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Mappa Campania

Informazioni generali
La Regione Campania è una delle 20 regioni dell'Italia.
E' convenzionalmente classificata come appartenente all'Italia Meridionale.
Divisione Amministrativa
E' divisa amministrativamente in 5 provincie: Provincia di Avellino, Provincia di Benevento, Provincia di Caserta, Provincia di Napoli, Provincia di Salerno
Territori
Oltre la divisione amministrativa, la Regione Campania comprende i seguenti territori: Costiera Amalfitana
L'intera regione ospita circa 5701931 abitanti.
Città capoluogo di regione: Napoli.

Il Territorio
Il Cilento: Territorio da conoscere
Baia Trentova (Leggi)
Fondali Marini di Palinuro (Leggi)
Capo_Palinuro (Leggi)
Santa_Maria_Castellabate (Leggi)
Il Cacioricotta (Leggi)
Tramonto_su_Capo_Palinuro (Leggi)
Camerota_Cala_Bianca (Leggi)
Roscigno_Vecchia (Leggi)
Valeriana
Borgo_San_Severino (Leggi)
Casalvelino_Panorama (Leggi)
Cicloturismo nel Cilento (Leggi)
Trekking nel Cilento (Leggi)
Maratea: Il Cristo Redentore (Leggi)
Strada_costiera_Sapri (Leggi)
Museo Lucano (Leggi)
Velia_Vasellame (Leggi)
Golfo_Policastro (Leggi)
Scario_San_Giovanni_a_Piro (Leggi)
Porto_Scario (Leggi)
Profilo_al_tramonto
Velia_gli_scavi (Leggi)
Torre_di_Velia (Leggi)
Scavi di Velia: Anfiteatro (Leggi)
Cala_Arconte_Camerota (Leggi)
Monte_Gelbison_Monolito_granitico (Leggi)
Valle del Vesalo (Leggi)
Volcei_Buccino (Leggi)
Certosa Padula: Scala Elicoidale (Leggi)
Vibonati_Chiesa_Annunziata (Leggi)
Vicolo di Castellabate (Leggi)
Castello dell
Buccino (Volcei)-Castello baronale (Leggi)
Il Cilento occupa un territorio che inizia a 50 Km a Sud di Salerno ed arriva sino ai confini della Costa Lucana (Maratea); in questo splendido territorio, trovasi altresì il Parco Nazionale del Cilento che per dimensioni è il secondo in Italia. Il Cilento è in grado di ospitare diverse tipologie di flussi turistici, perché diverse sono le opportunità che il turista può trovarsi a vivere nel nostro territorio:
• Balneare: grazie alle spiagge pure ed incontaminate della Costa Cilentana con località insignite sia di Bandiere Blu che di Vele Blu di Legambiente. Spiagge che possono avere caratteristiche sabbiose o rocciose a seconda dei gusti e delle località ( Camerota, Palinuro, Acciaroli, Pioppi, Golfo di Policastro)
• Turismo Enogastronomico: per chi ama il piacere della buona tavola fatta di prodotti tipici locali, serviti in piccole aziende turistiche, o in piccoli centri rurali dove le tradizioni culinarie permangono inalterate negli anni. Corsi di cucina Mediterranea •
Trekking: per chi ama le passeggiate lunghi pendii e sentieri naturali, a diretto contatto con la lussureggiante vegetazione mediterranea;
• Tour Culturali: per chi ama conoscere località dal valore storico inestimabile è possibile raggiungere con un breve viaggio la celebre Pompei, mentre nel Cilento si trovano località come Paestum, Velia e Padula e numerosi piccoli centri medioevali (S. Severino, Rossigno vecchia), nonché resti della cultura preistorica.
• Turismo ecologico: Escursioni nelle oasi naturali del WWF (Morigerati, Persano)
• Grotte Terrestri: Visita alle grotte naturali di Castelcivita, Pertosa, Morigerati.
• Grotte Marine: Visita delle favolose grotte di Palinuro e Marina di Camerota
• Borghi Antichi: Visita di antichi borghi medioevali con le loro torri di avvistamento e la serenità che solo i vicoli che li attraversano, possono trasmetterci; visita degli antichi borghi di S. Severino e di Roscigno.
• Eventi: Partecipazioni a sagre ed ad eventi socio-culturali che si tengono in diversi periodi dell'anno.
• Diving: per gli amanti del mondo sommerso. Stupendi fondali da esplorare e fotografare. Possibilità di frequentare corsi specialistici per il conseguimento del brevetto da sub.
Se amate il turismo che offra relax e lasci dentro piacevoli sensazioni e profonde emozioni, il Cilento soddisferà tali desideri.



Cilento: Un'emozione da vivere
Il Cilento: un’emozione da vivere!
E’ difficile trovare un territorio la cui storia antica si fonda così mirabilmente con uno degli aspetti più moderni della vita contemporanea, il turismo, sino a trasformarlo in una esperienza unica per chi ha la fortuna di viverla.
Questo territorio si chiama Cilento!
Esso si estende dalla Piana di Paestum sino al Golfo di Sapri, con una morfologia del territorio che partendo dalle alte vette montane discende sino alle coste frastagliate.
Il mare che accarezza le nostre coste racchiude in sé fondali in cui si possono ammirare forme di vita marina protette nei Parchi marini e che emozionano coloro che hanno la fortuna di poterli visitare e fotografare .
In questo territorio vive la nostra storia con resti e vestigia provenienti dall’era preistorica sino ad arrivare alla nostra storia più recente.
Località come Paestum, Velia, Roscigno Vecchia, il Borgo antico di S. Severino di Centola, la Costa di Palinuro e Camerota con le Torri saracene, e tante altre ancora, trasudano in ogni pietra, in ogni angolo, segni della nostra vita passata, delle nostre origini.
Il turista che frequenterà il Cilento, avrà la fortuna di non vivere la solita vacanza spesso vuota di contenuti, ma andrà via con l’emozione di aver scoperto qualcosa che non si aspettava di trovare tutto insieme in un solo territorio.
Il Cilento, lascia a chi lo frequenta con il rispetto dovuto alle cose belle, l’emozione delle nuove scoperte, lo stupore per un senso di ospitalità innato nella gente del Cilento, la certezza che ritornandovi tante altre volte riuscirà sempre a scoprire nuove emozioni, a vivere nuove sensazioni, nella serenità che questi luoghi trasmettono.
Il Cilento racchiude in sé il Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano che per estensione è il secondo in Italia e rappresenta il modo migliore per la protezione di flora e fauna terrestre tipiche di queste zone.
Per gli amanti dell’escursionismo il Parco rappresenta un paradiso da scoprire partendo dalle coste per arrivare sino al Monte Cervati (mt 1900 circa) in un susseguirsi di paesaggi mutevoli per flora e fauna in esso racchiusi: in un susseguirsi di colori e profumi si passa dalla flora tipicamente mediterranea a quella caratteristica delle alte vette montane, dai passeri alle aquile reali, dalle lucertole ai cervi.
Il Cilento ha visto passare tante etnie sul suo terreno ed ognuna di esse ha lasciato qualcosa nelle popolazioni locali: oggi i residui di questo arcobaleno di culture si possono ritrovare nei piccoli centri medioevali arroccati sulle colline che fanno da corona al mare.
Il Cilento è ricco di una Natura viva e dai colori tipici della vegetazione mediterranea.
La mano dell’Uomo non è riuscita ancora a distruggere le caratteristiche salienti del nostro territorio, che in molte località sono rimaste integre.
Scoprire il Cilento non è qualcosa di semplice e che si possa fare in un unico viaggio: occorre tornarci e ritornarci perché solo cosi si può cercare di entrare nell’anima di questo territorio.
Per gli amanti della buona cucina, sappiamo come le origini della famosa “Dieta Mediterranea” sono riconducibili al Cilento; da queste parti sono passati personaggi e personalità di ogni campo della Cultura e tutti ne hanno decantato la bellezza delle coste, il caratteristico andamento morfologico che porta le alte cime montane quasi a tuffarsi nelle cristalline acque delle nostre coste.
Il Cilento non é solo da conoscere, il Cilento è da vivere, in ogni sua spigolatura, in ogni sua contraddizione.
Si può certamente affermare che il Cilento, nel panorama turistico nazionale, rappresenta una realtà che vale la pena di conoscere perché mantiene in sé ancora un qualcosa di primitivo ed irrazionale nella gestione delle risorse turistiche.
Chi ama conoscere, amerà il Cilento!
La Turismo e Dintorni.Org ha come “mission”, quella di creare un supporto logistico, un punto di riferimento per tutti coloro che vorranno visitare il Cilento, di fare conoscere il nostro territorio a tutti coloro che avranno il desiderio di scoprire nuovi e più interessanti itinerari.
Noi ci proponiamo di selezionare strutture e programmi in funzione delle vostre esigenze.
Siamo in grado di ridurre al minimo tutti quei problemi che caratterizzano la programmazione di un tour: dalla scelta della struttura ricettiva che offra le massime garanzie, alla definizione delle tariffe giuste per i servizi da voi richiesti.
Spesso si diffida di organizzare viaggi in località poco conosciute o conosciute male, noi siamo qui per aiutarvi a conoscerle liberi da ogni tipo di remore e pregiudizi.
Certi del vostro interesse e pronti a dare una risposta ad ogni vostra domanda, vi aspettiamo nel Cilento per farvi scoprire sensazioni nuove ed i desiderio di tornarci.
Giuseppe Orlando

La Storia
Cenni Storici
Passolara
Il Cilento in epoca greca e lucana
(Antonio Capuano)

L'area compresa tra il Solofrone e l'Alento segue nell'antichità le vicende che hanno caratterizzato le due vicine città di Poseidonia/Paestum e di Elea/Velia; e soprattutto della prima, se ci riferiamo al periodo attestato per la sua fondazione (circa 600 a.C.), che precede l'installazione dell'altra colonia sul Tirreno (circa 540 a.C.). Pertanto si presenta di fondamentale importanza l'interpretazione di un noto passo del geografo greco Strabone (I sec. d.C.), che si riferisce ai principali momenti dell'affermazione greca in area che sarà poseidoniate. Dopo aver accennato al gruppo dei Picentini fondatori di Picentia nel sito dell'attuale Pontecagnano, trasferiti dai Romani nel golfo poseidoniate, ora detto pestano, menziona in prosecuzione da Nord a Sud la città di Poseidonia-Paistòs, posta in mezzo al golfo.

I Sibariti, egli scrive, realizzarono un emporio sul mare, poi coloro che furono i protagonisti della fondazione della colonia si trasferirono più a Nord. Se il punto commerciale sulla costa favorisce il contatto con gli indigeni e le altre città greche, il programma di colonizzazione si attua con l'arrivo di un cospicuo numero di gente greca, probabilmente anche di altre località. Il luogo ove si trasferiscono, il banco calcareo su cui sorgerà Poseidonia, è già un sito di insediamento indigeno (fine VII sec. a.C.). Non sappiamo dei nuovi rapporti intervenuti con gli indigeni, anche se non si può escludere un loro assorbimento nel nuovo contesto della colonia, considerata la nota tradizione di ospitalità attribuita ai Sibariti.

Quanto al promontorio di Agropoli, sede dell'emporio, esso è il primo a Sud della città greca; ben difendibile per i suoi versanti scoscesi e sicuramente fornito di un approdo a Nord, che difende le imbarcazioni dai venti di Sud-ovest. Il nome stesso della località, derivante da acropolis, la cui prima attestazione pervenutaci è greco-bizantina, indica la posizione di centro preminente, non solo per la sua posizione ma anche per la sua importanza sacrale, nell'area circostante.

Gli scavi condotti nel 1982 dalla Soprintendenza archeologica hanno accertato la presenza di resti di un insediamento della fine dell'età del bronzo finale (X sec. a. C.), collegato ad una economia soprattutto pastorale, pur non escludendosi un modesto sfruttamento delle risorse agricole e marine.
Dopo un periodo di interruzione della frequentazione del sito, dovuta probabilmente ai primi contatti-scontri con elementi greci, succede l'installazione dell'emporio (fine VII-inizi VI sec. a.C.) che si caratterizza ben presto per il suo aspetto commerciale con l'abbondanza di resti di anfore (corinzie e quindi ioniche-marsigliesi) recuperati negli scavi; non mancano i contatti con la Campania etrusca (vedi la presenza di frammenti del tipico bucchero in nero) né con la madrepatria Sibari, con la costa ionica e quindi con la vicina Elea.

Nella seconda metà del VI sec. a.C. sul promontorio viene costruito un tempio che presenta significative affinità con la cosiddetta Basilica di Poseidonia, nel cui territorio ormai l'acropoli rientra pienamente. Si è supposto, sulla base del rinvenimento nel luogo di testine fittili di Athena elmata, che il culto sia stato dedicato alla dea, protettrice della navigazione; più accreditata è comunque l'attribuzione a Poseidon, al cui culto sulla costa poseidoniate fanno riferimento sia testi antichi (il poema Alessandra del poeta ellenistico Licofrone), sia ipotesi più recenti (Paola Zancani Montuoro).

L'antichità di un tempio su un promontorio dell'area trova conferma anche nella tradizione, di origine greca, del passaggio di Ercole che conduce verso la Calabria i buoi strappati a Gerione nell'Iberia.

Il mito si riconduce alla prima fase dell'approccio greco sulla costa, come quello degli Argonauti, fondatori secondo la leggenda del santuario di Hera alla foce del Sele, e quello dei centauri, raffigurati sulle metope di quel tempio a significare la vittoria sulla barbarie da parte dei colonizzatori greci. A questi si aggiunge, all'estremo lembo dell'agro poseidoniate la tradizione campana di Leucosia.

Le ultime fasi della frequentazione del promontorio di Agropoli non superano gli inizi del III sec. a.C. Con l'intervento dei Romani, è da presupporre una cancellazione forse brutale del luogo di culto greco e la formazione di una nuova comunità locale accentratrice probabilmente nel borgo marinaro dell'attuale contrada S. Marco (chiamato Hercula in fonti dell'VIII-IX sec. d.C.), gravitante intorno al porticciolo. Anche se continua a permanere nell'agro un insediamento sparso, esso però è il risultato di un nuovo tipo di gestione del territorio, ancora da analizzare, in seguito alle guerre puniche e quindi alla guerra sociale: v. la villa rustica di I sec. a.C. in località Madonna del Carmine di Agropoli.

La colonizzazione effettiva, unitamente alla fondazione di Poseidonia si attua, come si è già evidenziato, in una seconda fase dell'intervento greco sulla costa: a differenza dell'emporio commerciale di Agropoli, arroccato e senza mire espansionistiche, la nuova città si inserisce in un'area dalla rilevante fertilità, che viene occupata quasi contemporaneamente alla fondazione. I suoi confini sono costituiti a Nord dal limite del territorio picentino-etrusco, da cui è separata fisicamente e politicamente, ma non economicamente e culturalmente, dal fiume Sele e dal tempio di Hera; la divinità tutela con il suo prestigio non solo il confine ma anche la natura e i raccolti dell'area poseidoniate, necessari per la sopravvivenza della popolazione greca, dedita nel periodo arcaico alla coltura cerealicola estensiva e non ancora costantemente presente nell'agro, preferendo vivere soprattutto in città.

A Sud il confine è rappresentato, secondo quanto scrive Strabone per il golfo poseidoniate, dal promontorio di Licosa; ed è chiuso all'interno dai corsi dei fiumi Sele e Calore e dal Monte della Stella con la punta della Carpinina, che segna il confine con il territorio velino. Poseidonia, ubicata su un robusto banco calcareo, forse più alto in antico in conseguenza dei numerosi fenomeni di bradisismo che hanno interessato l'area, si dispone in un primo momento con le sue necropoli soprattutto nel settore nord-orientale: nella località Andriolo-Laghetto le tombe (fine VII-inizi VI sec. a.C.) sono ad inumazione, il cadavere cioè non è bruciato ed è posto entro casse di tegole, più raramente di legno, o in fosse coperte da tegole, disposte orizzontalmente o a doppio spiovente; i bambini defunti vengono sepolti in anfore o in grossi recipienti da derrate. Poche in questo periodo le tombe a Sud.

Intorno alla città e frequentemente in prossimità delle porte che si aprono nella cinta urbana, che è di più recente costruzione (V/IV sec. a.C.), sono presenti numerosi centri di culto: forse dedicato ad Afrodite, divinità venerata anche dai marinai, è il santuarietto tra la costa e porta Marina; a Demetra e Kore, protettrici delle messi, l'altro a Sud-ovest della città, verso il mare, e forse, quello suburbano della contrada S. Venera. Altri sorgono nel territorio fin dagli inizi del VI sec. a.C., ad es. quello della località Fonte, tra Albanella e Roccadaspide.

Interessante anche il santuario della località Linora (metà VI sec. a.C.), sito in un'area dalla conformazione geologica calcarea e quindi non adatta per l'uso agricolo (come la contrada Spinazzo), ma come area di necropoli e di estrazione dei blocchi utilizzati in città. Nella medesima località sono di grande importanza per lo studio della viabilità del territorio poseidoniate, i resti di due strade: una è di collegamento tra la città e la sua periferica area sacra e commerciale (Agropoli); l'altra, con direzione Nord-ovest/Sud-est, è il proseguimento del tratto che da porta Sirena guada il Solofrone all'altezza del cosiddetto Varco cilentano; quindi risale le colline e, oltrepassata l'area corrispondente al cimitero di Eredita-Finocchito, giunge all'Alento in agro di Cicerale, e infine si porta ad Elea.

La strada che conduce ad Agropoli, di rilevante ampiezza (m. 4,60 circa) e traffico (tracce delle ruote dei carri), prosegue in modo più modesto per Punta Tresino e per l'area eleate attraverso il corso del Testene.

