balcone di una casa, vola sulla folla, fino al cospetto della statua del Santo protettore, cantando le sue lodi e chiedendo la sua protezione sul paese. Lo troviamo a Camella il giorno di S. Nazario (domenica successiva al 28 luglio), ad Eredita il 24 giugno, con replica a fine agosto, a Pisciotta l'8 settembre.



I PELLEGRINAGGI
Madonna di Pietrasanta (Leggi)
Demetra (Leggi)
Madonna del Sacro Monte (Leggi)
Grotta di S. Michele- Caselle in P. (Leggi)
Monte Gelbison: Il Santuario (Leggi)
Santuario Novi Velia (Leggi)
Cente Votive (Leggi)
I pellegrinaggi sono una grande occasione di incontro tra micro-culture, a volte tra loro lontane, ma che trovano periodicamente una feconda possibilità di scambi culturali. Le persone che ne sono protagoniste esprimono inconsciamente quanto di autentico è rimasto nel loro animo, legato anche alle radici e alla memoria di tempi lontani che sembrano rivivere tramite i riti e la gestualità, sia sacra che profana.
Di solito i santuari, meta dei pellegrinaggi, sono situati sulla vetta di una montagna, raggiungibile dopo un'ardua salita a piedi. L'altura mette il pellegrino in comunicazione immediata col celeste e in condizioni di gustare la presenza del sacro - sulla montagna si è più vicini a Dio, la salita purifica... - (Si può ricordare come archetipo l'ascesa di Mosé al Monte Sinai).
Ogni pellegrinaggio reca il doppio rito del salire e dello scendere dalla montagna, come memoria dell'antichissimo uso della transumanza - si sale con le greggi in primavera e si ridiscende in autunno -
Durante la salita, lungo itinerari segnati da secoli - come appunto i tratturi o i sentieri per la transumanza - le compagnìe (folti gruppi di pellegrini) sostano in punti prestabiliti per riposarsi. Sono questi i momenti nei quali l'animo popolare si esprime nelle musiche tradizionali, di solito tarantelle alla cilentana o lucane, ballate al ritmo delle zampogne e, più spesso, dell'organetto e del tamburello, che hanno ormai sostituito i vecchi strumenti musicali cilentani, la chitarra battente e il fruschariéddo (zufolo di canna).
Va notato che nei pellegrinaggi la musica e il canto popolare si esprimono più liberamente in quanto la religiosità è meno controllata dalla gerarchia ecclesiastica e sembra staccarsi dai canoni ufficiali. Ma è come vivere un'illusione destinata a spegnersi nel giro di qualche ora, in quanto il ritorno, anch'esso accompagnato da musiche e canti, immette di nuovo nei cicli naturali della vita.
I testi dei canti sono per lo più in un italiano aulico misto a frasi dialettali; la musica perde in parte il ritmo alla cilentana, per acquisire le cadenze tipiche della Lucania. Non di rado alcuni pastori eseguono delle pastorali con la zampogna e le ciaramelle, testimoniando così la compresenza della cultura pastorale con quella agricola.
Immutabile da secoli è rimasto il rito delle cénte (che taluni erroneamente chiamano cinte), doni votivi di ceri - di solito sono cento candele - addobbati di nastri colorati che li tengono insieme a creare la forma di una barca, di un castello o di un uovo, a seconda della tradizione dei singoli paesi.
Essendo le cénte tipiche del Cilento, spendiamo qui qualche parola in più anche per precisare un concetto che altrove è stato male intepretato.
Comunemente si vuol far risalire l'uso di questi doni votivi ai riti che nell'antica Grecia si celebravano in onore di Demetra, dea delle messi, durante le feste dette "Eleusinie" e "Tesmoforie". Nelle prime, che duravano nove giorni e cadevano a febbraio e a settembre, il momento culminante era dato dalla processione che la notte del quinto giorno si snodava da Atene ad Eleusi. Tutti coloro che vi prendevano parte si cingevano la testa con ramoscelli di mirto e recavano nella destra una fiaccola. Nelle Tesmoforie, invece, che si tenevano a novembre, vi si celebrava Demetra come dea delle legittime nozze; duravano cinque giorni e vi potevano prendere parte solo le donne maritate.
A Roma il culto di Demetra si identificò con quello di Cerere; anche nelle feste in onore di questa vi prendevano parte solo le matrone, vestite di bianco, che recavano in dono primizie di frutta. In arte questa divinità veniva raffigurata con nella destra una fiaccola, nella sinistra delle spighe di grano e ai suoi piedi un cesto chiuso, detto "cesto mistico".Se a tutti questi elementi si aggiunge l'uso delle fanciulle greche di portare una cintura di lana che veniva sciolta dallo sposo la prima sera delle nozze, si hanno numerosi elementi per creare una pretesa continuità culturale tra i riti del mondo classico e quelli della religiosità popolare legati alle cénte, che certamente non va esclusa, ma indagata per altre vie.
A ben considerare, infatti, elementi in comune se ne trovano: le cénte sono sempre portate da donne, sono composte da candele (rif. alle fiaccole?) e sono tipiche della cultura rurale. Ma quanto ai doni, come si dice da parte di alcuni, recati da fanciulle vergini (cinte), si è in piena contraddizione coi riti antichi di Demetra e Cerere che, come abbiamo notato sopra, in certe occasioni erano appannaggio delle sole donne sposate. Perciò il termine italianizzato e classicheggiante di cinte va corretto e riportato all'origine dialettale di cénte. Se volessimo scoprirne il significato etimologico, potremmo rifarci al latino "inceptus", cioè "che cammina avanti"; infatti sono sempre le portatrici di cénte che aprono le processioni o i pellegrinaggi...
Di solito le mete dei pellegrinaggi sono i santuari mariani. Ma possono considerarsi tali anche le processioni mattutine con le quali si aprono le feste patronali a Capizzo, a Magliano Vetere e a Caselle in Pittari (v. oltre). I santuari sono situati su una montagna che sovrasta i rispettivi paesi, in una grotta, raggiungibile percorrendo un ripido sentiero.
Quanto ai santuari mariani, essi nel Cilento sono sette e sono accomunati dalla cosiddetta leggenda delle sette Sorelle o Madonne, che troviamo anche in altre aree culturali. Essi sono: Madonna del Granato, Capaccio Vecchio, M. Vesole Sottano, m. 254;
Madonna della Stella, Sessa Cilento, M. della Stella, m. 1131;
Madonna della Civitella, Moio della Civitella, M. Civitella, m. 818;
Madonna del Carmine, Catona, M. del Carmine, m. 713;
Madonna della Neve, Piaggine-Sanza, M. Cervati, m. 1899;
Madonna di Pietrasanta, San Giovanni a Piro, M. Pietrasanta, m. 528;
Madonna del Sacro Monte, Novi Velia, M. Gelbison o Sacro, m. 1707.

Il culto delle sette Madonne è certamente molto antico e affonda le origini in modelli pre-cristiani (sette è numero magico-simbolico).

Diciamo anzitutto che ogni area culturale meridionale ha le sue sette Madonne, i cui luoghi di culto si trovano sempre su alture che si chiudono a cerchio prospiciente il mare, come a formare una sorta di protezione per la zona che ospita il microcosmo. E' una disposizione simbolica e non casuale in quanto è giustificata culturalmente dalla tradizione locale. Inoltre ciascun paese sostituisce la propria Madonna a quella il cui santuario risulta più lontano, tanto che ne è nato un detto: "Tutte li Marònne so' Marònne, ma chéra nòstra è cchiù Marònna!"
Delle sette, una è indicata come "brutta", perché è raffigurata con la pelle scura ed è detta "schiavóna", cioè forestiera, ma che risulta poi essere la più bella e la più amata di tutte. Per il Cilento è quella del Sacro Monte (come per l'area napoletana è quella di Monte Vergine), il cui santuario è di gran lunga più frequentato (oggi è l'unico che resta aperto per oltre quattro mesi l'anno). Esso è di origine basiliana e la Madonna che vi si venera è l'Odighitria (=che guida il cammino), cioè colei che guidò i monaci italo-greci.
Il culto della Madonna nera trova riscontro in molti popoli (si pensi Cerstokova, Guadalupe, ecc.); il suo archetipo lo si può individuare nel versetto della Bibbia che dice di lei "scura sei, ma bella".
Suggestiva è anche la tradizione che narra di S. Luca che dipinse il vero volto della Madonna di colore scuro. Nel Cilento molte sono le statue che raffigurano la Madonna nera, detta di solito "di Loreto" (a Salento, a Torraca, a Montano, a Ostigliano, ecc.), termine ottenuto italianizzando il dialettale ri lu Rito che bene esprime il riferimento al rito greco praticato ancora nel XVII secolo, che quindi propone un preciso riferimento all'immigrazione dei monaci italo-greci e alla Vergine Odighitria.
Il culto di una dea nera lo troviamo anche in modelli pagani; basti pensare alla Diana di Efeso, quella di cui si parla negli Atti degli Apostoli (19, 21 e segg.), quando S. Paolo fu scacciato dalla città.
Tutti questi riferimenti non sono certo presenti in maniera cosciente nella cultura popolare, ma ne costituiscono il substrato ed emergono poi nelle leggende e, a livello istintivo, nella gestualità.
Abbiamo accennato sopra al fatto che, dei sette santuari mariani, solo quello del Sacro Monte può vantare oggi a pieno questo nome, in quanto è meta di pellegrinaggi in tutto il periodo durante il quale resta aperto, cioè dall'ultima domenica di maggio alla prima di ottobre. Agli altri, invece, si accede solo il giorno della festa e/o anche durante i nove giorni che la precedono (novena).
Il pellegrinaggio al Sacro Monte viene realizzato almeno una volta all'anno un po' da tutti i paesi del Cilento, oltre che da compagnie provienienti da molti centri della Basilicata e della Calabria; la sua area culturale è infatti vastissima: abbraccia tutto il Cilento fino al Sele e poi fino a Potenza, Laurenzana, Castelsaraceno, Latronico, Mormanno, Santa Maria Verbicaro, Scalea. I riti sono quelli di sempre, scanditi dai canti e dalle invocazioni. Lungo i vari itinerari, i luoghi delle soste segnano i momenti rituali espressi dai canti e dalle danze, che sono ormai quasi in disuso, in un misto di sacro e profano.
La compagnia, in testa la cénta e lo stennàrdo ra Marònna (stendardo che si usa solo in questa occasione), si ricompone al Calvario, un grande cumulo di pietre trasportate per penitenza dai pellegrini (v. oltre) che segna il limite estremo dello spazio sacro; attorno ad esso i pellegrini
girano tre volte, prima di iniziare l'ultimo tratto, scandito dalle edicole della Via Crucis. I canti si fanno via via più accorati, il suono delle ciaramelle, delle zampogne e degli organetti li accompagna. Giunti alla cappella, fanno tre volte il giro attorno all'edificio, toccandone i muri con la sinistra; sostano poi sul sagrato ove il rettore del santuario li accoglie con parole di benvenuto e benedice la cénta; infine varcano la soglia, molti strisciano in ginocchio fino all'altare. Dopo la messa, salgono per una gradinata dietro l'altare fino a raggiungere la statua della Madonna e ne baciano il manto. E' uso poi recarsi all'estremità del piazzale antistante la cappella e gettare delle monetine sulla Ciamba re cavallo, un grosso monolite, distante qualche metro dal costone, come buono auspicio per ritornare al santuario l'anno successivo.
I riti del ritorno sono pervasi inizialmente da una sorta di malinconia per dover lasciare la Madonna; ma lungo la strada tutti si lasciano andare come in una allegra scampagnata; mentre nell'ascesa il cammino era composto e in tono penitenziale. Molti strappano qualche ramo che porteranno nei campi per propiziare buoni raccolti.
La costruzione della strada rotabile, che permette oggi di raggiungere più agevolmente il santuario, se da un lato ha portato un maggiore afflusso di pellegrini e visitatori - non va sottovalutato anche il movimento turistico specie in agosto - ha però contribuito a dissacrare i luoghi delle soste dal rituale ad essi legato.
Il pellegrinaggio alla Madonna della Stella si esplica la domenica successiva al 15 agosto ed è praticamente in gran parte legato ai fedeli della parrocchia di Omignano. La strada rotabile, costruita di recente per servire la base radar, ha contribuito non poco ad allargare l'afflusso di visitatori e di devoti che ormai vi giungono da tutti i paesi delle pendici del Monte della Stella (Cilento Antico).
Il santuario è l'unico edificio superstite del centro fortificato di Lucania, che sorgeva sulla vetta della montagna e che a partire dal X secolo si chiamò Cilento. La struttura attuale, frutto di interventi fatti a più riprese nel XVII e nel XIX secolo, poggia sulle basi dell'edificio del 1444 che vi edificò Angelo Sombato, recuperando quanto restava della vecchia cella di S. Marco, caduta in abbandono dopo la distruzione del centro abitato durante la guerra del Vespro (1282-1382). Il pianoro sul quale sorge l'edificio appartiene al comune di Sessa Cilento, ma le cerimonie religiose sono officiate dal parroco di Omignano perché l'ultima famiglia che ebbe il patronato della cappella furono i De Feo, originari di questo centro abitato.
I riti sono ridotti ormai alla celebrazione di alcune messe in mattinata; è scomparsa anche la processione di mezzogiorno (tre giri attorno alla cappella lungo il circuito delle vecchie mura ormai abbattute) in quanto è stato usurpato lo spazio sacro con varie recinzioni. Negletta ai più, giace la Prèta Nzitàta, un monolite distante dal costone roccioso (li Mòrge) alla quale si accedeva per lanciarvi sopra qualche sassolino o monetina con un rito simile a quello del Sacro Monte. Qualche bancarella ricorda ancora le antiche accorsate fiere che quivi si tenevano due volte l'anno, il 25 aprile e il 15 agosto, quest'ultima ancora nel periodo tra le due guerre.
Il pellegrinaggio al santuario della Madonna del Carmine di Catona, si espleta, oltre che nel giorno della festa, 16 luglio, anche durante la novena. Va segnalato per una delle rarissime presenze dell'Albero della Vita, per la pietra della fecondazione (detta semplicemente `a Prèta) e per la fiaccolata serale.
La statua è tenuta nella chiesa madre durante l'anno e viene portata in processione alla cappella il giorno 7, per la novena. La sera della festa si va a prendere la Madonna; la campana
della parrocchiale suona a rintocchi continui invitando i fedeli a riunirsi fuori dell'abitato ove si forma il corteo, con in testa un grande stendardo bianco. La cappella, con la luce rimasta accesa dentro per tutto il periodo della novena, resta chiusa fino all'arrivo della processione. Davanti alla porta notiamo l'Albero della Vita e, sulla sinistra La Prèta, dei quali diremo qualche parola più oltre. Quando tutti i fedeli sono entrati, viene aperta la nicchia che custodisce il simulacro; si eseguono i canti tradizionali (che sono gli stessi del Sacro Monte, cambia solo il titolo della Madonna) mentre molti si recano ad attaccare biglietti di cartamoneta su un nastro allacciato alla statua. E' ormai buio quando la processione si ricompone in una suggestiva fiaccolata; esegue prima tre giri attorno alla cappella, passando sempre tra la Prèta e l'Albero della Vita; poi ridiscende in paese e, dopo aver percorso le vie principali, si scioglie sul sagrato della chiesa madre, nella quale i portatori hanno depositato la statua, nella sua nicchia.
Il pellegrinaggio alla Madonna della Civitella si pratica il 25 marzo e il martedì dopo Pentecoste, in ricordo di un miracolo; vi si venera la Madonna Annunziata. Il primo, il più accorsato, è detto anche Juorno ri cruci perché durante la Messa vengono benedette le innumerevoli piccole croci che i pellegrini costruiscono con virgulti di castagno intrecciati in mille fogge, lungo l'ascesa; questi saranno poi portati a casa e attaccati ai muri come "benedizione" per la vita domestica e messi nei campi come auspicio di buoni raccolti.
Al santuario si accede tramite una strada asfaltata che attraversa i bei boschi della Civitella. L'ultimo tratto è costituito da un ripido sentiero che costeggia alcuni muri di contenimento del frurion di Velia (IV sec. a.C.). La cappella sorge a ridosso di molti ruderi (è in corso uno scavo) e presenta la facciata principale di stile neoclassico, con triglifi e metope finte, nella base del timpano, sostituite quest'ultime con grosse formelle di stucco. Sul sagrato si scorgono i resti di un ampio pozzo scavato nella roccia per la raccolta delle acque piovane e che verosimilmente serviva gli abitanti del frurion; attiguo è ben visibile anche il grande pozzo dell'acqua lustrale con un piccolo canale di deflusso. Sulla roccia più alta, a ridosso del pozzo, vi è eretta una grande croce in legno (questa roccia è detta `a Prèta), mentre un'altra situata al limite del piccolo pianoro, è detta `u Cantóne ru Riàvulo in quanto la tradizione popolare ravvisa in alcuni segni che vi sono incisi profondamente, le mani e le ginocchia del diavolo che fu scaraventato giù dalla Madonna del Sacro Monte che appare maestoso a sud-est. La statua in malta policroma, inasportabile, riflette i canoni dell'iconografia bizantina, ma reca il Bambino sulla destra.
Al santuario della Madonna di Pietrasanta si accede in alcune occasioni: martedì dopo Pasqua, ultimo lunedì di maggio, 3 gennaio, anniversario del miracolo che lo salvò dall'incendio appiccato dalle truppe francesi nel 1806, e il 15 agosto quando si celebra la giornata di fraternità con gli emigrati; resta aperto nei mesi di luglio e agosto ed ogni martedì sera da Pasqua ad ottobre vi si celebra la messa.
Incerte sono le origini. La leggenda narra di due pastorelli che, in cerca di un agnello smarrito, ebbero la visione della Madonna nei pressi di una fonte; l'acqua ritenuta miracolosa, ancora oggi è somministrata agli infermi. La fabbrica attuale è del XVII secolo, ma vi sono stati almeno tre interventi posteriori. L'interno con volta a botte appare di un delizioso stile barocco, adorno di stucchi; il presbiterio, molto piccolo rispetto al corpo, è dominato dalla bella statua della Madonna scolpita sul posto nella cuspide di una roccia; da cui il nome. Verosimilmente l'icona santifica il luogo e il culto della Vergine si sostituisce al primitivo culto della pietra (v.
oltre). Il pellegrinaggio più imponente è quello dell'ultimo lunedì di maggio; il corteo parte dalla chiesa madre nella mattinata; molte sono le cénte che vengono portate come voto; molti percorrono l'intero tragitto a piedi nudi; ma altri preferiscono raggiungere il santuario in auto, tramite la bella strada panoramica costruita di recente.
Le cénte hanno qui una foggia particolare: sono a forma di casa e la nicchia ricavata fra le candele accoglie un putto su cui sono appuntati piccoli oggetti votivi, tra i quali almeno uno che simboleggia la grazia ricevuta. Il voto viene rinnovato ogni anno; perciò il devoto parteciperà, fin quando vivrà, al pellegrinaggio con la cénta allestita nell'anno della grazia. Su di essa si distingue un nastro bianco con su ricamata la data in cui è stata ricevuta la grazia.
Le cénte nell'ultimo pellegrinaggio (28-5-1990) erano solo sette, mentre nell'immediato dopoguerra, prima dell'emigrazione, secondo la testimonianza di alcuni pellegrini, erano anche più di cento. "Non ci sono più miracoli - ci dicono - perché abbiamo poca fede..."
PELLEGRINAGGI AI SANTUARI RUPESTRI
A Capizzo, a Magliano Vetere e a Caselle in Pittari, all'alba del giorno della festa patronale, si tiene una processione che, partendo dalla chiesa madre, raggiunge una cappella sulle alture che sovrastano i rispettivi centri abitati, ricavata utilizzando in parte delle grotte naturali.
Oltre al significato insito nei riti propri dell'ascesa, il santuario in una grotta (=viscere della terra) rappresenta un richiamo diretto al mondo sotterraneo che permette al devoto di avvertire con più immediatezza la presenza dell'aldilà.
I tre pellegrinaggi riportano una suggestione così profonda tanto che i riti, i canti, i colori e lo scenario naturale di quei monti difficilmente potranno essere cancellati dall'animo del credente o del semplice turista.
La processione viene fatta con la statua del santo, che durante l'anno non è lasciata nel santuario (eccetto che a Caselle): oggi per motivi di sicurezza (sono stati molti i furti di antichi simulacri in questi ultimi anni), ma un tempo per la ritualità propria del pellegrinaggio rurale che si esplicava soprattutto nell'andare lungo i campi e nel far vedere dall'alto le campagne al santo protettore, che poi deve ritornare al centro (chiesa madre) del luogo dell'abitazione stabile dei credenti, come nume tutelare.
Queste feste e questi pellegrinaggi, come sopra accennato, sono di cultura contadina in quanto presuppongono dei punti di riferimento fissi (campi coltivati e abitazioni strette attorno alla chiesa); la presenza del mondo pastorale si esprime solo marginalmente la sera della vigilia, quando i pastori accendono fuochi sulla montagna ad indicare che trase la festa, cioè che inizia il tempo sacro della festività. Un simile rituale lo troviamo anche la vigilia dell'Assunta nei paesi del Cilento Antico e durante alcune processioni rurali.
A Capizzo il pellegrinaggio si tiene l'11 luglio e raggiunge il santuario di S. Mauro, situato sulla dorsale sud-est del monte Chianiéllo, sull'altura detta appunto di S. Mauro, a quota 1078 m. s.l.m; lungo la stessa dorsale vi è anche il santuario di S. Lucia che i fedeli di Magliano Vetere raggiungono con una breve salita la terza domenica di settembre, a 743 m. s.l.m.; particolarmente accorsato ci sembra quello di S. Michele Arcangelo a Caselle di Pittari, a m. 598 sul monte omonimo, molto lontano dal paese, ma che è meta di pellegrinaggio due volte l'anno, l'8 maggio e il 29 settembre.
Il cerimoniale della partenza ha inizio all'alba: alcuni fedeli insieme ai portatori si radunano nella chiesa madre ai rintocchi del mattutino, mentre la banda musicale fa il giro del paese per andare a prendere le cénte, le cui portatrici attendono davanti alle rispettive case, ove offrono un rinfresco ai musicanti, ai vicini e a quanti sono lì presenti. Pervenute poi queste sul sagrato della chiesa, ove vengono accolte e benedette dal parroco, ha inizio la processione-pellegrinaggio.
Il carattere è penitenziale; molti, soprattutto donne, percorreranno l'intero tragitto scalzi. Apre il corteo un grande stennàrdo (stendardo a forma di vela, retto da un'antenna altissima), subito seguito dalle portatrici di cénte, a piedi nudi. A Magliano, oltre che dallo stendardo, sono precedute da due giovani che portano un antico quadro di S. Lucia e da due ragazze con un cesto di ceri, che offrono a chi ne fa richiesta, ricevendo un'offerta.
La forma delle cénte è varia, a seconda della tradizione del paese: a Capizzo è ovale o a castello; a Magliano, a barca, a castello o ad uovo; a Caselle in Pittari sono per lo più a castello e sui quattro lati recano immagini devozionali di santi, anche di culto moderno (es. Madonna di Pompei).
Segue la statua del santo sotto il palio, addobbata degli ori antichi; poi la banda musicale, infine i fedeli.
Il corteo imbocca la via più breve per uscire fuori dall'abitato e man mano diventa sempre più folto; procede poi necessariamente quasi in fila indiana, in quanto il sentiero si fa sempre più angusto.
A Caselle i fedeli recano ciascuno una candela e un mazzo di fiori, a Magliano una candela e a Capizzo una borraccia o una bottiglia vuota; l'uso di questi oggetti è ben finalizzato, come vedremo oltre. A Capizzo notiamo pure numerose giovani coppie che portano in braccio i loro figlioletti, anche in fasce.
Una sola sosta sarà fatta a circa metà percorso: la statua del santo viene portata all'estremità di un piccolo pianoro dal quale si possono vedere le campagne sottostanti, sempre rivolto verso il Sacro Monte che si erge maestoso in lontananza, seminascosto dalla foschia. Il prete benedice i campi, poi inizia una preghiera alla Madonna, infine si riparte.
Solo ora cominciano i canti tradizionali e la banda musicale tace. Sono di solito motivi che imitano quelli in uso nel pellegrinaggio al Sacro Monte, con testi leggermente diversi, in quanto viene sostituito solo il nome del santo protettore. E' interessante notare come il riferimento alla Madonna del Monte è sempre presente nei pellegrinaggi locali.
Cessa anche il suono delle campane della chiesa madre, che fino ad ora ha accompagnato il rito, e risponde quello della campanella del santuario.
Finalmente, giunti a destinazione, le cénte vengono adagiate ai lati dell'ingresso, lungo il piccolo viale che introduce alla grotta. La prima parte del pellegrinaggio termina con la celebrazione della messa.
I riti a questo punto si diversificano, acquistando ciascuno una propria connotazione. Diversi sono anche gli ambienti in muratura che coprono all'esterno l'imbocco delle grotte.
Il santuario di S. Mauro a Capizzo è un grande edificio, al quale si accede tramite un portale gentilizio seicentesco, sormontato da un mascherone, che immette in alti locali, il cui tetto ricopre l'ampio spazio occupato da una ripida e lunga gradinata. Nella parte superiore è ricavata la cappella, con soffitto in legno e tetti in cotto; presenta un matroneo addossato al muro laterale all'ingresso. Il presbiterio è ricavato in un anfratto di roccia, ricoperto di stucchi, tra i quali troneggia un affresco appena leggibile. L'altare, cui si accede tramite sei gradini in pietra, lunghi tutta la larghezza del presbiterio, è in fabbrica ricoperto da stucchi con qualche accenno di volute; è sormontato da una piccola nicchia nella quale è custodita - inasportabile - l'antica statua di S. Mauro, fatta di malta e mattoni, ricoperta di gesso policromo. Si racconta che questa fu rinvenuta in un antro profondo alcuni metri che ancora si può vedere dietro l'altare, a fianco al pozzo di acqua sorgiva perenne.
Il santo era comparso in sogno ad una donna di Monteforte, invitandola a rendere noto il nascondiglio. Recatosi il popolo sul posto e avendo scavato, fu rinvenuta la statua, che si cercò di trasportare a valle; ma giunti a metà percorso, si fece così pesante che i portatori non riuscirono più ad andare avanti. Sul posto il santo lasciò incisa una croce - oggi è detta Croce re miézzo - che i pellegrini passando baciano sfiorandola con la destra. Si tentò allora di costruire colà una cappella; ma il lavoro fatto di giorno veniva distrutto di notte. Così i devoti capirono quale fosse la volontà del santo e riportarono la statua nella sua grotta.
Sul tetto della cappella vi è un arco con campanella, sulla quale è incisa la data 1643 e l'effige in bassorilievo della Madonna di Costantinopoli. E' interessante notare che la stessa immagine è scolpita su una campanella datata 1609, che alcuni anni fa venne rinvenuta tra le rovine della cappella dello Spirito Santo a San Mauro Cilento, ove egualmente si venera come protettore S. Mauro; si potrebbe valutare l'ipotesi che i due culti siano legati ad una matrice comune e a fatti storici contemporanei che ci riportano all'immigrazione greca nel Cilento in seguito alla caduta di Costantinopoli del 1453.
Dopo la celebrazione della messa, i fedeli si recano dietro l'altare ad attingere l'acqua dalla sorgente; viene fatta bere anche ai bambini e parte portata a casa a coloro che non hanno potuto prendere parte al pellegrinaggio. Poi segue un rito singolare: le mamme tolgono gli abiti ai bambini - ve ne sono di ammalati - e li appendono come ex voto alle pareti del presbiterio (ne abbiamo contati un centinaio). Molti si soffermano a pregare sui gradini dell'altare, altri approfittano per godere lo stupendo panorama.
Il santuario di Santa Lucia a Magliano Vetere è costituito da due angusti ambienti, contigui, ciascuno con un altare in fabbrica. Fu ingrandito nel 1945 come ricorda una piccola lapide. Sul muro di fondo della parte nuova, vi è un affresco della santa; la cappella antica si apre a circa metà del lato sinistro, ove resiste il vecchio altare, abbandonato, che copre l'imbocco dello stretto antro. Sulla destra, dietro questo altare, due archi ciechi accolgono due antichi affreschi, solo uno dei quali è appena leggibile. Una miriade di candele accese dai giovani e disposte nelle mille piccole cavità delle pareti della roccia, creano un ambiente molto suggestivo, quasi misterioso; i più arditi si arrampicano lungo gli anfratti per parecchie decine di metri. Ai lati del corridoio centrale si scorgono molti piccoli alvei scavati nella roccia, stranamente liberi da umidità. Ci dicono che la grotta termina in una grande cavità, molto profonda, oltre la quale nessuno è mai andato.
Il santuario di S. Michele a Caselle in Pittari, è quello che conserva dal lato iconografico una memoria storica più viva e interessante. E' formato da due grotte. La prima, la più piccola, è detta di Sant'Angelo; i pellegrini vi si recano appena giunti e cospargono il pavimento di ceri accesi, soprattutto davanti al piccolo altare in fabbrica policroma, sormontato da una nicchia elegantemente decorata con stucchi a motivi floreali policromi; questa ospita una statuetta di S. Michele Arcangelo, di gusto barocco, in atto di schiacciare Lucifero. Sulla sinistra vi è un piccolo antro che i ragazzi illuminano con numerosi ceri.