Nel corso del VI sec. poco a Nord della Punta (località Sauco) è costruito un "piccolo edificio", collegato ad attività commerciali ed estrattive di calcare. La fase di V sec. a.C. nella città si traduce in un rigoglio urbanistico, confermato dalla costruzione di due templi: l'Athenaion (metà circa del secolo e l'Heraion (poco dopo la metà), conosciuti, in virtù di una falsa attribuzione settecentesca, rispettivamente come tempio di Cerere e tempio di Nettuno. Le tombe di questo periodo sono rappresentate soprattutto nella necropoli della contrada S. Venera: sono del tipo a cassa con copertura piana o a fossa rettangolare; pochi i vasi all'interno, che costituiscono il "corredo" che il defunto porta con sè nell'aldilà, per servirsene nell'alimentazione (vasi per bere, o per contenere, brocche per versare) o per ben presentarsi (vasi per oli profumati); pochi gli oggetti di ornamento personale.

Al 400 a.C. circa risale la più importante tomba dell'età classica, detta del Tuffatore; è a cassa e decorata ad affresco con scena di banchetto; sulla lastra di copertura è rappresentata la scena del tuffo di un personaggio nudo (il defunto), che si lancia nelle acque dell'Oceano (il confine con l'aldilà) facendo leva su di una struttura che va interpretata come la rappresentazione delle colonne d'Ercole, il confine del mondo allora conosciuto. Per l'unicità della rappresentazione, per la sua ubicazione periferica e in un contesto costituito da tombe non decorate, per la volontà di distinguersi dal gruppo vicino, si è supposto, quanto al committente della tomba, un meteco, cioè uno straniero non integrato completamente nella comunità cittadina poseidoniate. La tomba, decorata su ordinazione, riflette anche la presenza di due artigiani legati rispettivamente alle convenzioni arcaiche e rigide nella resa delle figure ed ai modi più sciolti delle più recenti esperienze, contemporaneamente espresse anche in altre aree di influsso greco, come la Campania.

Il Monte Pruno, alquanto lontano, ma non estraneo all'influsso del territorio in esame, ha invece restituito nel 1938 la tomba di un capo tribù indigeno, la cui ricchezza è evidente sia per la struttura monumentale che per l'abbondanza del corredo: vasi ed oggetti sia in ceramica che in bronzo, di indubbio valore e prestigio sociale, sia per il ruolo emergente ricoperto e rappresentato ad esempio dal carro usato nelle parate militari. Si riflette con tale esibizione un'ideologia che si perpetua nel mondo indigeno dell'interno ma è già abbandonata nelle città greche della costa, più legate ora ad un ideale dell'uomo che si realizza nella sfera del banchetto ed in quella dell'atletica.

A partire dalla fine del V sec. a.C. assistiamo alle prime fasi della conquista lucana del territorio poseidoniate: dopo il primo impatto drammatico (v. la distruzione di un edificio nel santuario alla foce del Sele), i Lucani effettuano una penetrazione pacifica che si riflette in un più esteso insediamento nelle campagne, con conseguente più intenso sfruttamento, mentre all'interno della città, ad eccezione di pochi e non radicali mutamenti nell'assetto urbano, le istituzioni greche continuano a vivere pur se con nomi non sempre identici ai precedenti; la lingua scritta predominante è quella osca che comunque si serve dell'alfabeto greco (v. la dedica a Giove all'interno dell'Ecclesiasterion, l'edificio per le riunioni della cittadinanza).

L'esplosione demografica è una delle principali spinte per il popolamento della campagna, anche nelle aree collinari e periferiche, che ora si dissodano e si coltivano anche a scapito del manto forestale che precedentemente ricopriva quasi completamente le alture, privilegiando l'allevamento brado. Si afferma così una più complessa articolazione delle colture, anche miste (ad es. seminativo ed olivi), ed un'affermazione della viticoltura, introdotta dai Greci già nel periodo arcaico ma diffusa a partire dal V sec. a.C. Il benessere che deriva dall'agricoltura, base essenziale nell'economia anche nella storia moderna e contemporanea dell'Italia meridionale, favorisce la nascita di una classe agiata, che esprime il proprio stato sociale anche nella monumentalità delle tombe, sua ultima dimora, e nella ricchezza dei corredi depositati in esse.

Appartiene a questo periodo la maggior parte delle tombe rinvenute in area pestana (Poseidonia prende il nome di Paestum, recuperando una definizione precedente alla colonizzazione greca anche se il simbolo del dio Poseidon, immagine parlante sulle monete, non scompare attestando il rispetto dei Lucani verso una civiltà superiore di cui si sentono in parte eredi. Non sembra più in uso nel IV sec. a.C. la strada greca scoperta in località Linora, in quanto alcune tombe vengono inserite sul vecchio tracciato. Viene così a modificarsi il rapporto tra la città e la sua acropoli, ma l'intensificazione dell'insediamento sparso può rappresentare un decentramento di rapporti con l'agro e il sorgere di altri centri di notevole importanza economica, forse in relazione alla diversa distribuzione delle risorse. Ricordiamo tra le necropoli scoperte, che sono inerenti a vicine fattorie o, se più numerose, anche a modesti villaggi, quelle scoperte ad ovest del Varco cilentano, o a S. Marco, in occasione dei lavori per la rete ferroviaria, o in altre contrade di Agropoli ed Eredita.

La più nota testimonianza di una tomba in area periferica proviene dal rinvenimento del 1967 in contrada Vecchia di Agropoli, in seguito a scavi occasionali, effettuati per lavori agricoli. Situata su un'altura e nei pressi di una importante via per il Monte della Stella, essa presenta una struttura a camera, coperta da un tetto a doppio spiovente, il tutto in calcare locale. L'ingresso è chiuso da due lastroni poggiati a pilastri cui è addossato un blocco per sigillare il vano sepolcrale; questo è a sua volta diviso in due ambienti tramite un basso muretto. Già nel progetto iniziale la tomba deve ospitare due deposizioni per le quali si predispongono due letti funebri addossati a pareti e destinati probabilmente ai due coniugi proprietari della vicina fattoria, di cui si sono rinvenuti i resti. Le pareti sono affrescate; su quella di fondo è raffigurato il ritorno di un guerriero a cavallo, seguito dal palafreniere; indossa una corazza, reca un elmo e regge sulle spalle tre lance cui è legato uno scudo, interpretati come trofei di guerra, tolti al nemico ucciso.

Una donna, dietro la quale è un'ancella con una brocca, offre da bere al cavaliere con una coppa, in segno di benvenuto. Sulla parete destra è affrescata una corsa di quadrighe, che raffigura i giochi funebri svolti in onore del defunto (il cavaliere); per lo stesso fine sono presentati i gladiatori in combattimento sulla parete sinistra.

La differenza delle funzioni sociali nella civiltà antica è espressa dai vasi che accompagnano le due deposizioni; quanto all'uomo essi sono relativi ad un ruolo sociale: la mensa, la palestra e la guerra, settori rappresentati da vasi per banchetto e attrezzi per la cottura della carne, dallo strigile, lo strumento che deterge l'olio dal corpo degli atleti, e dalle armi. E' un ideale ormai recepito dalle città greche. La donna presenta invece valori legati alla vita domestica, più propriamente femminile, nel cui ambito rientra il matrimonio, l'approvvigionamento idrico, la conservazione dei prodotti della campagna e la gestione anche finanziaria del nucleo familiare, come testimoniano le monete di Velia, che comunque indicano non l'estensione in tale area del territorio eleate ma un notevole accreditamento della sua moneta a fini commerciali più che politici.

In periodo lucano la donna esprime un conservatorismo necessario in una società sempre più aperta allo sfruttamento delle risorse dell'agro ed al commercio esterno. La sua funzione importante è evidenziata nella tomba di Agropoli dalle sue dimensioni simili a quelle del cavaliere; dalla metà del VI sec. a.C. questa andrà aumentando: numerose le scene che la raffigurano durante i lavori domestici o sul letto di morte, mentre il defunto non sarà più presentato in armi ma eroicamente nudo, contemporaneamente alla penetrazione degli influssi apuli anche in territorio pestano. Tale aspetto è, ad esempio, riconoscibile nel caso di Agropoli nell'uso della sovradipintura dei vasi prodotti nell'officina pestana di Asteas, che firma il suo lavoro secondo la tradizione greca.

Se prendiamo in considerazione il territorio di Elea, non ci deve sfuggire il carattere specifico di questa città, nata sul mare con finalità quasi esclusivamente commerciali e senza alcuna aspirazione di ampliamento territoriale, ad eccezione delle aree limitrofe necessarie a produrre i mezzi del suo sostentamento (ad es. il legno per la costruzione delle navi). Già si è accennato al confine con l'area poseidoniate rappresentato all'interno della Punta della Carpinina. Il fatto che non sia possibile un diretto contatto visivo tra questa ed Elea, in quanto è sottostante al massiccio del Monte della Stella, ha fatto pensare alla presenza di un punto di avvistamento sulla cima di questo monte. Il corso dell'Alento fa da spartiacque tra questo e l'altro impianto fortificato velino di Moio della Civitella, e conduce alla sua piana chi proviene da Poseidonia. Da Moio si garantisce il passaggio anche per il Vallo di Diano.

Saggi di scavo condotti nel 1971 nella loc. Chiuse delle Grotte di Pattano, a circa 8 Km. ad est di Velia, hanno condotto alla scoperta di alcune tombe (tre a camera, già depredate in antico) e di frammenti di vasi di officina pestana: essi attestano la diffusione di tale cultura anche in area velina (metà IV sec. a.C.), oltre che, per il costo rilevante dei vasi, un accumulo di ricchezza fondata sullo sfruttamento del vicino manto boschivo. Al fine della tutela dello stesso può spiegarsi la presenza delle cinte fortificate disposte in posizione difensiva verso l'esterno, mentre la città ha una propria e solida fortificazione già in blocchi squadrati. Tali opere periferiche, per lo più non sede di uno stabile insediamento per le asperità naturali, sono da ricondursi forse al pericolo lucano per combattere il quale Elea entra nel 387 nella lega delle città greche dell'Italia meridionale (cioè italiote); nel primo periodo della sua fondazione la città entra in possesso dell'area, dopo una prima fase emporica e di contatto con gli indigeni, con i quali i Focei stipulano un patto di reciproca convivenza. Il tutto si svolge con l'appoggio della vicina Poseidonia che favorisce la creazione di un insediamento che sviluppi il commercio sibarita; il porto arcaico velino, come quello di Agropoli, è situato a nord del promontorio ed alle foci dell'Alento per le medesime garanzie dai venti meridionali ed di Sud-ovest.
L'estensione dell'area velina a Sud si amplia col tempo: il territorio già di Palinuro viene aggregato dopo la distruzione di Sibari (510 a.C.), che crea un vuoto di potere di cui approfitta per espandersi soprattutto Poseidonia. A sua volta Sibari aveva raccolto l'eredità del dominio di Siris che essa aveva contribuito a distruggere con l'alleanza di Metaponto e di Crotone intorno al 565 a.C.
Poseidonia grazie ai nuovi interessi si distacca dagli itinerari fino ad allora seguiti insieme ad Elea. Il corso del V sec. a.C. vede numerose alleanze della città con Siracusa e Metaponto, che si inseriscono nei nuovi equilibri politici e commerciali; nel frattempo nelle sue vicinanze Reggio fonda la colonia di Pixunte (Policastro) per riattivare a suo vantaggio il commercio del Tirreno, fiorente in epoca arcaica.
Quanto a questo periodo le fonti antiche parlano anche di contrasti tra Elea e Poseidonia e di crisi interne alla città focea, travagliata come altre dalle diverse aspirazioni che oppongono i ceti popolari e artigiani emergenti alla vecchia aristocrazia, pur se in parte favorevole alle idee democratiche ateniesi.
La politica di Atene invocata dalle città greche dell'Italia meridionale, in lotta per la conquista della Siritide, riesce ad avere il sopravvento con la fondazione di Thurii e si fa sentire anche ad Elea: il viaggio di Parmenide e Zenone ad Atene da Pericle, l'apparizione della testa di Athena elmata e della civetta, simbolo ateniese, sulle monete veline ne sono una chiara testimonianza.
L'ultimo notevole atto della difesa della grecità magnogreca Elea lo compie inviando navi a Caulonia per combattere le ambizioni di Dioniso I di Siracusa (387 a.C.), che si inserisce in un periodo di già realizzata occupazione lucana nel territorio.
Se Poseidonia è conquistata dai Lucani, ad Elea non tocca la medesima sorte, anche se non si sottace di contrasti con tale popolo, ormai padrone anche delle coste a sud di questa, di Pixunte (Policastro) e Laos (presso Marcellina in Calabria).
E' probabile che la forte grecità della città, la sua specifica posizione politica, di nessuna strategia di ampliamento territoriale, del resto non strettamente necessario alle esigenze di approvviggionamento della legna, e la sua importante funzione commerciale abbiano procurato rapporti pacifici con gli indigeni, prima, e con i Lucani in seguito, interessati questi ultimi più ad un'appropriazione delle risorse agricole che a più specialistiche attività di commerci marittimi.
Le abitazioni rurali del Cilento
(Amedeo La Greca)


Il rapido sviluppo economico realizzatosi nei nostri paesi negli ultimi quindici anni, ha fatto già dimenticare che la maggior parte della popolazione viveva nelle campagne e dei frutti della terra.

C'è stato poi un periodo in cui gli storici che si sono occupati casualmente della cosiddetta "Civiltà contadina", a volte ne hanno mitizzato i termini, con tendenza a delinearne un quadro romantico; costoro hanno spesso espresso la nostalgia per un mondo che non potrà più essere recuperato e vi hanno visto valori e armonie di cui deplorano l'assenza nel mondo moderno.

Della nostra passata civiltà rurale, restano ancora molte testimonianze che comunque vanno valutate. Tra queste vogliamo qui ricordare, nella cultura locale, oggi elementi tipici e armoniosi della campagna cilentana, le abitazioni rurali. Al di là di ogni valutazione storica, il loro stesso essere ci ammonisce, ricordandoci che gli agi di cui oggi godiamo spesso sono il frutto di immani fatiche dei nostri avi. L'agognata "casa di campagna" che costituisce un bene invidiato o la solatìa chiesetta in cima ad una collina o ai margini di un bosco, lontano dal rumore della città, spesso meta di week-end, restano i muti testimoni che videro e accolsero dolori e fatiche inimmaginabili nella realtà moderna.

Nella convinzione che la coscienza della propria identità è stimolo a meglio agire nel presente e che il recupero di queste strutture costituisce un dovere per un popolo civile, andiamo qui a puntualizzare brevemente alcuni concetti sulle costruzioni rurali che numerose incontriamo nel territorio oggetto del nostro viaggio.

L'eccessivo frazionamento della proprietà terriera in questo territorio, ha determinato la costruzione di numerosissime abitazioni rurali: in pratica su ogni "fondo" ve n'è almeno una.

Ricordiamo come l'uso di costruire le case sulla quota di terra posseduta è antichissimo: almeno in queste zone, si rifà al contratto di "pastinato" che fra l'altro prevedeva il possesso reale della terra con diritto di costruzione della casa.

E' difficile ricostruire storicamente il legame tra quest'epoca e i secoli a noi più vicini: possiamo solo dire che è possibile che quei diritti non siano scomparsi completamente e che siano sopravvissuti nelle consuetudini dei paesi anche quando il possesso della terra, per le mutate condizioni socio-economiche, divenne "colonìa", per cui il proprietario o provvedeva a fornire la casa al colono o lo autorizzava a costruirsela nel fondo che doveva coltivare. Le grosse proprietà, molto rare, obbedivano così anch'esse a questo schema: ogni quota di terra affidata ad un colono o "parzunàro" ha o aveva la sua casa ove costui poteva abitare con la sua famiglia.

Questo sistema era già invalso nel XVIII secolo, come dimostrano i catasti onciari. E' presumibile che parte delle costruzioni rurali, molte delle quali ancora usate, risalgano a quest'epoca; la maggior parte, invece, sono state edificate verso la fine dell'Ottocento dopo che la scomparsa del brigantaggio rese sicure le campagne. Tutte hanno conservato lo stesso schema di costruzione lungo i secoli e si differenziano solo nella forma a seconda dell'uso a cui erano destinate.

In genere si tratta di case povere, a volte molto piccole, ma estremamente funzionali; obbediscono ad una logica immediata e pratica di utilizzo di ogni loro angolo.

I vari tipi sono indicati nel dialetto locale con i seguenti termini:

- maazzèno: è il tipo di abitazione rurale più diffusa. Di modeste dimensioni, è formata da un piano terra adibito a stalla e da uno superiore per soggiornarvi; la soffitta (suppìgno) funge da fienile; gli ambienti sono due-tre per piano; il forno, immancabile, è staccato dal corpo della costruzione o ricavato in un angolo della cucina;

- casìno: è una grossa costruzione, residenza non abituale del proprietario di più fondi e centro di questi per i quali fungeva da deposito o punto di raccolta dei prodotti prima di avviarli al mercato; tra l'altro vi erano le cantine per la spremitura dell'uva: il mosto veniva poi trasportato in paese in barili a dorso d'asino. Queste costruzioni sono formate da più piani, a volte sormontate da una colombaia. Si presentano maestose e di una certa eleganza. Le forme sono diverse e obbediscono al gusto e alle necessità contingenti dell'epoca di costruzione;

- passulàra: indica un ambiente più o meno grande adibito a deposito per gli attrezzi necessari all'essiccazione dei fichi. Erano importantissime queste costruzioni e di uso immediato soprattutto per depositare i graticci coi fichi durante la notte o in caso di temporale. Di solito sono limitate ad un piano terra dotato di due o più larghe entrate, con tetto ad un solo spiovente. All'interno l'unico ambiente accoglieva numerose impalcature in legno su cui venivano sistemati in perfetto ordine i graticci coi fichi;

- terràta: si tratta di una specie di grotta di 4-5 mq. ottenuta scavando nella terra (di solito in terreno scosceso) e sorreggendo le pareti con muri a secco. Il tetto era fatto con travi e assi di legno che sostenevano la terra soprastante; spesso venivano ricavate nei muri di terrazzamento. Erano usate come deposito per gli attrezzi agricoli o per ripararvisi in caso di cattivo tempo.