L'altra grotta, più grande, è posta quasi di fronte ed è detta propriamente di S. Michele. Anche qui l'altare è in fabbrica policroma, sormontato da un baldacchino in legno e addossato ad una parete in muratura antica, sulla quale è ricavata una nicchia che ospita la statua del santo dai tratti rinascimentali, elegantemente cesellati. Sulla sinistra della nicchia centrale, scolpita su una lastra di pietra, vi è il bellissimo bassorilievo di S. Michele, con lo scudo crociato, che uccide il drago, del XII secolo. Molti segni magici - tra i quali distinguiamo la spirale - e una scritta in caratteri gotici, ornano il bordo. Anche qui il piccolo presbiterio è cosparso di ceri accesi.
Dopo la celebrazione della messa, i fedeli, con un rito simile a quello che troviamo sul Sacro Monte, sfilano davanti al bassorilievo, lo baciano stendendo la mano destra e vi depongono davanti o a fianco il mazzo di fiori che hanno portato dal paese: alla fine avranno letteralmente ricoperta l'icona.
I riti del ritorno sono meno austeri. I canti si eseguono fino al luogo dove è stata effettuata la sosta durante la salita. Nell'ultima parte del percorso, molti dal paese vanno incontro ai pellegrini con bibite e dolci locali che offrono come ristoro ai portatori della statua e alle portatrici di cénte. Alle prime case del paese la processione si ricompone, si aggregano altre cénte e numerosi altri fedeli.
Da notare che nel pellegrinaggio di S. Michele a Caselle, la statua del santo non viene portata sulla montagna ma, da tutti coloro che sono rimasti in paese, viene accompagnata incontro ai pellegrini che ritornano dal santuario. Fuori dall'abitato i due cortei si fondono e, dopo una breve omelia tenuta dal parroco, la processione percorrerà le vie del paese e si scioglierà a mezzogiorno con la messa solenne. A Magliano e a Capizzo, invece, il pellegrinaggio termina nella chiesa madre e la processione solenne sarà fatta in serata.
A titolo di completezza, citiamo anche altri due pellegrinaggi a santuari rupestri. Il primo ha per destinazione la grotta di S. Elena a Pruno, sulle pendici sud-ovest del M. Rotondo, a quota 849 s.l.m., e si tiene la domenica successiva al 29 giugno, con partenza in mattinata da Laurino; la strada rotabile permette di accedervi agevolmente, ma se ne va perdendo ormai la ritualità. L'altro, relativo alla grotta di S. Michele Arcangelo sul M. Ausinito (m. 1120), è ormai caduto in disuso da circa quindici anni; si teneva l'8 maggio e vi partecipavano soprattutto i devoti di Valle dell'Angelo.



I MESTIERI AMBULANTI NEL CILENTO
L
Il Barbiere
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Tra i tanti mestieri del Cilento ve ne erano di quelli a posto fisso, con regolare bottega, altri itineranti. Molti, anche bravi artigiani, giravano da casolare a casolare offrendo le loro prestazioni, ricavandone modesti guadagni consistenti in pochi soldini o, normalmente, in generi in natura.
Alcuni di quei mestieri consistevano sulla semplice prestazione manuale, altri nel baratto di merci, altri ancora in vere e proprie compravendite.
`U Conzapiatti
Il conciapiatti girava per le campagne dove veniva impiegato nella riparazione di piatti, scafe, vasi di terra cotta e ruagne (vasellame di coccio) rotti. La bravura consisteva nel bucare i cocci, con un trapano ad arco, e attaccare con mastice di gesso e filo di ferro, in modo da renderli ancora efficienti. La semplice riparazione di un piatto, che poteva essere usato ancora per anni, per il prezzo che richiedeva, era sempre meno costosa che comperarlo nuovo. Tuttora, nei vecchi vasci, locali terranei, si trovano vecchi oggetti riparati dal conzapiatti, sicuri reperti di museo della cultura contadina. All'occorrenza `u conzapiatti si prestava anche a riparare gli ombrelli.
I conciaombrelli, specie nelle botteghe a posto fisso, erano i barbieri che avevano singolare maestria per quelle riparazioni. Ma il conzambrelli ambulante portava la sua opera a casa del cliente, riparando ombrelli che da anni venivano usati, sino ai limiti delle loro possibilità. Poi alla fine, dallo stesso conciaombrelli, veniva acquistato un nuovo ombrello che, per la maggior parte dei casi, trattavasi di uno degli ombrelli usati che l'ambulante portava sulle spalle.
Il barbiere
Il mestiere del barbiere era esercitato, per lo più nei grossi centri, con propria bottega. Le sue prestazioni erano quelle del taglio dei capelli, della rasatura delle barbe, ma anche di conciare ombrelli e di apporre sanguisughe o fare salassi, su prescrizione medica, agli ammalati di polmonite. Nel salone, nei giorni di festa, affluivano i clienti dai piccoli centri o nuclei abitati sparsi per le campagne. Normalmente era consuetudine degli uomini di radersi almeno una volta la settimana, o anche ogni quindici giorni, con un vecchio rasoio che veniva affilato su di un pezzo di ardesia. Per il taglio dei capelli correvano anche alcuni mesi tra un taglio e l'altro. Il padre provvedeva al taglio dei capelli dei figli ed anche dei vecchi che non potevano più muoversi di casa. Per la sistemazione dei capelli sulla nuca, si seguiva il segno della coppola o anche di una scodella. Non mancavano, però, barbieri ambulanti che davano le loro prestazioni a casa di clienti che di tanto in tanto si facevano sbarbare e tagliare i capelli.
Come già si è detto, il barbiere, anche se ambulante, conciava anche gli ombrelli.
Il fotografo
Molti furono i fotografi ambulanti che girarono per le campagne del Cilento. Anche nelle più lontane e sperdute contrade tra i monti, piacque sempre farsi ritrarre e fare fotografare i membri della propria famiglia singolarmente o in gruppo.
Molte famiglie tra gli oggetti loro cari conservano fotografie di antenati di cui hanno perduto il ricordo, sia dei nomi che del rapporto di parentela. Altri in quadretti mantengono appesi alle pareti vecchi dagherrotipi del secolo passato che, in molti casi, ci tramandano l'aspetto dei costumi dell'epoca.
Il pasticciere
Nelle grandi ricorrenze familiari, specie nei matrimoni, i pasticcieri ambulanti venivano soventemente ingaggiati. Essi, qualche giorno prima della cerimonia, si recavano a casa dei festeggiati preparando dolcetti di vari tipi. Al pasticciere dovevano essere forniti farina, uova, latte, zucchero, mentre ai vari coloniali ed essenze provvedeva lo stesso pasticciere. Tutti in famiglia prestavano l'aiuto che veniva richiesto e, nel forno acceso a temperatura voluta, venivano cotti i dolcetti.