Folklore, Cultura e Tradizioni
TRADIZIONI NEL CILENTO
Natale nel Cilento (Leggi)
Scauratielli (Leggi)
Zeppole (Leggi)
Baccalà Fritto (Leggi)
Fusilli Cilentani (Leggi)
Coniglio ripieno (Leggi)
Struffoli (Leggi)
Dolcetti ripieni
Prendendo in prestito dalla biologia il concetto di patrimonio genetico, si può dire che, nei paesi Cilentani, se la cultura ne avesse uno allignerebbe nelle antichissime tradizioni contadine. Addirittura importate da quei coloni Greci che raggiunsero questi lidi quasi 3000 anni fa. Esempi evidenti sono nelle numerose manifestazioni folcloristiche che si tramandano da secoli nei centri del Parco. È il caso di Casaletto Spartano, dove il 1° maggio gruppi di giovanotti questuanti, vanno di casa in casa a chiedere legumi di ogni tipo. Vengono cotti separatamente e poi la sera nella piazza del paese sono preparati tutti insieme (13 tipi diversi) in una grande caldaia e conditi con olio e sale. I paesani ne prendono una porzione come augurio di prosperità e abbondanza dei raccolti. Questo caratteristico piatto, con qualche variante, è consumato anche a Ispani,dove si chiama "cuccia", dal greco "kykeon", miscuglio, a Cicerale dove si chiama "cecciata", a Castel San Lorenzo, noto come "cicci maritati", a Pellare, Moio, Vallo della Lucania. Mentre a Castellabate i cicci si cuociono nel giorno dei morti. Un cibo rituale analogo era la pansperma, ottenuta dalla mescola di tutti i semi, presente nella Grecia arcaica: ne ha parlato nel Timeo il grande Platone a proposito dell'azione divina della semenza universale. Un altro esempio di ricchezza di tradizioni, questa volta religiose, sono i riti della settimana santa. Il Venerdì Santo nell' area del Monte Stella si svolgono le processioni delle "congreghe", lungo percorsi di sofferenza: "Visita ai sepolcri". Ogni paese ha la sua. Queste confraternite laiche escono dal proprio paese per andare a rendere omaggio alle chiese di quelli vicini, e solo dopo andranno nelle proprie. Indossano i classici sai e cappucci bianchi, con una mantella corta, e a coppia di due, guidati dal priore e al ritmo dei colpi di un lungo bastone, si inginocchiano davanti al sepolcro. Finita la cerimonia sono accolti dai paesani con dolci e vino.

Natale Cilentano in tavola
Nei paesi interni del Cilento sopravvive ancora una tradizione culinaria legata a particolari momenti della vita privata, collettiva e religiosa. Prima che questo patrimonio scompaia del tutto abbiamo voluto raccogliere alcuni piatti tipici che si dovevano mangiare perchè avevano una funzione ed un ruolo propiziatorio o augurale nelle feste (Pasqua, Natale, Capodanno e Carnevale) o durante la trebbiatura del grano o per la raccolta delle olive; quando si festeggiava un fidanzamento o quando vi era una puerpera o per la copertura di una nuova casa. Nei giorni festivi si mangiava di più e meglio, i cibi stessi pertanto si caricavano ulteriormente di ritualità e significatività. Vi presentiamo un menu tipico cilentano, quello della vigilia e del giorno di Natale. Buon Appetito e Buon Natale!
LA CENA DELLA VIGILIA DI NATALE
Cinguli cu' l'alici
La tradizione cilentana propone come piatto della vigilia le Zeppole salate con le Alici. "Cinguli" deriva da "cinguliare" che sta per ridurre a cingolo, a spago sottile.
Baccalà fritto
Tra i protagonisti del menu natalizio c’è sicuramente il “signor” baccalà cucinato in molti modi sempre molto gustosi. Tra le portate “dell’abbuffata” natalizia non può mancare il baccalà fritto. In fondo del baccalà non si butta quasi nulla e, quindi, per questa “croccante” ricetta vengono ulizzate le parti meno pregiate del pesce, più spinose, ma molto saporite.
Zeppole salate
(variante salata degli scauratielli)
E' come una pallina di pochi centimetri. Si ottiene prendendo un pizzico di “pasta lievitata cioè cresciuta” gettato nell’olio bollente. E’a questa zeppola che si fa riferimento per indicare un difetto di pronuncia che riguarda la esse e la zeta. Non tanto per l’impossibilità di dire correttamente”zeppola” ma perché si parla come se si avesse “una zeppola in bocca”,caldissima. E la zeppola pastacrisciuta si mangia infatti bollente


IL CARNEVALE DI AGROPOLI
Carro su Obama (Leggi)
Benigni-Pinocchio (Leggi)
Chiesa della M. di Costantinopoli (Leggi)
Madonna di Costantinopoli (Leggi)
I Cartapestai nel mese di Settembre avviano il loro alacre, paziente e sapiente lavoro, e tutta la loro versatile creatività la ritroveremo nei carri allegorici che animeranno le tanto attese sfilate.
Il periodo più libero, estroverso, ironico e dinamico dell'anno, festeggiato con un programma vario ed articolato, fa del Carnevale di Agropoli , il più spettacolare della Campania.
Parallelamente alla sfilata dei carri allegorici l'elezione delle Miss Carnevale di Agropoli, ma anche tanti momenti di gioco e di aggregazione per i più piccoli


LA MADONNA DI COSTANTINOPOLI AD AGROPOLI
La festa della Madonna di Costantinopoli è la più spettacolare che si tiene ad Agropoli e si celebra il 24 luglio.
La tradizione vuole che un quadro della Madonna sia stato ritrovato in mare da alcuni marinai dopo una tempesta. Portata sulla terraferma, la scelsero quale loro protettrice, edificando in suo onore una cappella nell’antico nucleo fortificato. In occasione di uno dei tanti attacchi al borgo da parte dei feroci saraceni, la chiesa fu depredata, con l’asporto sacrilego di arredi e oggetti sacri, fra i quali appunto la Sacra effige di Maria. All’atto di salpare, la leggenda vuole che le veloci galere non riuscissero in alcun modo a prendere il largo a causa di una forza sovrannaturale, che con venti e maree sfavorevoli impedivano alle navi di partire. I pirati riuscirono a salpare solo quando decisero di lasciare in prossimità della spiaggia la Sacra immagine. Questo episodio confermerebbe la logica che come da tradizione è la Divinità a decidere quale e dove sia la sua dimora, pertanto con quel fenomeno misterioso, la devozione popolare interpretò la volontà di rimanere in terra di Agropoli. La Madonna veniva implorata nei gravi momenti di difficoltà, come durante l’imperversare delle pestilenze, che secoli fa mieterono numerose vittime in tutto il Cilento, oppure quando si scatenavano violente tempeste. Chi attendeva il ritorno dei propri cari usciti in mare supplicava la Vergine affinché tutti fossero ritornati a casa sani e salvi.
La chiesetta dedicata alla Vergine di Costantinopoli, è ubicata nell’antico Kastron e domina la maestosa rupe a picco sul mare. E’ sicuro che in origine la statua della Madonna fosse di proporzioni minori rispetto all’attuale e che quasi sicuramente, fu sottratta alla furia devastatrice delle orde della mezzaluna, rappresentate dalle flottiglie dei pirati agli ordini del feroce Corsaro Khair-ed- din (1465 – 1546), conquistatore di Tunisi e nascosta o trasportata in anfratti o luoghi ritenuti sicuri.
La festa della “Madonna venuta dal mare” si svolge il 24 luglio. Dopo il suo passaggio fra i vicoli e le viuzze di quel borgo che secoli fa l’ospitò per la prima volta, la statua viene accompagnata in processione sul mare da centinaia di diportisti e pescatori, che danno luogo ad una suggestivo momento di fede e di raccoglimento. Come ogni anno la statua è portata in processione per la città, e poi fino al porto dove viene imbarcata su un peschereccio e portata in giro per il mare seguita da centinaia di barche di pescatori e fedeli. Al termine della festa civile, fantastico è anche lo spettacolo in mare di fuochi pirotecnici.
Qualche anno fa una grande statua marmorea della B. V. di Costantinopoli è stata collocata al termine della barriera frangiflutti del porto: tutti i viandanti del mare, non mancano di affidarsi a Lei prima di uscire dalle tranquille acque portuali, non mancando poi di ringraziarla per la sua materna protezione quando saranno di ritorno per calare l’ancora e per far ritorno alle proprie case


LE SACRE RAPPRESENTAZIONI
Via Crucis Casalvelino (Leggi)
Via Crucis nel Cilento (Leggi)
Volo dell
Volo dell
Spesso, legata alla festa patronale, è la sacra rappresentazione, una reminiscenza del Medioevo, che oggi, dopo un periodo di morte apparente, sta vivendo in alcuni paesi un momento di particolare fortuna, in quanto concentra l'attenzione dei fedeli alla fine della processione di mezzogiorno. Le più note sono quelle di Rutino, di Perdifumo (8 maggio), di Vatolla (15 agosto) ove si rappresenta la lotta tra l'Angelo e il Diavolo, il primo sempre impersonato da un bambino, sospeso ad un cavo d'acciaio, che vince dopo un duello verbale, sul Diavolo, che recita la sua parte su un piccolo palco e indossa un'armatura o un costume rosso e nero. Interessanti sono i versi che i due protagonisti recitano, altisonanti e di stile barocco.
In altri paesi la sacra lotta si esprime con sfumature diverse. Nell'Opera ri Turchi di Prignano (6 dicembre, ripetuta poi il Lunedì in Albis), l'Angelo è mandato da S. Nicola, invocato da un bambino, di nome Teodato, fatto schiavo dai Turchi. Tutta la piazza antistante la chiesa parrocchiale diventa un palcoscenico, con quattro punti di recita dislocati lontani tra di loro.
Da dietro la chiesa i personaggi vengono accompagnati sulla piazza con marcette da alcuni componenti della banda musicale, in tre gruppi separati: il Turco e la sua corte, Teodato e un soldato, infine S. Nicola con due assistenti; i quattro "palcoscenici" sono la taverna, la cucina, la dispensa (su un alto baldacchino) e la prigione. L'azione scenica si svolge lentissima, anche per gli spazi che gli attori devono percorrere; pochissime ed elementari le battute, scandite tra intervalli di silenzi e di attesa, per cui la sacra rappresentazione dura circa un'ora.
Sul palcoscenico principale, il capo dei Turchi e alcuni commensali pranzano (il cibo è veramente cucinato al momento, per cui la scena è lunghissima); viene a servire Teodato che, ai ripetuti inviti del Turco affinché mangi anche lui, risponde che non può perché angustiato dal fatto che egli è lontano dal suo paese dove si celebra la festa di S. Nicola. Al che il blasfemo signore lo deride, invitandolo a chiedere aiuto al Santo affinché lo liberi. Compare allora un angelo, impersonato da un bambino e sospeso ad un cavo d'acciaio, che attraversa tutta la piazza partendo dal campanile. Liberato il bambino, si presenta allora S. Nicola in persona - indossa piviale e mitria - e si reca in cucina come un semplice cliente ad ordinare il pranzo e chiede di vedere la dispensa. Qui vede in un tinello le membra di tre bambini trucidati, pronti per essere serviti in tavola, ed opera il noto miracolo, resuscitandoli. Il malvagio oste viene cacciato in prigione e lì bruciato vivo: i fuochi d'artificio simboleggiano la pena inflitta a costui e il trionfo del Santo.
Non meno interessante è il cosiddetto Volo dell'Angelo, impersonato da un bambino sospeso ad un cavo d'acciaio che dall'alto di un balcone di una casa, vola sulla folla, fino al cospetto della statua del Santo protettore, cantando le sue lodi e chiedendo la sua protezione sul paese. Lo troviamo a Camella il giorno di S. Nazario (domenica successiva al 28 luglio), ad Eredita il 24 giugno, con replica a fine agosto, a Pisciotta l'8 settembre.



I PELLEGRINAGGI
Madonna di Pietrasanta (Leggi)
Demetra (Leggi)
Madonna del Sacro Monte (Leggi)
Grotta di S. Michele- Caselle in P. (Leggi)
Monte Gelbison: Il Santuario (Leggi)
Santuario Novi Velia (Leggi)
Cente Votive (Leggi)
I pellegrinaggi sono una grande occasione di incontro tra micro-culture, a volte tra loro lontane, ma che trovano periodicamente una feconda possibilità di scambi culturali. Le persone che ne sono protagoniste esprimono inconsciamente quanto di autentico è rimasto nel loro animo, legato anche alle radici e alla memoria di tempi lontani che sembrano rivivere tramite i riti e la gestualità, sia sacra che profana.
Di solito i santuari, meta dei pellegrinaggi, sono situati sulla vetta di una montagna, raggiungibile dopo un'ardua salita a piedi. L'altura mette il pellegrino in comunicazione immediata col celeste e in condizioni di gustare la presenza del sacro - sulla montagna si è più vicini a Dio, la salita purifica... - (Si può ricordare come archetipo l'ascesa di Mosé al Monte Sinai).
Ogni pellegrinaggio reca il doppio rito del salire e dello scendere dalla montagna, come memoria dell'antichissimo uso della transumanza - si sale con le greggi in primavera e si ridiscende in autunno -
Durante la salita, lungo itinerari segnati da secoli - come appunto i tratturi o i sentieri per la transumanza - le compagnìe (folti gruppi di pellegrini) sostano in punti prestabiliti per riposarsi. Sono questi i momenti nei quali l'animo popolare si esprime nelle musiche tradizionali, di solito tarantelle alla cilentana o lucane, ballate al ritmo delle zampogne e, più spesso, dell'organetto e del tamburello, che hanno ormai sostituito i vecchi strumenti musicali cilentani, la chitarra battente e il fruschariéddo (zufolo di canna).
Va notato che nei pellegrinaggi la musica e il canto popolare si esprimono più liberamente in quanto la religiosità è meno controllata dalla gerarchia ecclesiastica e sembra staccarsi dai canoni ufficiali. Ma è come vivere un'illusione destinata a spegnersi nel giro di qualche ora, in quanto il ritorno, anch'esso accompagnato da musiche e canti, immette di nuovo nei cicli naturali della vita.
I testi dei canti sono per lo più in un italiano aulico misto a frasi dialettali; la musica perde in parte il ritmo alla cilentana, per acquisire le cadenze tipiche della Lucania. Non di rado alcuni pastori eseguono delle pastorali con la zampogna e le ciaramelle, testimoniando così la compresenza della cultura pastorale con quella agricola.
Immutabile da secoli è rimasto il rito delle cénte (che taluni erroneamente chiamano cinte), doni votivi di ceri - di solito sono cento candele - addobbati di nastri colorati che li tengono insieme a creare la forma di una barca, di un castello o di un uovo, a seconda della tradizione dei singoli paesi.
Essendo le cénte tipiche del Cilento, spendiamo qui qualche parola in più anche per precisare un concetto che altrove è stato male intepretato.
Comunemente si vuol far risalire l'uso di questi doni votivi ai riti che nell'antica Grecia si celebravano in onore di Demetra, dea delle messi, durante le feste dette "Eleusinie" e "Tesmoforie". Nelle prime, che duravano nove giorni e cadevano a febbraio e a settembre, il momento culminante era dato dalla processione che la notte del quinto giorno si snodava da Atene ad Eleusi. Tutti coloro che vi prendevano parte si cingevano la testa con ramoscelli di mirto e recavano nella destra una fiaccola. Nelle Tesmoforie, invece, che si tenevano a novembre, vi si celebrava Demetra come dea delle legittime nozze; duravano cinque giorni e vi potevano prendere parte solo le donne maritate.
A Roma il culto di Demetra si identificò con quello di Cerere; anche nelle feste in onore di questa vi prendevano parte solo le matrone, vestite di bianco, che recavano in dono primizie di frutta. In arte questa divinità veniva raffigurata con nella destra una fiaccola, nella sinistra delle spighe di grano e ai suoi piedi un cesto chiuso, detto "cesto mistico".Se a tutti questi elementi si aggiunge l'uso delle fanciulle greche di portare una cintura di lana che veniva sciolta dallo sposo la prima sera delle nozze, si hanno numerosi elementi per creare una pretesa continuità culturale tra i riti del mondo classico e quelli della religiosità popolare legati alle cénte, che certamente non va esclusa, ma indagata per altre vie.
A ben considerare, infatti, elementi in comune se ne trovano: le cénte sono sempre portate da donne, sono composte da candele (rif. alle fiaccole?) e sono tipiche della cultura rurale. Ma quanto ai doni, come si dice da parte di alcuni, recati da fanciulle vergini (cinte), si è in piena contraddizione coi riti antichi di Demetra e Cerere che, come abbiamo notato sopra, in certe occasioni erano appannaggio delle sole donne sposate. Perciò il termine italianizzato e classicheggiante di cinte va corretto e riportato all'origine dialettale di cénte. Se volessimo scoprirne il significato etimologico, potremmo rifarci al latino "inceptus", cioè "che cammina avanti"; infatti sono sempre le portatrici di cénte che aprono le processioni o i pellegrinaggi...
Di solito le mete dei pellegrinaggi sono i santuari mariani. Ma possono considerarsi tali anche le processioni mattutine con le quali si aprono le feste patronali a Capizzo, a Magliano Vetere e a Caselle in Pittari (v. oltre). I santuari sono situati su una montagna che sovrasta i rispettivi paesi, in una grotta, raggiungibile percorrendo un ripido sentiero.
Quanto ai santuari mariani, essi nel Cilento sono sette e sono accomunati dalla cosiddetta leggenda delle sette Sorelle o Madonne, che troviamo anche in altre aree culturali. Essi sono: Madonna del Granato, Capaccio Vecchio, M. Vesole Sottano, m. 254;
Madonna della Stella, Sessa Cilento, M. della Stella, m. 1131;
Madonna della Civitella, Moio della Civitella, M. Civitella, m. 818;
Madonna del Carmine, Catona, M. del Carmine, m. 713;
Madonna della Neve, Piaggine-Sanza, M. Cervati, m. 1899;
Madonna di Pietrasanta, San Giovanni a Piro, M. Pietrasanta, m. 528;
Madonna del Sacro Monte, Novi Velia, M. Gelbison o Sacro, m. 1707.