`U conzacauràre
Anche il mestiere dello stagnino veniva esercitato a casa dei clienti, e veniva denominato conzacauràre. Egli veniva vivamente richiesto perché, essendo la stoviglieria di cucina quasi tutta di rame, periodicamente occorreva stagnare i fondi delle pentole per evitare possibili avvelenamenti da rame. Con l'occasione si facevano stagnare anche le posate di ferro, e si riparavano pentole rotte.
`U ramàro
Di tanto in tanto, col suo carretto carico di oggetti di rame, transitava il ramaio che forniva pentole nuove. Gli acquisti non mancavano e la cucina si riforniva di nuove pentole. Sul costo dell'acquisto, quasi sempre si barattava il pezzo di rame da sostituire.
’U FORGIARO
Il forgiaro lavorava il ferro. Gli attrezzi che utilizzava erano l’incudine, il martello
e mazze, insieme di pinze e tenaglie per tenere ben fermo il pezzo da lavorare.
Per piegare il ferro utilizzava il fuoco alimentato da carbone della legna o da carbon fossile. Il fuoco veniva acceso nella fucina, fornita di un camino per la fuoriuscita del fumo, ed era continuamente ravvivato da un mantice collegato ad un
soffietto. Inizialmente il mantice non era rotante ma fisso e bisognava sollevarlo ed abbassarlo in continuazione.
Quando le barre di ferro diventavano incandescenti e quindi molli, il forgiaro le prendeva con molta sveltezza servendosi della tenaglia e le metteva sull’incudine, dove le batteva con il martello, con colpi cadenzati, fin quando assumevano la forma desiderata.
I fabbri costruivano attrezzi da lavoro per vari mestieri. Per i contadini zappe, falci, rastrelli...
Riparavano gli aratri, quelli tirati dai buoi. Costruivano accette e
ronche per tagliare la legna, brocche, caldaie e tegami. Sostituivano, all’occorrenza,i ferri agli zoccoli di equini e bovini e saltuariamente lavoravano il ferro battuto destinato a recinti, cancelli, porte e finestre.

`U molafuórfece
`U molafuórfece, l'arrotino o molaforbici, circolava per il Cilento spingendo faticosamente il suo marchingegno, facendolo rotolare sulla ruota che avrebbe dovuto azionare la mola.
Gli arrotini meno poveri circolavano con un carrettino tirato da un asino. Anche questo artigiano itinerante era atteso dai suoi clienti. Anche se al contadino non mancava una cota per affilare i suoi attrezzi di mestiere, spesso si aveva bisogno dell'arrotino per dare una sistemazione alla coltelleria di casa, specie delle forbici che volevano una mano addestrata per la loro molatura.

`U zìngaro
`U nzìngaro o zìngaro, girovagando per il Cilento, periodicamente passava dai suoi clienti. Egli era molto bravo nei lavori in ferro ed in campagna gli attrezzi avevano bisogno di manutenzione. Particolarmente si impegnavano per ferri di aratro, del frantoio, scalpelli, puntilli, cardini, succhielli, carrucole, forchettoni, ed altro. Agli zingari si potevano chiedere i lavori più vari e ad essi ci si affidava per le tempere dei metalli degli attrezzi di lavoro consumati o spezzati. In questo campo si può affermare che una tempera al metallo data da uno zingaro si poteva dire perfetta. Ancora in molti vasci si notano varole, penne di zappe consumate e azzareate, cioè riallungate, con un pezzo di acciaio, saldato col fuoco e a colpi di martello. Dopo decenni di lavoro, le azzareature si sono solo in parte consumate, ma giammai si sono più dissaldate. Gli zingari erano anche molto abili nel costruire ottimi "scacciapensieri".

`U pezzàro
Il pezzàro, il pezzaio, il raccoglitore di stracci, ritirava stracci vecchi, ferro e metalli vari, ossa di animali ed oggetti fuori uso, dando in cambio qualche pezzo di ruagna (oggetto in terra cotta) e se ci fosse stato presente qualche bambino, un fischietto di terra cotta. Il termine si applica anche ai venditori ambulanti di stoffe e vestiti in genere.
`U piattàro
Il piattàro era colui che con un piatto di fichi di pessima qualità o di poco conto, dava il corrispettivo in piatti. Per una insalatiera o una scafarea o una piatta (grosso piatto di ceramica o di ferro smaltato), le trattative si prolungavano all'infinito e, alla fine, restavano tutti soddisfatti.

`U sapunàro
`U sapunàro era colui che ritirava olio non del tutto commestibile, pagandolo con pezzi di sapone. Anche in questo caso, accanite discussioni si prolungavano sul deprezzamento dell'olio e la bontà del sapone da parte del saponaro. Nel Cilento, proprio perché si poteva disporre di olio, le donne producevano sapone in grande quantità per l'uso familiare, ma la novità dell'acquisto era una variante alla vita quotidiana, perciò non macava mai nel vascio una vesenèdda (anfora di olio non buono), in attesa del sapunàro che, se tardava più del solito, costituiva un pensiero nell'attesa.

`U mureàro
Il mureàro si presentava poco dopo la campagna della molitura delle olive, per fare acquisto di mòrea, cioé la feccia depositata in fondo agli ziri dal nuovo olio. Anche il moreàro pagava la mòrea con pezzi di sapone o anche con denaro.

`U tartaràro
Il tartaràro per l'acquisto del tartaro, si apprestava a raschiarlo personalmente dalle botti, nelle quali si infilava albilmente, attraverso la riola, il mezzule ovvero il portellino del recipiente. Il tartaro acquistato veniva racchiuso in un largo fazzoletto di colore blu a fiorellini bianchi, fazzoletto che è passato nella proverbiatica paesana, per le sue dimensioni, come `u fazzuletto r'u tartaràro. Il tartaràro pubblicizzava la sua presenza con la tradizionale voce: `u tartararo c'a pacienza. Davvero il suo mestiere richiedeva molta pazienza, ma forse, anche per la pazienza che egli aveva nelle trattative con le donne sul valore del tartaro, prima e dopo il recupero dalla botte.