Il culto delle sette Madonne è certamente molto antico e affonda le origini in modelli pre-cristiani (sette è numero magico-simbolico).

Diciamo anzitutto che ogni area culturale meridionale ha le sue sette Madonne, i cui luoghi di culto si trovano sempre su alture che si chiudono a cerchio prospiciente il mare, come a formare una sorta di protezione per la zona che ospita il microcosmo. E' una disposizione simbolica e non casuale in quanto è giustificata culturalmente dalla tradizione locale. Inoltre ciascun paese sostituisce la propria Madonna a quella il cui santuario risulta più lontano, tanto che ne è nato un detto: "Tutte li Marònne so' Marònne, ma chéra nòstra è cchiù Marònna!"
Delle sette, una è indicata come "brutta", perché è raffigurata con la pelle scura ed è detta "schiavóna", cioè forestiera, ma che risulta poi essere la più bella e la più amata di tutte. Per il Cilento è quella del Sacro Monte (come per l'area napoletana è quella di Monte Vergine), il cui santuario è di gran lunga più frequentato (oggi è l'unico che resta aperto per oltre quattro mesi l'anno). Esso è di origine basiliana e la Madonna che vi si venera è l'Odighitria (=che guida il cammino), cioè colei che guidò i monaci italo-greci.
Il culto della Madonna nera trova riscontro in molti popoli (si pensi Cerstokova, Guadalupe, ecc.); il suo archetipo lo si può individuare nel versetto della Bibbia che dice di lei "scura sei, ma bella".
Suggestiva è anche la tradizione che narra di S. Luca che dipinse il vero volto della Madonna di colore scuro. Nel Cilento molte sono le statue che raffigurano la Madonna nera, detta di solito "di Loreto" (a Salento, a Torraca, a Montano, a Ostigliano, ecc.), termine ottenuto italianizzando il dialettale ri lu Rito che bene esprime il riferimento al rito greco praticato ancora nel XVII secolo, che quindi propone un preciso riferimento all'immigrazione dei monaci italo-greci e alla Vergine Odighitria.
Il culto di una dea nera lo troviamo anche in modelli pagani; basti pensare alla Diana di Efeso, quella di cui si parla negli Atti degli Apostoli (19, 21 e segg.), quando S. Paolo fu scacciato dalla città.
Tutti questi riferimenti non sono certo presenti in maniera cosciente nella cultura popolare, ma ne costituiscono il substrato ed emergono poi nelle leggende e, a livello istintivo, nella gestualità.
Abbiamo accennato sopra al fatto che, dei sette santuari mariani, solo quello del Sacro Monte può vantare oggi a pieno questo nome, in quanto è meta di pellegrinaggi in tutto il periodo durante il quale resta aperto, cioè dall'ultima domenica di maggio alla prima di ottobre. Agli altri, invece, si accede solo il giorno della festa e/o anche durante i nove giorni che la precedono (novena).
Il pellegrinaggio al Sacro Monte viene realizzato almeno una volta all'anno un po' da tutti i paesi del Cilento, oltre che da compagnie provienienti da molti centri della Basilicata e della Calabria; la sua area culturale è infatti vastissima: abbraccia tutto il Cilento fino al Sele e poi fino a Potenza, Laurenzana, Castelsaraceno, Latronico, Mormanno, Santa Maria Verbicaro, Scalea. I riti sono quelli di sempre, scanditi dai canti e dalle invocazioni. Lungo i vari itinerari, i luoghi delle soste segnano i momenti rituali espressi dai canti e dalle danze, che sono ormai quasi in disuso, in un misto di sacro e profano.
La compagnia, in testa la cénta e lo stennàrdo ra Marònna (stendardo che si usa solo in questa occasione), si ricompone al Calvario, un grande cumulo di pietre trasportate per penitenza dai pellegrini (v. oltre) che segna il limite estremo dello spazio sacro; attorno ad esso i pellegrini
girano tre volte, prima di iniziare l'ultimo tratto, scandito dalle edicole della Via Crucis. I canti si fanno via via più accorati, il suono delle ciaramelle, delle zampogne e degli organetti li accompagna. Giunti alla cappella, fanno tre volte il giro attorno all'edificio, toccandone i muri con la sinistra; sostano poi sul sagrato ove il rettore del santuario li accoglie con parole di benvenuto e benedice la cénta; infine varcano la soglia, molti strisciano in ginocchio fino all'altare. Dopo la messa, salgono per una gradinata dietro l'altare fino a raggiungere la statua della Madonna e ne baciano il manto. E' uso poi recarsi all'estremità del piazzale antistante la cappella e gettare delle monetine sulla Ciamba re cavallo, un grosso monolite, distante qualche metro dal costone, come buono auspicio per ritornare al santuario l'anno successivo.
I riti del ritorno sono pervasi inizialmente da una sorta di malinconia per dover lasciare la Madonna; ma lungo la strada tutti si lasciano andare come in una allegra scampagnata; mentre nell'ascesa il cammino era composto e in tono penitenziale. Molti strappano qualche ramo che porteranno nei campi per propiziare buoni raccolti.
La costruzione della strada rotabile, che permette oggi di raggiungere più agevolmente il santuario, se da un lato ha portato un maggiore afflusso di pellegrini e visitatori - non va sottovalutato anche il movimento turistico specie in agosto - ha però contribuito a dissacrare i luoghi delle soste dal rituale ad essi legato.
Il pellegrinaggio alla Madonna della Stella si esplica la domenica successiva al 15 agosto ed è praticamente in gran parte legato ai fedeli della parrocchia di Omignano. La strada rotabile, costruita di recente per servire la base radar, ha contribuito non poco ad allargare l'afflusso di visitatori e di devoti che ormai vi giungono da tutti i paesi delle pendici del Monte della Stella (Cilento Antico).
Il santuario è l'unico edificio superstite del centro fortificato di Lucania, che sorgeva sulla vetta della montagna e che a partire dal X secolo si chiamò Cilento. La struttura attuale, frutto di interventi fatti a più riprese nel XVII e nel XIX secolo, poggia sulle basi dell'edificio del 1444 che vi edificò Angelo Sombato, recuperando quanto restava della vecchia cella di S. Marco, caduta in abbandono dopo la distruzione del centro abitato durante la guerra del Vespro (1282-1382). Il pianoro sul quale sorge l'edificio appartiene al comune di Sessa Cilento, ma le cerimonie religiose sono officiate dal parroco di Omignano perché l'ultima famiglia che ebbe il patronato della cappella furono i De Feo, originari di questo centro abitato.
I riti sono ridotti ormai alla celebrazione di alcune messe in mattinata; è scomparsa anche la processione di mezzogiorno (tre giri attorno alla cappella lungo il circuito delle vecchie mura ormai abbattute) in quanto è stato usurpato lo spazio sacro con varie recinzioni. Negletta ai più, giace la Prèta Nzitàta, un monolite distante dal costone roccioso (li Mòrge) alla quale si accedeva per lanciarvi sopra qualche sassolino o monetina con un rito simile a quello del Sacro Monte. Qualche bancarella ricorda ancora le antiche accorsate fiere che quivi si tenevano due volte l'anno, il 25 aprile e il 15 agosto, quest'ultima ancora nel periodo tra le due guerre.
Il pellegrinaggio al santuario della Madonna del Carmine di Catona, si espleta, oltre che nel giorno della festa, 16 luglio, anche durante la novena. Va segnalato per una delle rarissime presenze dell'Albero della Vita, per la pietra della fecondazione (detta semplicemente `a Prèta) e per la fiaccolata serale.
La statua è tenuta nella chiesa madre durante l'anno e viene portata in processione alla cappella il giorno 7, per la novena. La sera della festa si va a prendere la Madonna; la campana
della parrocchiale suona a rintocchi continui invitando i fedeli a riunirsi fuori dell'abitato ove si forma il corteo, con in testa un grande stendardo bianco. La cappella, con la luce rimasta accesa dentro per tutto il periodo della novena, resta chiusa fino all'arrivo della processione. Davanti alla porta notiamo l'Albero della Vita e, sulla sinistra La Prèta, dei quali diremo qualche parola più oltre. Quando tutti i fedeli sono entrati, viene aperta la nicchia che custodisce il simulacro; si eseguono i canti tradizionali (che sono gli stessi del Sacro Monte, cambia solo il titolo della Madonna) mentre molti si recano ad attaccare biglietti di cartamoneta su un nastro allacciato alla statua. E' ormai buio quando la processione si ricompone in una suggestiva fiaccolata; esegue prima tre giri attorno alla cappella, passando sempre tra la Prèta e l'Albero della Vita; poi ridiscende in paese e, dopo aver percorso le vie principali, si scioglie sul sagrato della chiesa madre, nella quale i portatori hanno depositato la statua, nella sua nicchia.
Il pellegrinaggio alla Madonna della Civitella si pratica il 25 marzo e il martedì dopo Pentecoste, in ricordo di un miracolo; vi si venera la Madonna Annunziata. Il primo, il più accorsato, è detto anche Juorno ri cruci perché durante la Messa vengono benedette le innumerevoli piccole croci che i pellegrini costruiscono con virgulti di castagno intrecciati in mille fogge, lungo l'ascesa; questi saranno poi portati a casa e attaccati ai muri come "benedizione" per la vita domestica e messi nei campi come auspicio di buoni raccolti.
Al santuario si accede tramite una strada asfaltata che attraversa i bei boschi della Civitella. L'ultimo tratto è costituito da un ripido sentiero che costeggia alcuni muri di contenimento del frurion di Velia (IV sec. a.C.). La cappella sorge a ridosso di molti ruderi (è in corso uno scavo) e presenta la facciata principale di stile neoclassico, con triglifi e metope finte, nella base del timpano, sostituite quest'ultime con grosse formelle di stucco. Sul sagrato si scorgono i resti di un ampio pozzo scavato nella roccia per la raccolta delle acque piovane e che verosimilmente serviva gli abitanti del frurion; attiguo è ben visibile anche il grande pozzo dell'acqua lustrale con un piccolo canale di deflusso. Sulla roccia più alta, a ridosso del pozzo, vi è eretta una grande croce in legno (questa roccia è detta `a Prèta), mentre un'altra situata al limite del piccolo pianoro, è detta `u Cantóne ru Riàvulo in quanto la tradizione popolare ravvisa in alcuni segni che vi sono incisi profondamente, le mani e le ginocchia del diavolo che fu scaraventato giù dalla Madonna del Sacro Monte che appare maestoso a sud-est. La statua in malta policroma, inasportabile, riflette i canoni dell'iconografia bizantina, ma reca il Bambino sulla destra.
Al santuario della Madonna di Pietrasanta si accede in alcune occasioni: martedì dopo Pasqua, ultimo lunedì di maggio, 3 gennaio, anniversario del miracolo che lo salvò dall'incendio appiccato dalle truppe francesi nel 1806, e il 15 agosto quando si celebra la giornata di fraternità con gli emigrati; resta aperto nei mesi di luglio e agosto ed ogni martedì sera da Pasqua ad ottobre vi si celebra la messa.
Incerte sono le origini. La leggenda narra di due pastorelli che, in cerca di un agnello smarrito, ebbero la visione della Madonna nei pressi di una fonte; l'acqua ritenuta miracolosa, ancora oggi è somministrata agli infermi. La fabbrica attuale è del XVII secolo, ma vi sono stati almeno tre interventi posteriori. L'interno con volta a botte appare di un delizioso stile barocco, adorno di stucchi; il presbiterio, molto piccolo rispetto al corpo, è dominato dalla bella statua della Madonna scolpita sul posto nella cuspide di una roccia; da cui il nome. Verosimilmente l'icona santifica il luogo e il culto della Vergine si sostituisce al primitivo culto della pietra (v.
oltre). Il pellegrinaggio più imponente è quello dell'ultimo lunedì di maggio; il corteo parte dalla chiesa madre nella mattinata; molte sono le cénte che vengono portate come voto; molti percorrono l'intero tragitto a piedi nudi; ma altri preferiscono raggiungere il santuario in auto, tramite la bella strada panoramica costruita di recente.
Le cénte hanno qui una foggia particolare: sono a forma di casa e la nicchia ricavata fra le candele accoglie un putto su cui sono appuntati piccoli oggetti votivi, tra i quali almeno uno che simboleggia la grazia ricevuta. Il voto viene rinnovato ogni anno; perciò il devoto parteciperà, fin quando vivrà, al pellegrinaggio con la cénta allestita nell'anno della grazia. Su di essa si distingue un nastro bianco con su ricamata la data in cui è stata ricevuta la grazia.
Le cénte nell'ultimo pellegrinaggio (28-5-1990) erano solo sette, mentre nell'immediato dopoguerra, prima dell'emigrazione, secondo la testimonianza di alcuni pellegrini, erano anche più di cento. "Non ci sono più miracoli - ci dicono - perché abbiamo poca fede..."
PELLEGRINAGGI AI SANTUARI RUPESTRI
A Capizzo, a Magliano Vetere e a Caselle in Pittari, all'alba del giorno della festa patronale, si tiene una processione che, partendo dalla chiesa madre, raggiunge una cappella sulle alture che sovrastano i rispettivi centri abitati, ricavata utilizzando in parte delle grotte naturali.
Oltre al significato insito nei riti propri dell'ascesa, il santuario in una grotta (=viscere della terra) rappresenta un richiamo diretto al mondo sotterraneo che permette al devoto di avvertire con più immediatezza la presenza dell'aldilà.
I tre pellegrinaggi riportano una suggestione così profonda tanto che i riti, i canti, i colori e lo scenario naturale di quei monti difficilmente potranno essere cancellati dall'animo del credente o del semplice turista.
La processione viene fatta con la statua del santo, che durante l'anno non è lasciata nel santuario (eccetto che a Caselle): oggi per motivi di sicurezza (sono stati molti i furti di antichi simulacri in questi ultimi anni), ma un tempo per la ritualità propria del pellegrinaggio rurale che si esplicava soprattutto nell'andare lungo i campi e nel far vedere dall'alto le campagne al santo protettore, che poi deve ritornare al centro (chiesa madre) del luogo dell'abitazione stabile dei credenti, come nume tutelare.
Queste feste e questi pellegrinaggi, come sopra accennato, sono di cultura contadina in quanto presuppongono dei punti di riferimento fissi (campi coltivati e abitazioni strette attorno alla chiesa); la presenza del mondo pastorale si esprime solo marginalmente la sera della vigilia, quando i pastori accendono fuochi sulla montagna ad indicare che trase la festa, cioè che inizia il tempo sacro della festività. Un simile rituale lo troviamo anche la vigilia dell'Assunta nei paesi del Cilento Antico e durante alcune processioni rurali.
A Capizzo il pellegrinaggio si tiene l'11 luglio e raggiunge il santuario di S. Mauro, situato sulla dorsale sud-est del monte Chianiéllo, sull'altura detta appunto di S. Mauro, a quota 1078 m. s.l.m; lungo la stessa dorsale vi è anche il santuario di S. Lucia che i fedeli di Magliano Vetere raggiungono con una breve salita la terza domenica di settembre, a 743 m. s.l.m.; particolarmente accorsato ci sembra quello di S. Michele Arcangelo a Caselle di Pittari, a m. 598 sul monte omonimo, molto lontano dal paese, ma che è meta di pellegrinaggio due volte l'anno, l'8 maggio e il 29 settembre.
Il cerimoniale della partenza ha inizio all'alba: alcuni fedeli insieme ai portatori si radunano nella chiesa madre ai rintocchi del mattutino, mentre la banda musicale fa il giro del paese per andare a prendere le cénte, le cui portatrici attendono davanti alle rispettive case, ove offrono un rinfresco ai musicanti, ai vicini e a quanti sono lì presenti. Pervenute poi queste sul sagrato della chiesa, ove vengono accolte e benedette dal parroco, ha inizio la processione-pellegrinaggio.
Il carattere è penitenziale; molti, soprattutto donne, percorreranno l'intero tragitto scalzi. Apre il corteo un grande stennàrdo (stendardo a forma di vela, retto da un'antenna altissima), subito seguito dalle portatrici di cénte, a piedi nudi. A Magliano, oltre che dallo stendardo, sono precedute da due giovani che portano un antico quadro di S. Lucia e da due ragazze con un cesto di ceri, che offrono a chi ne fa richiesta, ricevendo un'offerta.
La forma delle cénte è varia, a seconda della tradizione del paese: a Capizzo è ovale o a castello; a Magliano, a barca, a castello o ad uovo; a Caselle in Pittari sono per lo più a castello e sui quattro lati recano immagini devozionali di santi, anche di culto moderno (es. Madonna di Pompei).
Segue la statua del santo sotto il palio, addobbata degli ori antichi; poi la banda musicale, infine i fedeli.
Il corteo imbocca la via più breve per uscire fuori dall'abitato e man mano diventa sempre più folto; procede poi necessariamente quasi in fila indiana, in quanto il sentiero si fa sempre più angusto.
A Caselle i fedeli recano ciascuno una candela e un mazzo di fiori, a Magliano una candela e a Capizzo una borraccia o una bottiglia vuota; l'uso di questi oggetti è ben finalizzato, come vedremo oltre. A Capizzo notiamo pure numerose giovani coppie che portano in braccio i loro figlioletti, anche in fasce.
Una sola sosta sarà fatta a circa metà percorso: la statua del santo viene portata all'estremità di un piccolo pianoro dal quale si possono vedere le campagne sottostanti, sempre rivolto verso il Sacro Monte che si erge maestoso in lontananza, seminascosto dalla foschia. Il prete benedice i campi, poi inizia una preghiera alla Madonna, infine si riparte.
Solo ora cominciano i canti tradizionali e la banda musicale tace. Sono di solito motivi che imitano quelli in uso nel pellegrinaggio al Sacro Monte, con testi leggermente diversi, in quanto viene sostituito solo il nome del santo protettore. E' interessante notare come il riferimento alla Madonna del Monte è sempre presente nei pellegrinaggi locali.
Cessa anche il suono delle campane della chiesa madre, che fino ad ora ha accompagnato il rito, e risponde quello della campanella del santuario.
Finalmente, giunti a destinazione, le cénte vengono adagiate ai lati dell'ingresso, lungo il piccolo viale che introduce alla grotta. La prima parte del pellegrinaggio termina con la celebrazione della messa.
I riti a questo punto si diversificano, acquistando ciascuno una propria connotazione. Diversi sono anche gli ambienti in muratura che coprono all'esterno l'imbocco delle grotte.
Il santuario di S. Mauro a Capizzo è un grande edificio, al quale si accede tramite un portale gentilizio seicentesco, sormontato da un mascherone, che immette in alti locali, il cui tetto ricopre l'ampio spazio occupato da una ripida e lunga gradinata. Nella parte superiore è ricavata la cappella, con soffitto in legno e tetti in cotto; presenta un matroneo addossato al muro laterale all'ingresso. Il presbiterio è ricavato in un anfratto di roccia, ricoperto di stucchi, tra i quali troneggia un affresco appena leggibile. L'altare, cui si accede tramite sei gradini in pietra, lunghi tutta la larghezza del presbiterio, è in fabbrica ricoperto da stucchi con qualche accenno di volute; è sormontato da una piccola nicchia nella quale è custodita - inasportabile - l'antica statua di S. Mauro, fatta di malta e mattoni, ricoperta di gesso policromo. Si racconta che questa fu rinvenuta in un antro profondo alcuni metri che ancora si può vedere dietro l'altare, a fianco al pozzo di acqua sorgiva perenne.
Il santo era comparso in sogno ad una donna di Monteforte, invitandola a rendere noto il nascondiglio. Recatosi il popolo sul posto e avendo scavato, fu rinvenuta la statua, che si cercò di trasportare a valle; ma giunti a metà percorso, si fece così pesante che i portatori non riuscirono più ad andare avanti. Sul posto il santo lasciò incisa una croce - oggi è detta Croce re miézzo - che i pellegrini passando baciano sfiorandola con la destra. Si tentò allora di costruire colà una cappella; ma il lavoro fatto di giorno veniva distrutto di notte. Così i devoti capirono quale fosse la volontà del santo e riportarono la statua nella sua grotta.
Sul tetto della cappella vi è un arco con campanella, sulla quale è incisa la data 1643 e l'effige in bassorilievo della Madonna di Costantinopoli. E' interessante notare che la stessa immagine è scolpita su una campanella datata 1609, che alcuni anni fa venne rinvenuta tra le rovine della cappella dello Spirito Santo a San Mauro Cilento, ove egualmente si venera come protettore S. Mauro; si potrebbe valutare l'ipotesi che i due culti siano legati ad una matrice comune e a fatti storici contemporanei che ci riportano all'immigrazione greca nel Cilento in seguito alla caduta di Costantinopoli del 1453.
Dopo la celebrazione della messa, i fedeli si recano dietro l'altare ad attingere l'acqua dalla sorgente; viene fatta bere anche ai bambini e parte portata a casa a coloro che non hanno potuto prendere parte al pellegrinaggio. Poi segue un rito singolare: le mamme tolgono gli abiti ai bambini - ve ne sono di ammalati - e li appendono come ex voto alle pareti del presbiterio (ne abbiamo contati un centinaio). Molti si soffermano a pregare sui gradini dell'altare, altri approfittano per godere lo stupendo panorama.
Il santuario di Santa Lucia a Magliano Vetere è costituito da due angusti ambienti, contigui, ciascuno con un altare in fabbrica. Fu ingrandito nel 1945 come ricorda una piccola lapide. Sul muro di fondo della parte nuova, vi è un affresco della santa; la cappella antica si apre a circa metà del lato sinistro, ove resiste il vecchio altare, abbandonato, che copre l'imbocco dello stretto antro. Sulla destra, dietro questo altare, due archi ciechi accolgono due antichi affreschi, solo uno dei quali è appena leggibile. Una miriade di candele accese dai giovani e disposte nelle mille piccole cavità delle pareti della roccia, creano un ambiente molto suggestivo, quasi misterioso; i più arditi si arrampicano lungo gli anfratti per parecchie decine di metri. Ai lati del corridoio centrale si scorgono molti piccoli alvei scavati nella roccia, stranamente liberi da umidità. Ci dicono che la grotta termina in una grande cavità, molto profonda, oltre la quale nessuno è mai andato.
Il santuario di S. Michele a Caselle in Pittari, è quello che conserva dal lato iconografico una memoria storica più viva e interessante. E' formato da due grotte. La prima, la più piccola, è detta di Sant'Angelo; i pellegrini vi si recano appena giunti e cospargono il pavimento di ceri accesi, soprattutto davanti al piccolo altare in fabbrica policroma, sormontato da una nicchia elegantemente decorata con stucchi a motivi floreali policromi; questa ospita una statuetta di S. Michele Arcangelo, di gusto barocco, in atto di schiacciare Lucifero. Sulla sinistra vi è un piccolo antro che i ragazzi illuminano con numerosi ceri.