IL CANTO POPOLARE NEL CILENTO
L
La Ciaramella
Lo Zampognaro (Leggi)
Il canto e le musiche hanno sempre rappresentato per il popolo lo strumento maggiormente consono al suo animo per esprimere gioie e dolori e per dare maggiore carica emotiva ad un rito o ad un'occasione.
Certo, si tratta sempre di manifestazioni inconsce, in quanto il popolo compone i suoi canti o apprende quelli dei padri come memoria del suo microcosmo e come naturale trasmissione dell'animus della sua identità.
La tradizione orale è di tale duttilità, che il processo di trasmissione avviene sempre in maniera libera e per lo più obbedisce a fattori contingenti e comunque non controllabili dalla volontà di chi canta o narra. Si tratta piuttosto di stati di emotività legati a certi momenti o luoghi che costituiscono la motivazione e l'occasione, non solo dei canti, ma anche della gestualità ad essi legata. Ad esempio i temi più noti dei canti popolari (amore, morte, religione, dolore, destino) sono comuni in aree limitrofe e culturalmente omogenee e vengono poi sviluppati di volta in volta dai cantori, che aggiungono o tolgono a seconda dell'occasione, creando a loro volta testi nuovi e originali, non per quanto riguarda il tema, ma per la situazione rituale del momento.
In passato i cantori, riuniti in occasioni di matrimoni, feste, conviti, si cimentavano in strofe, a chi ne sapesse improvvisare di più belle e toccanti, satiriche o pietose, osannanti o di disprezzo, ove il tema dell'amore era sempre il principale, ma spesso cedeva il posto a comiche battute nei confronti di personaggi o situazioni che costituivano la piccola cronaca del microcosmo paesano.
In questo caso è ancora più difficile individuare motivazioni più vaste dei fatti contingenti che determinarono la composizione di un certo tipo di strofe, di battute o di versi; la raccolta dei testi dei canti popolari diventa così ancora più complessa, data la quantità di varianti che uno stesso componimento ha subito a seconda del luogo o del cantore.
Diciamo dunque che i testi dei canti popolari, mai definiti in passato in quanto erano parte viva e integrale della vita quotidiana, oggi possiamo raccoglierli nell'ultima versione proposta dagli ultimi cantori ed esaminarli non dal punto di vista letterario, ma emotivo e rituale.
Il canto popolare, laddove ancora si pratica, ha così acquistato una sua forma quasi definita, appunto perché son venute a mancare la fantasia e la versatilità dei cantori del passato e i testi ne vengono accettati passivamente, curando anche di obbedire a certe regole; come, ad esempio, ricordare il verso ascoltato dal nonno o riprodurre le giuste assonanze rivendicando un tipo di motivo proprio di una località, che si distingue da quello delle aree limitrofe e che in alcuni casi differisce da paese a paese.
Il canto popolare, dunque, è la rappresentazione di un mondo interiore che si esplica emotivamente soprattutto nel giorno di una determinata festività religiosa o nell'occasione di una festa collettiva; per cui la gestualità che lo accompagna e che ne deriva, è l'espressione esteriore di un mondo magico interiore, che si esplica con tensione drammatica nel rituale legato ad un tempo e ad un luogo specifico.
Va sfatata l'idea del canto popolare come "canto semplice" e che tutti possono apprendere ed eseguire. Si può notare, infatti, nelle poche occasioni rituali nelle quali ancora si usa, che i nomi di coloro che col canto meglio interpretano l'animo popolare, sono unanimamente conosciuti e riconosciuti da tutta la comunità.
Per tutte queste motivazioni, il canto popolare rappresenta l'espressione del momento e acquista perciò il carattere e la dignità di linguaggio di una cultura.
Va dunque superata la tendenza o comunque la preoccupazione a ridurre ad ogni costo le strofe, la metrica e la musica a schemi fissi, ingabbiando così la libertà espressiva di questo linguaggio che per la sua natura costituisce l'espressione di vari stati d'animo di situazioni collettive.
Per comodità di indagine, possiamo proporre una schematizzazione, soggettiva, dei vari tipi di componimenti tramite i quali il canto popolare cilentano si esplica, pur nella coscienza che schematizzare significa racchiuderlo in categorie ben precise e quindi togliergli la vitalità che gli è propria, tradendo la sua natura di linguaggio culturale.
Diciamo anzitutto che per lo più ogni argomento è legato ad un particolare schema metrico, anch'esso a sua volta passibile di variazioni a seconda della vena poetica del cantore; si possono tuttavia individuare tre schemi fondamentali:
1) Canti a strofe, formati in genere da quattro distici endecasillabi a rima alternata, dove il secondo verso del secondo e del quarto distico fungono da replica (ripresa). Di solito il testo è in dialetto, anche se non mancano testi in un italiano aulico-popolare. Il contenuto abbraccia ogni aspetto della vita sociale, ma viene classificato in soli tre temi: amore, sdegno, lontananza, cui è collegata l'esperienza culturale dei cantori. In costoro, infatti, la tematica specificamente sociale e politica non sembra essere presente; essa ci appare di origine dotta e non corrispondente alla cultura popolare, anche se spesso il popolo ne ha appreso e tramandato i testi. Non mancano brani a carattere didascalico o ironico, di dissacrazione dei valori, sulla sorte, di verismo marcato, sulla morte.
Questo componimento, dal punto di vista della struttura metrica, è la base del tipico canto alla cilentana, la cui esecuzione è polivocale, a tempo di pastorale, con una voce alta ed una o più basse, che accordano su quella principale al secondo emistichio del primo verso, seguendo poi con lo stesso tono fino alla ripresa. Un solo fiato regge il canto di ciascun verso, l'emissione è a voce lacerata e su quella principale interviene la melodia dei bassi, che ad un certo punto non scandiscono più le parole ma fanno da sottofondo melodico con melismi. L'esecuzione può essere anche monodica e accompagnata dal suono dell'organetto, che oggi è subentrato ai vecchi strumenti ormai dimenticati, la chitarra battente e il fruschariéddo (zufolo).
Il testo dei canti d'amore è di solito così strutturato: nei primi due distici si descrive una situazione o si introduce un paragone o si fa riferimento alla bellezza e incanto della natura, per poi riportare il tutto alla situazione amorosa, che può essere di elogio per la bellezza della donna amata, di dolore per non essere corrisposto o a conclusione ironica. Il tutto per dare forza ai due concetti fondamentali espressi nel secondo e nel quarto distico, che costituiscono la ripresa.
2) Canti monostrofici, che racchiudono in una sola strofa di pochi versi a metrica libera, un sentimento, un omaggio, un'arguzia, una satira. Il ritmo è libero e in genere si adatta a motivi inventati al momento.
3) Canti a schema libero, di varia ampiezza, divisi o no in strofe, con un numero di versi non definito, a volte conclusi da una replica. In questi canti il tipico schema musicale "alla cilentana" assume moltissime variazioni, fino a scomparire del tutto in quelli che vengono da aree limitrofe o a fondersi col motivo originale. Anche in questi casi la tradizione musicale popolare mostra la sua duttilità, acquisendo un carattere proprio che è peculiare del luogo e dei cantori che tramandano il canto. La melodia o le nenie che ne derivano sono particolarmente suggestive.
Per quanto riguarda gli argomenti, i canti cilentani ripropongono i temi comuni alla tradizione popolare dell'Italia meridionale: da quelli d'amore - i più numerosi - (serenate, lontananza, passione, disprezzo) a quelli politici e sociali; da quelli legati al ciclo della vita umana (ninna-nanne, strofette per divertire i bambini, imenei, lamenti funebri) a quelli sul destino.
Particolare menzione va fatta per i canti carnescialeschi, epici e religiosi.
La brevità di questa nota non ci permette di addentrarci in un tema così vasto, la cui tracce, benché ormai labili, pur sono rimaste nella memoria popolare cilentana. Diciamo solo che i primi due gruppi risentono molto di temi di importazione e ripropongono quelli noti in gran parte di tutta l'Italia meridionale.
La stessa cosa dicasi per quelli religiosi, tra i quali vanno segnalati per la loro peculiarità quelli delle Confraternite, che costituiscono attualmente l'unico repertorio di canto popolare cilentano ampiamente praticato. In essi il tema musicale risulta arcaico nella sua struttura e composizione e può considerarsi una variante "dotta" di quello tipico detto "alla cilentana".
Interessanti sono anche le cosiddette novene in onore dei santi protettori o preparatorie delle principali festività. Sono certamente di origine dotta, con testo in italiano aulico e di composizione per lo più posteriore al XVII secolo. Sono cantate sul motivo di pastorale e strutturate su strofe di quattro versi settenari o ottonari, con ritornello, che sostituisce la replica tradizionale. Nelle novene, appunto perché di composizione più recente, si nota già una maggiore apertura verso aree culturali più vaste ed una maggiore aderenza a schemi musicali e poetici guidati dalla liturgia. Il canto andrebbe eseguito senza il suono dell'organo per la presenza del sottofondo melodico dei bassi; ma nell'un caso e nell'altro le melodie risultano sempre molto suggestive. Purtroppo va denunciata la tendenza messa in atto da alcuni parroci a ridurre a pochi minuti l'esecuzione delle novene o addirittura ad eliminarle. Ciò, mentre da una parte non corrisponde di certo alle moderne direttive canoniche, resta tuttavia un abuso di cattivo gusto e di offesa alla pietà popolare.
I canti venivano accompagnati, un tempo, da rudimentali strumenti musicali, che non davano il motivo, bensì servivano solo per segnarne il ritmo e accennare la melodia di base.
Nel 1814, Vincenzo Gatti, di Laureana, così scriveva: "Non si conoscono altri strumenti che la zampogna, la ciaramella, il fischietto, la chitarra battente, il pandolino, il violino, e il tamburo. Gli abitanti sono molto dediti all'andare cantando di notte, per cui accadono dei continui sconcerti. La cantilena è nel suono della pastorale. La danza è la tarantella".
Erano, questi, tutti strumenti costruiti in loco. Il fischietto o zufolo (fruschariéddo), lungo circa quindici centimetri, era ricavato da un pezzo di canna, su cui venivano praticati quattro fori, di cui uno per l'emissione del suono e tre per la modulazione; la chitarra battente era più piccola della chitarra cosiddetta "francese", con solo quattro corde che, "pizzicate" con decisione, davano il ritmo al canto. Noti erano i liutai di Casigliano, che poi vendevano i loro prodotti nelle fiere locali. Con l'emigrazione in America di uno degli ultimi artigiani nel 1951 e con la morte dell'ultimo anziano fabbricante di chitarre nel 1975, si è estinta anche questa bella tradizione artigianale. Il pandolino era una specie di mandolino napoletano, ma con la cassa più piatta e dalla forma rotonda.
Oltre alla zampogna e ciaramella, ancora usate nei paesi dell'interno, gli altri strumenti ormai sono scomparsi, lasciando il posto all'organetto, di importazione calabro-lucana, suonato dagli ultimi cantori che ancora riescono a modulare le note dell'antico canto alla cilentana; rarissimi i suonatori di chitarra battente e di zufolo, quest'ultimo usato nell'ultima tradizione solo durante i riti di Natale.
Questi strumenti venivano suonati insieme, in una specie di concertino, detto li suoni, solo in alcune occasioni, tali un matrimonio o una festa di piazza. Nelle serenate era in uso il violino accompagnato dal pandolino o dalla chitarra battente; lo zufolo ed il tamburo segnavano il ritmo e le melodie nelle cantilene della trebbiatura; mentre la zampogna, e le ciaramelle, e oggi l'organetto o fisarmonica, accompagnano i canti del pellegrinaggio al Sacro Monte.


LA CANDELORA E LA QUARESIMA
Turismo e Dintorni.org
Girotondo
La Cannelòra e la Quarajésema sono due ricorrenze legate specificamente all'anno liturgico cattolico, che nella cultura contadina sono state inserite nel ciclo dell'anno meteorologico. La prima cade il ventunesimo giorno dopo l'inizio del Carnevale, cioè il 2 febbraio, mentre l'altra il giorno seguente il martedì grasso, quaranta giorni prima di Pasqua.
E' credenza popolare che se il giorno della Candelora è cattivo tempo, lo sarà anche per i quaranta giorni successivi, come viene cantato in queste strofette che divengono anche occasione per l'usuale ironia verso le vecchie e i preti:
Quanno è `a Cannelòra
O néveca o chiòve
Chiòve o ména viénto
Quaranta juorni re maletiémpo
Respónne `a vecchia into a lu furno
Rura fino a lu mese re giugno
Quann'è `a Cannelòra
Ogni prèvate se ròle
Cu nu muzzóne re cannula
Tutta `a chiérica se péla.

La Quaresima, nella cultura popolare, viene personificata e, come maschera, fa parte del corteo carnescialesco. Essa è la vedova di Carnevale di cui piange la morte; è magrissima, acciaccata, vecchia, vestita di nero, regge con la destra il fuso e con la sinistra la cunócchia (rocca) in atto di filare della lana. Essendo una maschera funebre, connessa alla morte dell'anno vecchio (Carnevale), potrebbe rappresentare il residuo del mito delle Parche della mitologia greca, delle quali conserva il filare, come simbolo dell'inesauribile crescere e scorrere della vita destinata alla morte, che segue sempre i capricci del Destino... Resiste ancora in alcuni paesi la simpatica usanza di fa' la Quarajésema, cioè di costruire una bambola di stoffa dalle sembianze di vecchia ed appenderla ad una finestra, subito dopo che si è sciolto il corteo di Carnevale. Ha le stesse caratteristiche della maschera e in più le viene attaccata sul posteriore un'arancia, sulla quale sono infilzate sette penne di gallina scacàta, cioè che non fa più uova. Queste vengono poi tolte una per ogni venerdì e bruciate. Infine il Venerdì Santo viene bruciata la Quarajésema con l'ultima penna e l'arancia. Tutti i riferimenti mitologici di questo rito sono connessi con i simboli della Morte che sembra aver preso momentaneamente il sopravvento sulla Vita. Lo stesso pupazzo della Quarajésema è una pupa re pèzza, cioè una bambola di stoffa, ma che ha i caratteri della non prolificità e della non-festa (è a lutto, è vecchia, reca le penne di una gallina che non fa uova); mentre la bambola è sempre nei giochi delle bambine il simbolo della maternità. Ecco come l