L'altra grotta, più grande, è posta quasi di fronte ed è detta propriamente di S. Michele. Anche qui l'altare è in fabbrica policroma, sormontato da un baldacchino in legno e addossato ad una parete in muratura antica, sulla quale è ricavata una nicchia che ospita la statua del santo dai tratti rinascimentali, elegantemente cesellati. Sulla sinistra della nicchia centrale, scolpita su una lastra di pietra, vi è il bellissimo bassorilievo di S. Michele, con lo scudo crociato, che uccide il drago, del XII secolo. Molti segni magici - tra i quali distinguiamo la spirale - e una scritta in caratteri gotici, ornano il bordo. Anche qui il piccolo presbiterio è cosparso di ceri accesi.
Dopo la celebrazione della messa, i fedeli, con un rito simile a quello che troviamo sul Sacro Monte, sfilano davanti al bassorilievo, lo baciano stendendo la mano destra e vi depongono davanti o a fianco il mazzo di fiori che hanno portato dal paese: alla fine avranno letteralmente ricoperta l'icona.
I riti del ritorno sono meno austeri. I canti si eseguono fino al luogo dove è stata effettuata la sosta durante la salita. Nell'ultima parte del percorso, molti dal paese vanno incontro ai pellegrini con bibite e dolci locali che offrono come ristoro ai portatori della statua e alle portatrici di cénte. Alle prime case del paese la processione si ricompone, si aggregano altre cénte e numerosi altri fedeli.
Da notare che nel pellegrinaggio di S. Michele a Caselle, la statua del santo non viene portata sulla montagna ma, da tutti coloro che sono rimasti in paese, viene accompagnata incontro ai pellegrini che ritornano dal santuario. Fuori dall'abitato i due cortei si fondono e, dopo una breve omelia tenuta dal parroco, la processione percorrerà le vie del paese e si scioglierà a mezzogiorno con la messa solenne. A Magliano e a Capizzo, invece, il pellegrinaggio termina nella chiesa madre e la processione solenne sarà fatta in serata.
A titolo di completezza, citiamo anche altri due pellegrinaggi a santuari rupestri. Il primo ha per destinazione la grotta di S. Elena a Pruno, sulle pendici sud-ovest del M. Rotondo, a quota 849 s.l.m., e si tiene la domenica successiva al 29 giugno, con partenza in mattinata da Laurino; la strada rotabile permette di accedervi agevolmente, ma se ne va perdendo ormai la ritualità. L'altro, relativo alla grotta di S. Michele Arcangelo sul M. Ausinito (m. 1120), è ormai caduto in disuso da circa quindici anni; si teneva l'8 maggio e vi partecipavano soprattutto i devoti di Valle dell'Angelo.



I MESTIERI AMBULANTI NEL CILENTO
L
Il Barbiere
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Tra i tanti mestieri del Cilento ve ne erano di quelli a posto fisso, con regolare bottega, altri itineranti. Molti, anche bravi artigiani, giravano da casolare a casolare offrendo le loro prestazioni, ricavandone modesti guadagni consistenti in pochi soldini o, normalmente, in generi in natura.
Alcuni di quei mestieri consistevano sulla semplice prestazione manuale, altri nel baratto di merci, altri ancora in vere e proprie compravendite.
`U Conzapiatti
Il conciapiatti girava per le campagne dove veniva impiegato nella riparazione di piatti, scafe, vasi di terra cotta e ruagne (vasellame di coccio) rotti. La bravura consisteva nel bucare i cocci, con un trapano ad arco, e attaccare con mastice di gesso e filo di ferro, in modo da renderli ancora efficienti. La semplice riparazione di un piatto, che poteva essere usato ancora per anni, per il prezzo che richiedeva, era sempre meno costosa che comperarlo nuovo. Tuttora, nei vecchi vasci, locali terranei, si trovano vecchi oggetti riparati dal conzapiatti, sicuri reperti di museo della cultura contadina. All'occorrenza `u conzapiatti si prestava anche a riparare gli ombrelli.
I conciaombrelli, specie nelle botteghe a posto fisso, erano i barbieri che avevano singolare maestria per quelle riparazioni. Ma il conzambrelli ambulante portava la sua opera a casa del cliente, riparando ombrelli che da anni venivano usati, sino ai limiti delle loro possibilità. Poi alla fine, dallo stesso conciaombrelli, veniva acquistato un nuovo ombrello che, per la maggior parte dei casi, trattavasi di uno degli ombrelli usati che l'ambulante portava sulle spalle.
Il barbiere
Il mestiere del barbiere era esercitato, per lo più nei grossi centri, con propria bottega. Le sue prestazioni erano quelle del taglio dei capelli, della rasatura delle barbe, ma anche di conciare ombrelli e di apporre sanguisughe o fare salassi, su prescrizione medica, agli ammalati di polmonite. Nel salone, nei giorni di festa, affluivano i clienti dai piccoli centri o nuclei abitati sparsi per le campagne. Normalmente era consuetudine degli uomini di radersi almeno una volta la settimana, o anche ogni quindici giorni, con un vecchio rasoio che veniva affilato su di un pezzo di ardesia. Per il taglio dei capelli correvano anche alcuni mesi tra un taglio e l'altro. Il padre provvedeva al taglio dei capelli dei figli ed anche dei vecchi che non potevano più muoversi di casa. Per la sistemazione dei capelli sulla nuca, si seguiva il segno della coppola o anche di una scodella. Non mancavano, però, barbieri ambulanti che davano le loro prestazioni a casa di clienti che di tanto in tanto si facevano sbarbare e tagliare i capelli.
Come già si è detto, il barbiere, anche se ambulante, conciava anche gli ombrelli.
Il fotografo
Molti furono i fotografi ambulanti che girarono per le campagne del Cilento. Anche nelle più lontane e sperdute contrade tra i monti, piacque sempre farsi ritrarre e fare fotografare i membri della propria famiglia singolarmente o in gruppo.
Molte famiglie tra gli oggetti loro cari conservano fotografie di antenati di cui hanno perduto il ricordo, sia dei nomi che del rapporto di parentela. Altri in quadretti mantengono appesi alle pareti vecchi dagherrotipi del secolo passato che, in molti casi, ci tramandano l'aspetto dei costumi dell'epoca.
Il pasticciere
Nelle grandi ricorrenze familiari, specie nei matrimoni, i pasticcieri ambulanti venivano soventemente ingaggiati. Essi, qualche giorno prima della cerimonia, si recavano a casa dei festeggiati preparando dolcetti di vari tipi. Al pasticciere dovevano essere forniti farina, uova, latte, zucchero, mentre ai vari coloniali ed essenze provvedeva lo stesso pasticciere. Tutti in famiglia prestavano l'aiuto che veniva richiesto e, nel forno acceso a temperatura voluta, venivano cotti i dolcetti.

`U conzacauràre
Anche il mestiere dello stagnino veniva esercitato a casa dei clienti, e veniva denominato conzacauràre. Egli veniva vivamente richiesto perché, essendo la stoviglieria di cucina quasi tutta di rame, periodicamente occorreva stagnare i fondi delle pentole per evitare possibili avvelenamenti da rame. Con l'occasione si facevano stagnare anche le posate di ferro, e si riparavano pentole rotte.
`U ramàro
Di tanto in tanto, col suo carretto carico di oggetti di rame, transitava il ramaio che forniva pentole nuove. Gli acquisti non mancavano e la cucina si riforniva di nuove pentole. Sul costo dell'acquisto, quasi sempre si barattava il pezzo di rame da sostituire.
’U FORGIARO
Il forgiaro lavorava il ferro. Gli attrezzi che utilizzava erano l’incudine, il martello
e mazze, insieme di pinze e tenaglie per tenere ben fermo il pezzo da lavorare.
Per piegare il ferro utilizzava il fuoco alimentato da carbone della legna o da carbon fossile. Il fuoco veniva acceso nella fucina, fornita di un camino per la fuoriuscita del fumo, ed era continuamente ravvivato da un mantice collegato ad un
soffietto. Inizialmente il mantice non era rotante ma fisso e bisognava sollevarlo ed abbassarlo in continuazione.
Quando le barre di ferro diventavano incandescenti e quindi molli, il forgiaro le prendeva con molta sveltezza servendosi della tenaglia e le metteva sull’incudine, dove le batteva con il martello, con colpi cadenzati, fin quando assumevano la forma desiderata.
I fabbri costruivano attrezzi da lavoro per vari mestieri. Per i contadini zappe, falci, rastrelli...
Riparavano gli aratri, quelli tirati dai buoi. Costruivano accette e
ronche per tagliare la legna, brocche, caldaie e tegami. Sostituivano, all’occorrenza,i ferri agli zoccoli di equini e bovini e saltuariamente lavoravano il ferro battuto destinato a recinti, cancelli, porte e finestre.

`U molafuórfece
`U molafuórfece, l'arrotino o molaforbici, circolava per il Cilento spingendo faticosamente il suo marchingegno, facendolo rotolare sulla ruota che avrebbe dovuto azionare la mola.
Gli arrotini meno poveri circolavano con un carrettino tirato da un asino. Anche questo artigiano itinerante era atteso dai suoi clienti. Anche se al contadino non mancava una cota per affilare i suoi attrezzi di mestiere, spesso si aveva bisogno dell'arrotino per dare una sistemazione alla coltelleria di casa, specie delle forbici che volevano una mano addestrata per la loro molatura.

`U zìngaro
`U nzìngaro o zìngaro, girovagando per il Cilento, periodicamente passava dai suoi clienti. Egli era molto bravo nei lavori in ferro ed in campagna gli attrezzi avevano bisogno di manutenzione. Particolarmente si impegnavano per ferri di aratro, del frantoio, scalpelli, puntilli, cardini, succhielli, carrucole, forchettoni, ed altro. Agli zingari si potevano chiedere i lavori più vari e ad essi ci si affidava per le tempere dei metalli degli attrezzi di lavoro consumati o spezzati. In questo campo si può affermare che una tempera al metallo data da uno zingaro si poteva dire perfetta. Ancora in molti vasci si notano varole, penne di zappe consumate e azzareate, cioè riallungate, con un pezzo di acciaio, saldato col fuoco e a colpi di martello. Dopo decenni di lavoro, le azzareature si sono solo in parte consumate, ma giammai si sono più dissaldate. Gli zingari erano anche molto abili nel costruire ottimi "scacciapensieri".

`U pezzàro
Il pezzàro, il pezzaio, il raccoglitore di stracci, ritirava stracci vecchi, ferro e metalli vari, ossa di animali ed oggetti fuori uso, dando in cambio qualche pezzo di ruagna (oggetto in terra cotta) e se ci fosse stato presente qualche bambino, un fischietto di terra cotta. Il termine si applica anche ai venditori ambulanti di stoffe e vestiti in genere.
`U piattàro
Il piattàro era colui che con un piatto di fichi di pessima qualità o di poco conto, dava il corrispettivo in piatti. Per una insalatiera o una scafarea o una piatta (grosso piatto di ceramica o di ferro smaltato), le trattative si prolungavano all'infinito e, alla fine, restavano tutti soddisfatti.

`U sapunàro
`U sapunàro era colui che ritirava olio non del tutto commestibile, pagandolo con pezzi di sapone. Anche in questo caso, accanite discussioni si prolungavano sul deprezzamento dell'olio e la bontà del sapone da parte del saponaro. Nel Cilento, proprio perché si poteva disporre di olio, le donne producevano sapone in grande quantità per l'uso familiare, ma la novità dell'acquisto era una variante alla vita quotidiana, perciò non macava mai nel vascio una vesenèdda (anfora di olio non buono), in attesa del sapunàro che, se tardava più del solito, costituiva un pensiero nell'attesa.

`U mureàro
Il mureàro si presentava poco dopo la campagna della molitura delle olive, per fare acquisto di mòrea, cioé la feccia depositata in fondo agli ziri dal nuovo olio. Anche il moreàro pagava la mòrea con pezzi di sapone o anche con denaro.

`U tartaràro
Il tartaràro per l'acquisto del tartaro, si apprestava a raschiarlo personalmente dalle botti, nelle quali si infilava albilmente, attraverso la riola, il mezzule ovvero il portellino del recipiente. Il tartaro acquistato veniva racchiuso in un largo fazzoletto di colore blu a fiorellini bianchi, fazzoletto che è passato nella proverbiatica paesana, per le sue dimensioni, come `u fazzuletto r'u tartaràro. Il tartaràro pubblicizzava la sua presenza con la tradizionale voce: `u tartararo c'a pacienza. Davvero il suo mestiere richiedeva molta pazienza, ma forse, anche per la pazienza che egli aveva nelle trattative con le donne sul valore del tartaro, prima e dopo il recupero dalla botte.


IL CANTO POPOLARE NEL CILENTO
L
La Ciaramella
Lo Zampognaro (Leggi)
Il canto e le musiche hanno sempre rappresentato per il popolo lo strumento maggiormente consono al suo animo per esprimere gioie e dolori e per dare maggiore carica emotiva ad un rito o ad un'occasione.
Certo, si tratta sempre di manifestazioni inconsce, in quanto il popolo compone i suoi canti o apprende quelli dei padri come memoria del suo microcosmo e come naturale trasmissione dell'animus della sua identità.
La tradizione orale è di tale duttilità, che il processo di trasmissione avviene sempre in maniera libera e per lo più obbedisce a fattori contingenti e comunque non controllabili dalla volontà di chi canta o narra. Si tratta piuttosto di stati di emotività legati a certi momenti o luoghi che costituiscono la motivazione e l'occasione, non solo dei canti, ma anche della gestualità ad essi legata. Ad esempio i temi più noti dei canti popolari (amore, morte, religione, dolore, destino) sono comuni in aree limitrofe e culturalmente omogenee e vengono poi sviluppati di volta in volta dai cantori, che aggiungono o tolgono a seconda dell'occasione, creando a loro volta testi nuovi e originali, non per quanto riguarda il tema, ma per la situazione rituale del momento.
In passato i cantori, riuniti in occasioni di matrimoni, feste, conviti, si cimentavano in strofe, a chi ne sapesse improvvisare di più belle e toccanti, satiriche o pietose, osannanti o di disprezzo, ove il tema dell'amore era sempre il principale, ma spesso cedeva il posto a comiche battute nei confronti di personaggi o situazioni che costituivano la piccola cronaca del microcosmo paesano.
In questo caso è ancora più difficile individuare motivazioni più vaste dei fatti contingenti che determinarono la composizione di un certo tipo di strofe, di battute o di versi; la raccolta dei testi dei canti popolari diventa così ancora più complessa, data la quantità di varianti che uno stesso componimento ha subito a seconda del luogo o del cantore.
Diciamo dunque che i testi dei canti popolari, mai definiti in passato in quanto erano parte viva e integrale della vita quotidiana, oggi possiamo raccoglierli nell'ultima versione proposta dagli ultimi cantori ed esaminarli non dal punto di vista letterario, ma emotivo e rituale.
Il canto popolare, laddove ancora si pratica, ha così acquistato una sua forma quasi definita, appunto perché son venute a mancare la fantasia e la versatilità dei cantori del passato e i testi ne vengono accettati passivamente, curando anche di obbedire a certe regole; come, ad esempio, ricordare il verso ascoltato dal nonno o riprodurre le giuste assonanze rivendicando un tipo di motivo proprio di una località, che si distingue da quello delle aree limitrofe e che in alcuni casi differisce da paese a paese.
Il canto popolare, dunque, è la rappresentazione di un mondo interiore che si esplica emotivamente soprattutto nel giorno di una determinata festività religiosa o nell'occasione di una festa collettiva; per cui la gestualità che lo accompagna e che ne deriva, è l'espressione esteriore di un mondo magico interiore, che si esplica con tensione drammatica nel rituale legato ad un tempo e ad un luogo specifico.
Va sfatata l'idea del canto popolare come "canto semplice" e che tutti possono apprendere ed eseguire. Si può notare, infatti, nelle poche occasioni rituali nelle quali ancora si usa, che i nomi di coloro che col canto meglio interpretano l'animo popolare, sono unanimamente conosciuti e riconosciuti da tutta la comunità.
Per tutte queste motivazioni, il canto popolare rappresenta l'espressione del momento e acquista perciò il carattere e la dignità di linguaggio di una cultura.
Va dunque superata la tendenza o comunque la preoccupazione a ridurre ad ogni costo le strofe, la metrica e la musica a schemi fissi, ingabbiando così la libertà espressiva di questo linguaggio che per la sua natura costituisce l'espressione di vari stati d'animo di situazioni collettive.
Per comodità di indagine, possiamo proporre una schematizzazione, soggettiva, dei vari tipi di componimenti tramite i quali il canto popolare cilentano si esplica, pur nella coscienza che schematizzare significa racchiuderlo in categorie ben precise e quindi togliergli la vitalità che gli è propria, tradendo la sua natura di linguaggio culturale.
Diciamo anzitutto che per lo più ogni argomento è legato ad un particolare schema metrico, anch'esso a sua volta passibile di variazioni a seconda della vena poetica del cantore; si possono tuttavia individuare tre schemi fondamentali:
1) Canti a strofe, formati in genere da quattro distici endecasillabi a rima alternata, dove il secondo verso del secondo e del quarto distico fungono da replica (ripresa). Di solito il testo è in dialetto, anche se non mancano testi in un italiano aulico-popolare. Il contenuto abbraccia ogni aspetto della vita sociale, ma viene classificato in soli tre temi: amore, sdegno, lontananza, cui è collegata l'esperienza culturale dei cantori. In costoro, infatti, la tematica specificamente sociale e politica non sembra essere presente; essa ci appare di origine dotta e non corrispondente alla cultura popolare, anche se spesso il popolo ne ha appreso e tramandato i testi. Non mancano brani a carattere didascalico o ironico, di dissacrazione dei valori, sulla sorte, di verismo marcato, sulla morte.
Questo componimento, dal punto di vista della struttura metrica, è la base del tipico canto alla cilentana, la cui esecuzione è polivocale, a tempo di pastorale, con una voce alta ed una o più basse, che accordano su quella principale al secondo emistichio del primo verso, seguendo poi con lo stesso tono fino alla ripresa. Un solo fiato regge il canto di ciascun verso, l'emissione è a voce lacerata e su quella principale interviene la melodia dei bassi, che ad un certo punto non scandiscono più le parole ma fanno da sottofondo melodico con melismi. L'esecuzione può essere anche monodica e accompagnata dal suono dell'organetto, che oggi è subentrato ai vecchi strumenti ormai dimenticati, la chitarra battente e il fruschariéddo (zufolo).
Il testo dei canti d'amore è di solito così strutturato: nei primi due distici si descrive una situazione o si introduce un paragone o si fa riferimento alla bellezza e incanto della natura, per poi riportare il tutto alla situazione amorosa, che può essere di elogio per la bellezza della donna amata, di dolore per non essere corrisposto o a conclusione ironica. Il tutto per dare forza ai due concetti fondamentali espressi nel secondo e nel quarto distico, che costituiscono la ripresa.
2) Canti monostrofici, che racchiudono in una sola strofa di pochi versi a metrica libera, un sentimento, un omaggio, un'arguzia, una satira. Il ritmo è libero e in genere si adatta a motivi inventati al momento.
3) Canti a schema libero, di varia ampiezza, divisi o no in strofe, con un numero di versi non definito, a volte conclusi da una replica. In questi canti il tipico schema musicale "alla cilentana" assume moltissime variazioni, fino a scomparire del tutto in quelli che vengono da aree limitrofe o a fondersi col motivo originale. Anche in questi casi la tradizione musicale popolare mostra la sua duttilità, acquisendo un carattere proprio che è peculiare del luogo e dei cantori che tramandano il canto. La melodia o le nenie che ne derivano sono particolarmente suggestive.
Per quanto riguarda gli argomenti, i canti cilentani ripropongono i temi comuni alla tradizione popolare dell'Italia meridionale: da quelli d'amore - i più numerosi - (serenate, lontananza, passione, disprezzo) a quelli politici e sociali; da quelli legati al ciclo della vita umana (ninna-nanne, strofette per divertire i bambini, imenei, lamenti funebri) a quelli sul destino.
Particolare menzione va fatta per i canti carnescialeschi, epici e religiosi.
La brevità di questa nota non ci permette di addentrarci in un tema così vasto, la cui tracce, benché ormai labili, pur sono rimaste nella memoria popolare cilentana. Diciamo solo che i primi due gruppi risentono molto di temi di importazione e ripropongono quelli noti in gran parte di tutta l'Italia meridionale.
La stessa cosa dicasi per quelli religiosi, tra i quali vanno segnalati per la loro peculiarità quelli delle Confraternite, che costituiscono attualmente l'unico repertorio di canto popolare cilentano ampiamente praticato. In essi il tema musicale risulta arcaico nella sua struttura e composizione e può considerarsi una variante "dotta" di quello tipico detto "alla cilentana".
Interessanti sono anche le cosiddette novene in onore dei santi protettori o preparatorie delle principali festività. Sono certamente di origine dotta, con testo in italiano aulico e di composizione per lo più posteriore al XVII secolo. Sono cantate sul motivo di pastorale e strutturate su strofe di quattro versi settenari o ottonari, con ritornello, che sostituisce la replica tradizionale. Nelle novene, appunto perché di composizione più recente, si nota già una maggiore apertura verso aree culturali più vaste ed una maggiore aderenza a schemi musicali e poetici guidati dalla liturgia. Il canto andrebbe eseguito senza il suono dell'organo per la presenza del sottofondo melodico dei bassi; ma nell'un caso e nell'altro le melodie risultano sempre molto suggestive. Purtroppo va denunciata la tendenza messa in atto da alcuni parroci a ridurre a pochi minuti l'esecuzione delle novene o addirittura ad eliminarle. Ciò, mentre da una parte non corrisponde di certo alle moderne direttive canoniche, resta tuttavia un abuso di cattivo gusto e di offesa alla pietà popolare.
I canti venivano accompagnati, un tempo, da rudimentali strumenti musicali, che non davano il motivo, bensì servivano solo per segnarne il ritmo e accennare la melodia di base.
Nel 1814, Vincenzo Gatti, di Laureana, così scriveva: "Non si conoscono altri strumenti che la zampogna, la ciaramella, il fischietto, la chitarra battente, il pandolino, il violino, e il tamburo. Gli abitanti sono molto dediti all'andare cantando di notte, per cui accadono dei continui sconcerti. La cantilena è nel suono della pastorale. La danza è la tarantella".
Erano, questi, tutti strumenti costruiti in loco. Il fischietto o zufolo (fruschariéddo), lungo circa quindici centimetri, era ricavato da un pezzo di canna, su cui venivano praticati quattro fori, di cui uno per l'emissione del suono e tre per la modulazione; la chitarra battente era più piccola della chitarra cosiddetta "francese", con solo quattro corde che, "pizzicate" con decisione, davano il ritmo al canto. Noti erano i liutai di Casigliano, che poi vendevano i loro prodotti nelle fiere locali. Con l'emigrazione in America di uno degli ultimi artigiani nel 1951 e con la morte dell'ultimo anziano fabbricante di chitarre nel 1975, si è estinta anche questa bella tradizione artigianale. Il pandolino era una specie di mandolino napoletano, ma con la cassa più piatta e dalla forma rotonda.
Oltre alla zampogna e ciaramella, ancora usate nei paesi dell'interno, gli altri strumenti ormai sono scomparsi, lasciando il posto all'organetto, di importazione calabro-lucana, suonato dagli ultimi cantori che ancora riescono a modulare le note dell'antico canto alla cilentana; rarissimi i suonatori di chitarra battente e di zufolo, quest'ultimo usato nell'ultima tradizione solo durante i riti di Natale.
Questi strumenti venivano suonati insieme, in una specie di concertino, detto li suoni, solo in alcune occasioni, tali un matrimonio o una festa di piazza. Nelle serenate era in uso il violino accompagnato dal pandolino o dalla chitarra battente; lo zufolo ed il tamburo segnavano il ritmo e le melodie nelle cantilene della trebbiatura; mentre la zampogna, e le ciaramelle, e oggi l'organetto o fisarmonica, accompagnano i canti del pellegrinaggio al Sacro Monte.


LA CANDELORA E LA QUARESIMA
Turismo e Dintorni.org
Girotondo
La Cannelòra e la Quarajésema sono due ricorrenze legate specificamente all'anno liturgico cattolico, che nella cultura contadina sono state inserite nel ciclo dell'anno meteorologico. La prima cade il ventunesimo giorno dopo l'inizio del Carnevale, cioè il 2 febbraio, mentre l'altra il giorno seguente il martedì grasso, quaranta giorni prima di Pasqua.
E' credenza popolare che se il giorno della Candelora è cattivo tempo, lo sarà anche per i quaranta giorni successivi, come viene cantato in queste strofette che divengono anche occasione per l'usuale ironia verso le vecchie e i preti:
Quanno è `a Cannelòra
O néveca o chiòve
Chiòve o ména viénto
Quaranta juorni re maletiémpo
Respónne `a vecchia into a lu furno
Rura fino a lu mese re giugno
Quann'è `a Cannelòra
Ogni prèvate se ròle
Cu nu muzzóne re cannula
Tutta `a chiérica se péla.

La Quaresima, nella cultura popolare, viene personificata e, come maschera, fa parte del corteo carnescialesco. Essa è la vedova di Carnevale di cui piange la morte; è magrissima, acciaccata, vecchia, vestita di nero, regge con la destra il fuso e con la sinistra la cunócchia (rocca) in atto di filare della lana. Essendo una maschera funebre, connessa alla morte dell'anno vecchio (Carnevale), potrebbe rappresentare il residuo del mito delle Parche della mitologia greca, delle quali conserva il filare, come simbolo dell'inesauribile crescere e scorrere della vita destinata alla morte, che segue sempre i capricci del Destino... Resiste ancora in alcuni paesi la simpatica usanza di fa' la Quarajésema, cioè di costruire una bambola di stoffa dalle sembianze di vecchia ed appenderla ad una finestra, subito dopo che si è sciolto il corteo di Carnevale. Ha le stesse caratteristiche della maschera e in più le viene attaccata sul posteriore un'arancia, sulla quale sono infilzate sette penne di gallina scacàta, cioè che non fa più uova. Queste vengono poi tolte una per ogni venerdì e bruciate. Infine il Venerdì Santo viene bruciata la Quarajésema con l'ultima penna e l'arancia. Tutti i riferimenti mitologici di questo rito sono connessi con i simboli della Morte che sembra aver preso momentaneamente il sopravvento sulla Vita. Lo stesso pupazzo della Quarajésema è una pupa re pèzza, cioè una bambola di stoffa, ma che ha i caratteri della non prolificità e della non-festa (è a lutto, è vecchia, reca le penne di una gallina che non fa uova); mentre la bambola è sempre nei giochi delle bambine il simbolo della maternità. Ecco come la Quaresima è cantata in queste strofe, nelle quali emergono i caratteri che la fantasia popolare attribuisce alla maschera:

Quarajésema cuossi-stòrta
Ja girànno pe into l'òrta
Se jettào pe nu muro
E se ruppètte l'uósso ru culo
Quarajésema cuossi-stòrta
Ja arrubbànno menèstra a l'òrta
La `nguntrào Carnulevàro
E `a pigliào cu nu palo
Quarajésema cuossi-stòrta
A lu spitàle se ne jètte
E ncapo re quaranta juórni
Accussì dda' fernètte


LA PASQUA NEL CILENTO
La Pastiera (Leggi)
La via Crucis
L
La Crocefissione
Il Calvario
Pilato e Gesù
La Pasqua Cilentana: le antiche tradizioni si sposano con la più viva religiosità; la festa della Vita che rinasce tra storia, le usanze di un tempo e le più gustose ricette...
Nel linguaggio popolare questo termine è attribuito a tre ricorrenze religiose, ciascuna ben distinta dall'altra:
Pasca Bufanìa (Pasqua Epifania) corrisponde all'Epifania, 6 gennaio;
Pasca re l'Ova (Pasqua delle uova) è la Pasqua di Resurrezione, cade la prima domenica dopo il primo plenilunio di primavera;
Pasca ri Juri (Pasqua dei fiori) corrisponde alla Pentecoste, che cade cinquanta giorni dopo la Pasqua di Resurrezione.
La prima,la PASCA BUFANIA, che nella tradizione cristiana celebra la manifestazione della divinità di Cristo ai Magi (nel consumismo moderno la Befana che porta i doni ai bambini), nella cultura contadina del Cilento è il giorno nel quale le anime dei morti lasciano definitivamente la terra. Un vecchio proverbio recita: Tutte li Pasche jéssero e benéssero, ma Pasca Bufanìa nu' benésse mai!
La seconda è detta PASCA RE L'OVA per l'uso antico di regalare alla persona amata e ai bambini `u viccio cu l'uovo, cioè una treccia di pane bianco che contiene un uovo, preparata durante l'ultima panificazione prima della festa. I simboli dell'uovo (=vita primordiale) e il rito del dono sono antichissimi e li troviamo presso molte culture. L'aspetto che si dà al viccio è molto originale e costituisce oggi una delle pochissime "forme" che esprimono in maniera diretta il significato di un rito arcaico. Ogni paese ha elaborato una sua "forma"; la pasta del pane può essere modellata a tòrtano, cioè rotonda con una piccola cavità al centro nella quale è posto l'uovo; oppure a viccio, cioè intrecciata a creare l'aspetto di un neonato in fasce e l'uovo è collocato nella parte superiore (testa) o più spesso in quella inferiore (ombelico). Il viccio, un tempo, per le bambine che lo ricevevano in dono, costituiva l'occasione del gioco della "mamma": fasciato, diveniva nella loro fantasia, il figlioletto da cullare.
Tutti questi elementi vanno letti simbolicamente (riferimento all'uovo cosmico, all'ombelico della terra come centro della vita e del mondo, ecc.) e collegati alle mitologie antiche delle "forme" primordiali della vita-che-nasce; le quali nella festa cristiana della Pasqua hanno trovato una loro collocazione come elementi della nuova vita dell'anima che si rigenera, libera dal peccato, dopo la morte, in virtù della resurrezione di Cristo.
Per la Pasqua re l'Ova si usano preparare delle pietanze particolari, per lo più delle pizze, cioè una specie di focacce; il loro nome è dato dall'ingrediente principale (pizza re maccarùni, re grano , re riso ). Gustosissima tra tutte è quella detta pizza chiéna , cioè "ripiena" con formaggio di capra fresco, uova sode e molte fette di supressàta (tipico salame di carne di maiale lavorata artigianalmente in casa); il tutto amalgamato da uova sbattute e formaggio grattugiato, sistemato tra due sfoglie in un ruoto; la cottura ideale è nel forno a legna.
Tutte le ricette paquali sono nel nostro ricettario: Le Pizze di Pasqua
Va anche ricordato l'uso cosiddetto della bottiglia, che ormai va scomparendo. I bambini, in attesa che arrivino le confraternite dei paesi vicini, preparano in una bottiglia un intruglio di liquirizia e zucchero sciolti in acqua, che agitano con forza fino ad ottenere un liquido nero e schiumoso, che poi bevono mentre ascoltano i canti delle confraternite, sorbendo da una cannuccia inserita nel tappo di sughero.
Collegata alla Pasqua è anche la processione delle Palme, alla quale tutti i bambini del paese partecipano con la palma fatta di ramoscelli di ulivo ornati di dolciumi e caramelle e un tempo di molti fichi secchi, non disponendo di altro. Consumate poi avidamente queste leccornie dopo il rito in chiesa, le palme benedette ormai spoglie saranno portate nei campi e attaccate su un paletto della vigna come propiziazione di un buon raccolto di uva.
Il periodo pasquale acquista in alcuni paesi anche il sapore della festa patronale. A Prignano, il Lunedì in Albis si recita l'Opera ri Turchi, la sacra rappresentazione che chiude la processione in onore di S. Nicola; a San Mauro Cilento inizia, con la processione di mezzogiorno, la settimana dedicata all'Addolorata, durante la quale la statua è esposta alla venerazione dei fedeli nella chiesa madre; si concluderà con la fiera del sabato e la festa grande la domenica successiva.
Parte importantissima dei riti pasquali sono le congrèe (confraternite), alle quali abbiamo dedicato un capitolo a parte (v. oltre).
La terza è detta PASCA RI JURI in quanto durante la messa solenne, il celebrante cosparge di petali i fedeli, simboleggiando così la discesa dello Spirito Santo.
Questa festa dei fiori, versione cristiana dei riti della primavera del mondo antico, è collegata ad altre due feste nelle quali pure i fiori sono "protagonisti", per così dire: l'Ascensione e il Corpus Domini.
Durante la scampagnata del Lunedì in Albis (Pasquetta) o nei giorni immediatamente successivi, si raccoglie un ciuffo di erba che cresce nelle crepe dei muri di campagna, detta l'erva r'Ascensióne. Posta a capo del letto, essa fiorirà dopo trenta o quaranta giorni, in prossimità appunto della festa dell'Ascensione. Un tempo, dal modo di svilupparsi dei rami o dal cadere dei fiori, le ragazze nubili traevano auspici per il loro matrimonio; segno di disgrazia imminente era se l'erba non fioriva affatto.
I fiori sono protagonisti anche nei riti del giorno del Corpus Domini, quando il paese appare trasformato: le vie ne vengono cosparse - domina il giallo della ginestra - a formare mille disegni o scritte; dalle finestre e dai balconi pendono le coperte più belle del corredo. L'addobbo deve accogliere degnamente la processione del Sacramento che viene portato in pompa magna dal celebrante sotto l'ombrello liturgico e il palio. Ai crocicchi delle vie vengono preparati i cappellóni, cioè degli altari improvvisati abbelliti con piante, drappi e coreografie di carta; servono come sosta per le benedizioni ai fedeli durante la processione, alla quale partecipano anche i bambini che hanno fatto la prima comunione con l'abito di quell'occasione, e la confraternita in divisa. Certamente spettacolare e imponente è la processione della Chiòva (Socia) alla quale prendono parte le confraternite di tre paesi della parrocchia (Ortodonico, Fornelli e Cosentini).



Monumenti, Luoghi e Itinerari
Alcune Località
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Oasi dell
Diga dell
CASTELNUOVO CILENTO
Il Comune di Castelnuovo Cilento, nel Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, sorge in un punto panoramico dell’entroterra cilentano, affacciato sulla valle dell’Alento fino alla zona costiera ed il Mar Tirreno.
L’antico e caratteristico borgo di Castelnuovo Cilento, caratterizzato da strette stradine in pietra, è sovrastato dal Castello costruito nel corso del XIII sec. e recentemente restaurato.
Dal Castello di Castelnuovo Cilento si può ammirare un panorama eccezionale, e si dice che fosse colle-gato con quello di Velia e con altre fortificazioni del Cilento attraverso cunicoli sotterranei.
Da visitare anche la Torre angioina di Castelnuovo, dalla quale è possibile ammirare un originale giardino costituito da archi e stalagmiti rivestite di ghiaia sottile.
Per i turisti che amano immergersi nella tradizione cilentana, il Comune di Castelnuovo Cilento offre diversi agriturismi e bed & breakfast, dove trascorrere vacanze all’insegna della tranquillità e della buona gastronomia da gustare nei ristoranti della zona.
In particolare, da non perdere, tra le sagre organizzate nel Cilento, quella della parmigiana e del cin-ghiale a Castelnuovo Cilento.
Altra kermesse tipica, che contraddistingue l’estate di Castelnuovo, è “Ritorno al borgo”, le cui serate serate prevedono degustazione di prodotti tipici cilentani, mostre artigianali, canti e balli tradizionali e visite al Castello.

CASTELLABATE
Il Comune di Castellabate, all’interno del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, è una rinomata meta turistica della provincia di Salerno, grazie al giusto connubio tra storia e mare, senza tralasciare tradizioni e gastronomia tipica cilentana.
Castellabate, che per la sua bellezza è stato dichiarata patrimonio mondiale dell’Unesco, è ben colle-gata alla vicina Agropoli, con treni e autobus provenienti da Salerno, e periodicamente un bus navetta che collega la cittadina cilentana con la Stazione di Agropoli.
Il nome di questa nota località turistica cilentana, è legato alla storia del paese che sorse intorno ad un castello fortificato, eretto dall'abate Costabile Gentilcore nel 1123. Il Comune di Castellabate e le sue frazioni, offrono diverse soluzioni di accommodation, strutture ricettive semplici e accoglienti immerse in scenari naturalistici di rara bellezza.
Attraversando coltivazioni di ulivi, dai quali si estrae il rinomato olio cilentano, si arriva alla costa e a tre delle sue frazioni: San Marco di Castellabate, Santa Maria di Castellabate e Ogiastro Marina.
San Marco di Castellabate, è un piccolo centro di villeggiatura, caratterizzato da un porticciolo turistico di origine greco - romana, e da una spiaggia molto ben attrezzata con stabilimenti balneari.
Santa Maria di Castellabate è un borgo marinaro situato nell’insenatura tra Punta Tresino e Punta Licosa (dal nome della sirena Leukosia), quest’ultima di sicuro il luogo più affascinante e di incredibile bellezza della Costa Cilentana e di tutta la provincia di Salerno.
Indimenticabile anche il percorso che, lungo una strada percorribile soltanto a piedi, attraversa un parco forestale aprendo la vista su calette nascoste e riparate, su acque così limpide che creano la Ri-serva Marina e il Parco Marino Subacqueo di Punta Licosa.
Vicino al Parco di Punta Licosa, la Baia di Ogliastro Marina, nota Bandiera Blu del Cilento, famosa in tutto il mondo perché luogo prescelto dalla tartaruga Caretta Caretta, per la deposizione delle uova.
CAMEROTA
Il Comune di Camerota , patrimonio dell’Unesco, si trova in provincia di Salerno, all’interno del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano. Camerota, nel Cilento, è raggiungibile in auto, percorrendo l’A1 direzione Salerno, o l’autostrada Salerno – Reggio Calabria, o la Statale 18; in treno, arrivando alla stazione più vicina di Pisciotta, dalla quale partono ogni giorni autobus che collegano i Comuni costieri del Cilento.
Camerota si distingue, nel panorama turistico cilentano, per la bellezza delle spiagge, ambien-te incontaminato, monumenti di culto, tradizioni e mitologia. E proprio da quest’ultima deriverebbe il nome del rinomato Comune cilentano, ossia quello della fanciulla Kamaraton, di cui si innamorò, non corrisposto , Palinuro, il nocchiero di Enea.
L’offerta turistica di Camerota è legata principalmente alla sua frazione Marina di Camerota, un borgo di pescatori divenuto meta del turismo mondiale e nazionale, vera perla del Cilento.
Marina di Camerota racchiude in se tutti gli elementi di spicco dell’offerta turistica cilentana: natura incontaminata, calette nascoste e piccole grotte raggiungibili soltanto via mare, gastro-nomia tipica del Cilento e, soprattutto, strutture ricettive dove trascorrere vacanze all’insegna della natura e del relax. Hotels, villaggi vacanza, bed & breakfast, camping, agriturismi, rendo-no l’offerta turistica di Marina di Camerota varia e adatta a tutte le esigenze.
Chi sceglierà di trascorrere una vacanza o anche un week end a Marina di Camerota, difficil-mente dimenticherà le splendide spiagge: da quelle di sabbia finissima, a quelle tra rocce sporgenti, e soprattutto Cala degli Infreschi, una grande insenatura perfettamente semicircolare.
Senza dimenticare il borgo di Lentiscosa, una piccola frazione di Camerota immersa tra le coltivazioni di ulivi, dai quali si ricava il rinomato olio d’oliva cilentano, elemento di spicco dei piatti della dieta mediterranea da gustare nei numerosi ristoranti di Camerota.
E per i più giovani il Cilento offre numerosi eventi e manifestazioni di fama internazionale: tra questi il Meeting del Mare, manifestazione musicale che si svolge a Marina di Ca-merota l’ultimo week end di Maggio.
ASCEA/VELIA
Il Comune di Ascea/Velia, in provincia di Salerno, all’interno del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, è un’importante meta turistica della Costa cilentana, ed è raggiungibile in treno, in direzione Reggio Calabria e in auto, lungo l’autostrada A3.
L’area archeologica di Elea-Velia, dichiarata Patrimonio dell'Umanità dell'Unesco, si estende su di un suggestivo promontorio.
Elea - Velia fu fondata nel 540 a.C. dai Focei, è fu famosa soprattutto per la scuola filosofica (eleatica) fondata da Parmenide e Zenone. Elea-Velia fu anche sede della Scuola Medica Eleatica,la cui di-retta discendente fu la Scuola Medica Salernitana, che perpetuò nei secoli i suoi principi ispiratori.
L’intera area archeologica doveva, in origine, essere suddivisa in tre settori, due dei quali riconoscibili in veri e propri quartieri con porto militare, agorà, impianto termale, santuario ed Acropoli.
Quest'ultima è oggi dominata dal Castello dei Sanseverino, ed è caratterizzata dai resti del piccolo teatro risalente al III sec. a.C.
Gioiello della città antica è la Porta Rosa,(dal nome della moglie dello scopritore Mario Napoli), il più grandioso monumento civile greco che noi possediamo in Magna Grecia, che si mostra come una grande parete frontale aperta in basso al centro da una porta ad arco.
In questo scenario mozzafiato, d’estate, si svolge una tra le più suggestive manifestazioni della provin-cia di Salerno: il Velia Teatro, rassegna sull'espressione tragica e comica del teatro classico
Ascea è un’importante località balneare della provincia di Salerno, insignita negli ultimi anni del premio Bandiera Blu di Legambiente.
Il litorale di Marina di Ascea, è costituito da una bellissima spiaggia ricca di stabilimenti balneari presenti su questo tratto di Costa cilentana, attrezzati per soddisfare il soggiorno di tutta la famiglia.
Un ambiente naturale nel quale, oltre al mare, è piacevole effettuare escursioni naturalistiche, ideali per chi è appassionato di trekking, rafting o equitazione.
E non c’è niente di meglio per concludere le giornate trascorse tra mare, natura e archeologia, che gu-stare, nei numerosi ristoranti di Ascea, i piatti tipici della tradizione gastronomica cilentana.
Ed è proprio in prossimità delle spiagge e degli scavi archeologici di Velia, che si concentra l’offerta al-berghiera di Ascea.
Hotels, villaggi, residence, campings, offrono ogni anno numerose soluzioni di accommodation, adatte sia per un weekend nel Cilento, che per una vacanza da trascorrere con la famiglia.
PERTOSA
Il Comune di Pertosa, all’interno del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, è tra le più impor-tanti mete del turismo speleologico della provincia di Salerno e del Sud d’Italia.
Pertosa è raggiungibile in auto, percorrendo la Salerno – Reggio Calabria; in autobus e in treno dalla Stazione Ferroviaria di Salerno.
Ma il nome di Pertosa, che rende il Comune cilentano famoso in tutto il mondo, è associato alle Grotte dell’Angelo, le uniche ad essere attraversate da un fiume sotterraneo. Testimonianza della grandezza e magia della natura, le Grotte dell’Angelo, il cui nome deriva dall’utilizzo, nell’antichità, come luogo di culto cristiano, sono aperte tutto l’anno e visitabili con l’ausilio di guide specializzate.
Dopo una suggestiva traversata in barca, le Grotte si snodano nel cuore del Cilento, in un'affascinante serie di cunicoli e sale naturali, luoghi incontaminati dove l’opera degli speleologi ha creato itinerari appositamente per lo speleo – turismo.
Ma le Grotte di Pertosa sono anche la sede suggestiva di due eventi importanti, che animano ogni anno l’estate cilentana: il Negro Festival, consolidata kermesse di musica, arte, cultura e natura, e “L’Inferno di Dante nelle Grotte di Pertosa”, durante il quale il pubblico interagisce con gli attori, iniziando il viaggio sul "Barcone di Caronte" per concluderlo alle "Porte dell'Inferno". Particolare interesse rivestono poi i Musei Integrati dell'Ambiente – MidA, creati per la divulgazione scientifica e la conoscenza, tramite mostre ed iniziative culturali, non solo del patrimonio ambientale delle Grotte dell'Angelo, ma anche del centro storico di Auletta e del territorio cilentano in generale.
Numerose strutture ricettive, hotels, agriturismi, bed & breakfast, accolgono i turisti offrendo diverse forme di accommodation, l’ideale per trascorrere vacanze all’insegna del relax e della natura.
Pertosa, come tutti i Comuni del Cilento, si contraddistingue anche per la tradizione gastronomica.
Da gustare nei numerosi ristoranti pertosani, ccanto ai piatti tipici cilentani, anche il carciofo bianco di Pertosa al quale, ogni mese di Maggio, è dedicata una sagra.
PALINURO
Palinuro
Negli scavi della necropoli, condotti anni addietro, sono state trovate diverse ceramiche; mentre sulla collina a ridosso, la Tempa della Guardia come è chiamata, è stato riconosciuto l’abitato, rilevata la pianta, diradata l’oscurità che regnava.
Era questa la città di Palinuro?
Vi è chi lo ha affermato dal principio, ma vi è anche chi sostiene che fosse Molpa sì che abbandonata la comune identificazione di questo centro antico con l’omonimo villaggio medioevale, si è dato a cercare Palinuro sulla punta del promontorio che ne conserva il nome.
Furono due città unite, oltre che dalla vicinanza, anche dalla monetazione; una moneta d’argento[1], di cui sono noti diversi esemplari, è coniata in rilievo da un lato e incavata dall’altro; vi si vede un cinghiale che corre con sotto la scritta Pal(inouros) e Mol(pé)[2].
Con molte probabilità i due centri dovevano costituire per la città di Uele, allora fiorentissima, altrettanti basi per il controllo costiero delle acque che, all’epoca, doveva terminare a Punta degli Infreschi[3].
Siamo verso la fine del VI secolo a.C., come a quel periodo e non oltre l’inizio del V secolo a.C., riconduce l’esame della ceramica.
L’erudito scrittore latino Servio (IV-V sec.) autore di un Commento a Virgilio, parla di una pestilenza , inflitta dagli dei alla popolazione per un sacrilegio che questa aveva consumato: forse, lo sterminio di naufraghi scaraventati qui da una tempesta.
Certo è che il nome significa tempesta, anzi PALIN OUROS, tempesta che ritorna.
E su questa costa che, il timoniere di Enea ,soggiogato dal dio del sonno Morfeo, fu portato dalle onde.
Pare che Palinuro si fosse innamorato di Kamaratòn, fanciulla bella come una dea, ma dal cuore di pietra, la quale non corrispose al suo amore e il giovane, disperato inseguì la sua immagine nel fondo del mare dando così nome a Capo Palinuro.
Lei, invece, fu tramutata in desolata roccia, quella sulla quale oggi sorge Camerota[4].
Per secoli, e forse per tutta l’età romana, Velia dovette dominare e amministrare le insenature di questo promontorio evocato da Virgilio: La tradizione orale ha plasmato tanti nomi, determinando così una sinuosa attrattiva dalla Cala del buon dormire alla Cala fetente, sulla base di una sorgente di acqua sulfurea, dalla cala dei porci alla grotta delle Ossa, ossa di trogloditi (abitatori delle caverne nell’età della pietra) e di animali ormai estinti, dalla Grotta Azzurra allo scoglio del Coniglio; e intanto al largo delle dune della spiaggia, sta il ricordo della flotta di Ottaviano che vi naufragò nell’anno 36 a.C.[5].
Ma la presenza più incisiva di Palinuro fu quella dei tempi più lontani, quando il centro era abitato e ingrecato con la vicina Molpa; quando aveva rapporti con Vallo di Diano tramite il comune centro di smistamento Pixnte.

AGROPOLI
Il Comune di Agropoli, in provincia di Salerno, è definito la porta del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano perché sorge su un promontorio che domina la parte meridionale del golfo di Salerno, a ridosso dei monti del Cilento.
Agropoli è raggiungibile in auto, autobus, con treni che percorrono la direttrice Napoli - Reggio Calabria, e via mare, tramite i traghetti e aliscafi del Metrò del Mare, la linea di navigazione che collega Salerno con i Comuni della Costa Cilentana e della Costiera Amalfitana.
A questo si aggiunge l'opportunità dell'approdo via mare., nel porto turistico di Agropoli che vanta 1200 posti barca.
Mare, storia, gastronomia, natura, ospitalità: elementi che fanno di Agropoli un importante centro turi-stico e balneare della provincia di Salerno.
E proprio l’offerta turistico – alberghiera è un punto di forza della cittadina agropolese: hotels, alberghi, bed & breakfast, agriturismi, affittacamere, che offrono tutto l’anno diverse soluzioni di accommo-dation per soddisfare con qualità i numerosi turisti che visitano il Cilento.
Molti sono anche i camping che sorgono a ridosso di spiagge bellissime che rendono Agropoli una delle mete turistiche più incontaminate della provincia di Salerno, in linea con le caratteristiche degli altri Comuni del Cilento.
Tra le spiagge la più nota è senza dubbio la baia di Trentova, che ha permesso ad Agropoli di fregiarsi ogni anno della bandiera blu di Legambiente.
Verso il Cilento, Agropoli è caratterizzata da piccole insenature , verso Salerno invece si estende una lunga spiaggia che giunge fino a Paestum.
Agropoli non è solo bellezze naturali, ma anche storia. La cittadina cilentana è infatti sormontata da un bellissimo borgo medievale a picco sulla costa e sul porto, dove numerosi bar e ristoranti tipici cilen-tani rendono la visita ancora più piacevole.
L’accesso al centro storico di Agropoli è possibile tramite una caratteristica salita degli "scaloni" , ca-ratterizzati da una serie di gradinate larghe e basse.
Alla sommità della scalinata vi è una porta monumentale molto ben conservata.
Sul vertice dei promontorio resta il Castello angioino-aragonese a pianta triangolare con 3 torri circo-lari e un largo e profondo fossato
L'interno del Castello di Agropoli è occupato dalla piazza d'armi, oggi adibita a teatro all'aperto dove, nel periodo estivo, si svolgono manifestazioni storiche, culturali, folcloristiche e musicali.






Località del Cilento
Rocca Cilento (Leggi)
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ROCCA CILENTO
Nel nostro itinerario non poteva mancare Rocca Cilento, centro storico della civiltà del Cilento tra l'XI ed il XVI secolo. Il castello è il più antico della regione. La sua costruzione risale alla fine del IX secolo, e precisamente allorquando il Gastaldato longobardo della Lucania iniziò a frammentarsi in contee e signorie offerte in vassallaggio a persone della dinastia salernitana.
Nel corso dei secoli il castello ha subito notevoli rifacimenti: un primo probabilmente dopo la rivolta detta di Capaccio del 1245; altri mutamenti nel 1486, quando la baronia fu di nuovo confiscata da Antonello Sanseverino. Durante la rivoluzione del 1799 nel castello avvennero duri combattimenti tra le masse borboniche ed i giacobini del Cilento. Oggi, grazie agli ultimi restauri, lo rivediamo nel suo antico splendore.
LAUREANA CILENTO
Lasciata Rocca, ci muoviamo verso un altro caratteristico ed antico paese: Laureana Cilento. Comprende due frazioni: Matonti e S. Martino. Degni di ricordo sono i suoi uomini illustri, quali il medico Orazio Sanseverino, Ottavio Bambacaro ed il giurista Gian Cola del Mercato.
Importanti i suoi palazzi, come quello medioevale dei del Mercato, dei Cagnano, ed altri. Da visitare la Cappella dell'Annunziata del 1328, la Chiesa parrocchiale di S. Maria del Paradiso del 1520, la Chiesa ed il Convento di S. Michele Arcangelo del 1619, il Santuario dell'Acqua Santa a valle del centro abitato, il cui soffitto a cassettoni risale al 1600; nello stesso vi è un pozzetto dal quale si trae "l'acqua miracolosa": è in marmo e porta la data del 1652. Una tappa da non saltare è l'imponente convento di S. Francesco, fondato nel 1417.
Da Laureana, proseguendo per la strada del convento di S. Michele, si giunge a Matonti, frazionato in quattro casali. Interessante è il palazzo feudale, un tempo dei marchesi Ametrano, oggi della famiglia Materazzo; da vedere anche il palazzetto Bambacaro con torretta seicentesca. Di rilievo il palazzo che originariamente era della famiglia Di Sergio o De Serio. Qui ogni anno, ad agosto, si svolge l'importante sagra detta del "capicollo".
PERDIFUMO
Da Matonti si arriva agevolmente a Perdifumo, che ha varie frazioni: Camella, Mercato Cilento, Vatolla. Perdifumo è sorto intorno al secolo XI, presso il monastero di Sant'Arcangelo. Nei secoli successivi fu feudo della famiglia Capece e dei Filomarino. E' ubicato alla base della punta Carpinina (detta Antenna), dove ancora affiorano i ruderi di una fortificazione velina.
Fra le cose più importanti da visitare, l'antico convento di Santa Maria dei Martiri, i tre centri antichi, in particolare: S. Maria degli Angeli di Perdifumo, ove è possibile ammirare un artistico tabernacolo ligneo del secolo XVII; la chiesa di S. Nazario di Camella; il convento e la chiesa di S. Maria della Pietà, la chiesa madre della Madonna dell'Assunta (ambedue a Vatolla), sulla cui facciata sono murati due frammenti di sarcofaghi romani (III sec. d. C.).
Sempre a Vatolla da vedere il palazzo dei Vargas, celebre per avere ospitato il grande filosofo napoletano G. B. Vico, che qui scrisse la sua importante opera "La Scienza Nuova".
Caratteristica, a Perdifumo, la festa della Madonna del Rosario, festeggiata il primo martedì dopo la Pentecoste, con la processione che raggiunge il convento di S. Maria degli Angeli.
Alla fine di agosto, a Vatolla, si tiene la famosa sagra della trippa.


VALLO DELLA LUCANIA
Antica cittadina posta ai piedi del Monte Gelbison (o Monte Sacro). Si può ammirare la chiesa di S. Maria delle Grazie, che conserva un famoso polittico di Andrea da Salerno del 1530, e la preziosa tela della Madonna col Bambino e S. Francesco da Paola di Girolamo Santacroce del 1515.
Da visitare: la Cattedrale della diocesi del secolo XVIII, che conserva le spoglie di S. Pantaleo, a cui la chiesa è intitolata, ed il Museo diocesano. Quest'ultimo, sorto con lo scopo di tutelare e far conoscere le opere di arte sacra della diocesi di Vallo, occupa un piano del grande edificio del Seminario. Il materiale esposto privilegia particolarmente la pittura a partire dal sec. XV. Molto interessanti sono i pezzi delle cosiddette "arti minori", fra cui spiccano il Calice di S. Silvestro, firmato da Guidino di Guido, ed il cofanetto nuziale del sec. XV; fra le sculture la statua in legno di S. Filadelfio del sec. XIII. Il settecento è poi testimoniato da numerosi manufatti di oreficeria napoletana.
A Pattano, frazione di Vallo, sono da vedere i celebri ruderi del Cenobio dei monaci basiliano, detto di S. Maria di Pattano del sec. IX, e la Cappella di S. Filadelfio con affreschi bizantini.
GIOI CILENTO
Da Moio è possibile raggiungere agevolmente i paesi dell'interno che si affacciano sulla valle del fiume Alento; ciascuno sorge su una collina.
Gioi occupa uno dei colli più alti. E' ricco di memorie storiche che testimoniano la sua passata grandezza. Gli anziani ancora raccontano che qui sorgeva una fortezza greca e che gli abitanti vivevano dell'intensa attività artigianale (fabbrica di tegole di terracotta, concia delle pelli, industria della cera) e dei proventi dell'allevamento. Queste stesse attività continuarono a fiorire anche nel medioevo, quando Gioi fece parte della Baronia di Novi Velia, ed ebbero i loro massimo sviluppo tra il XV ed il XVII sec. per la grande fiera che vi si teneva, alla quale giungevano mercanti anche dall'Oriente, specie ebrei ed arabi. Verso la fine del Settecento i diritti della fiera furono venduti a Stio e comincia per Gioi la lenta ed inesorabile decadenza economica.
Testimoni della sua storia restano oggi i ruderi del castello, che occupano la parte più alta del paese. Ancora si può seguire parte della cinta muraria nella quale si notano alcune torri ed un'artistica porta detta Porta dei Leoni. Due meravigliose chiese, Sant'Eustachio e San Nicola, ricche di opere d'arte, rappresentano il vanto della fede dei cittadini.
Infine, ai piedi del paese, il Convento di S. Francesco, fondato nel 1466, ed oggi in parte restaurato. Vi si ammira il chiostro originario e la bellissima anche se piccola chiesa. Esso è sede della rinomata sagra dei Fusilli, che ogni anno, tra il 10 ed il 17 agosto, rappresenta una tappa obbligata per i buongustai; si servono fusilli (piatto tipico cilentano, fatto con farina integrale e condito con salsa di castrato); il vino locale, salumi e dolci paesani completano la cena.
PIANO-VETRALE
A qualche km da Gioi si possono raggiungere due minuscoli villaggi: Piano e Vetrale, assurti di recente a notorietà nazionale per la bellissima e coraggiosa iniziativa della Pro Loco: i Murales, che coprono le pareti esterne delle abitazioni e degli edifici pubblici.
Questa iniziativa fu ideata per commemorare il noto pittore, nativo di Piano, Paolo de Matteis detto Paoluccio della Madonnina (1662-1728), le cui opere sono vanto di musei anche all'estero. I murales rappresentano un modo originalissimo di come sia possibile valorizzare i paesi e di come si possa attuare ancora oggi il senso dell'ospitalità: i proprietari delle case che desiderano far affrescare un muro dell'abitazione, ospitano un pittore per tutto il periodo della manifestazione.
Due "Scuole" vi hanno partecipato: l'una siciliana e l'altra campana; non sono mancati anche pittori stranieri. Il risultato parla da solo: i due paesini appaiono più vivi e sembra che quelle pitture si inseriscano a meraviglia nell'ambiente che è rimasto intatto nella sobrietà e rusticità dell'architettura, che in gran parte è quella originale del XVII secolo.
A Piano ed a Vetrale, dunque, va gustato il nuovo "ambiente" che così si è creato, e che concorre ad arricchire la suggestione di una visita a questi due tipici paesi della collina cilentana. Non deve sfuggire una visita alle due chiese di Santa Sofia e di Sant'Elia, che rappresentano due magnifici esempi di architettura sacra rurale.
STIO
Da Stio, paese poco distante da Gioi, è possibile effettuare con la guida del gruppo ecologico del luogo, due bellissime escursioni a piedi: una che porta alla cima del Monte Cervati (m. 1700) ed un'altra lungo il corso del fiume Calore, con la visita di vecchi mulini ad acqua attraverso suggestivi e bellissimi scorci di natura incontaminata.


Cannalonga
Cannalomga: Cappella M. del Carmine (Leggi)
Volpe (leggi)
Resti dell
Cannalonga: Area archeologica (Leggi)
Logo Fiera della Frecagnola (Leggi)
Cannalonga, ha 1.126 abitanti ed ha una superficie di 17,2 chilometri quadrati per una densità abitativa di 66,15 abitanti per chilometro quadrato. Sorge a 530 metri sopra il livello del mare. Il territorio del Comune risulta compreso tra i 475 e i 1.682 metri sul livello del mare.

Il mare e la montagna
La strada a scorrimento veloce (variante alla SS 18) da Paestum a Policastro, pone Cannalonga al centro del tracciato rendendola, così, facilmente raggiungibile sia dal Capoluogo che dall’estrema periferia della Provincia. Il mare è raggiungibile in circa 15 minuti e, in un tempo ancora minore, è possibile salire in quota fino ad oltre 1.200 metri

GEOMORFOLOGIA DELL’AREA

Si prendono in esame i terrazzi fluviali nell’area NE di Cannalonga. La zona è posta sulle pendici occidentali del Massiccio del Monte Gelbison che con i suoi 1705 m di altezza si staglia su una vasta area di eccezionale interesse naturalistico.I terrazzi di Cannalonga, chiamati del Carmine per l’attigua ed omonima chiesa della Madonna del Carmine, sono andati purtroppo in gran parte distrutti per la costruzione di un invaso artificiale, a scopo irriguo.

Il Gruppo è riuscito negli anni ‘78-79 a praticare il recupero quasi completo del materiale litico giacente in superficie. In particolare il terrazzo su cui sorge la chiesa del Carmine, in vicinanza delle diga Carmine, sulla cui superficie sono stati rinvenuti la maggior parte degli utensili descritti, rappresenta uno degli episodi di accumulo in epoca glaciale: in effetti i depositi che lo costituiscono sono conglomerati forte mente eterometrici con abbondante matrice sabbiosa

Da notare che nella tradizione degli insediamenti umani le superfici terrazzate sono state costantemente predilette dall’uomo per le ottime caratteristiche ambientali legate alla vicinanza dei corsi d’acqua, al perfetto drenaggio delle acque sotterranee causato dal basso livello di base indotto dalla reincisione quindi ad un microclima asciutto e soleggiato.

Sulle superfici del terrazzo più alto di età rissiana sono stati ritrovati quasi esclusivamente utensili appartenenti al Clactoniano evoluto, mentre sul terrazzo del Carmine la raccolta di superficie ha evidenziato materiale appartenente ad orizzonti culturali diversi e perciò, poi divisi in tre collezioni diverse.


I reperti di età paleolitica


La numerosa raccolta di strumenti condotta su terrazzi via via digradanti verso un fondo valle ormai sconvolto dai lavori di costruzione di una diga, è costituita da ben 881 pezzi tutti di superfici. Le selci raccolte, tutte numerate, sono state accuratamente vagliate e se sono presenti, fra esse, schegge che non rivestono alcun interesse, ciò è dovuto alla minuziosità della ricerca del materiale, durante la quale il dubbio era già motivo sufficiente per la raccolta.


Come si noterà dalle descrizioni tipologiche che seguono, il materiale è lavorato, in larga maggioranza e, per quel che riguarda i terrazzi alti e medi, in modo incerto; tuttavia non mancano strumenti di notevole fattura e bellezza, specie quelli che presentano una lavorazione di chiara ispirazione musteriana. Per i terrazzi bassi, gli ultimi oggi rimasti, cioè quelli compresi, in larga parte, entro le mura del Cimitero, si può certo parlare di una lavorazione più raffinata, con ritocchi più precisi, su selce notevolmente pura e di cultura più avanzata rispetto alle altre sopra citate.


Si nota in questa parte bassa dei terrazzi una collezione di strumenti di tecnica chiaramente più microlitica e laminare, con ritocco di solito più minuto rispetto alla due collezioni dei terrazzi prima trattati. Anche la qualità della selce, che è senz’altro superiore, contribuisce a differenziare questa collezione dalle precedenti. Attribuiamo, pertanto, questo materiale al Paleolitico Superiore considerando che, come per i terrazzi già trattati, una certa percentuale di materiali estra­nei a questo stadio culturale è dovuta a penetrazione accidentale.


All’interno della collezione, si evidenzia l’esistenza di un gruppo di reperti più nettamente individualizzati, in senso tipologico e litologico che vorremmo attribuire in via generale ad un’industria epigravettiana




Enogastronomia, Ricette e Prodotti tipici
Prodotti_Tipici
Soppressata_di_Gioi (Leggi)
Soppressata (Leggi)
Spaghetti (Leggi)
Fichi_Bianchi_del_Cilento (Leggi)
Olio d
Carciofo di Paestum (Leggi)
Olive (Leggi)
Piante di ulivi (Leggi)
Dieta_Mediterranea (Leggi)
Dieta Mediterranea (Leggi)
Cucina povera del Cilento (Leggi)
Ravioli Laureanesi (Leggi)
Pasta al Forno
Linguine con vongole e fagioli
Cavatielli e fagioli
Lagane e ceci
Fusilli e castrato
Fusilli paesani (Leggi)
Ciambotta
Alici ripiene
Gallina
SOPPRESSATA DI GIOI
Prende il nome dalla cittadina di Gioi, situata a pochi chilometri dalla costa tirrenica, in collina, a circa 600 metri di altitudine; si produce nel territorio di questo comune e nei paesi lilmitrofi: Cardile, Salento, Stio, Gorga, Orria e Piano Vetrale. è un prodotto antichissimo: secondo testimonianze scritte risale almeno all’XI secolo. Si ricava dalle parti pregiate del suino (filetto, coscia, lombo e spalla) La carne è sminuzzata finemente a punta di coltello, condita con sale, pepe e, in certi casi, peperoncino e finocchietto. Amalgamato con cura, l’impasto deve riposare per una decina di ore. Quindi si insacca nel budello naturale, inserendo al centro un filetto di lardo lungo quanto il budello stesso. Inizia poi la fase della stagionatura, che può essere preceduta da una leggera condire la pizza napoletana e conservarne inoltre il frutto per un gustoso antipasto.
OLIO EXTRAVERGINE E ASPETTI TERAPEUTICI
Quello che Omero chiamava “oro liquido” ha ricoperto nei secoli una notevole funzione terapeutica, riconosciuta, empiricamente, dalla tradizione mediterranea, ma, solo nel 1200 codificata dalla Scuola Medica Salernitana fino ad affermarsi definitivamente, ai giorni nostri, con la ricerca scientifica.
L’olio extra-vergine d’oliva si impone per le sue eccezionali caratteristiche di resistenza al calore, che ne fanno l’unico olio in grado di arginare fenomeni ossidanti e di limitare l’invecchiamento cellulare. Contrariamente agli altri oli, estratti da semi e ricchi di grassi polinsaturi e, a differenza del burro, ricco di grassi saturi, (facilmente degradabili dal calore e mal tollerati da tutti gli organi del processo digestivo) l’olio di oliva è il solo capace di ridurre l’impatto di condimenti a caldo, svolgendo contemporaneamente un’azione di “pulizia” del sangue. Da una parte, l’acido oleico, di tipo monoinsaturo impedisce l’assorbimento intestinale dell’alimento, diminuendo l’incidenza del colesterolo totale e dei trigliceridi, dall’altra, contribuisce allo smaltimento del colesterolo HDL, responsabile dei problemi ischemici e ipertensivi. Inoltre, l'olio d'oliva, rendendo più fluido il sangue, abbassa i rischi di trombi e coaguli, assumendo una funzione a metà strada tra l’alimento e il medicinale.
I piatti conditi con l’olio extravergine d’oliva oltre a favorire gli stimoli secretori e a garantire una migliore digeribilità, presentano un’eccellente tolleranza gastrica e intestinale.
La composizione dell’olio extravergine ha un effetto protettivo sulle arterie, sullo stomaco e sul fegato.
Inibisce la secrezione della bile e previene la formazione di calcoli biliari, per questo i casi di litiasi biliari sono minori nelle regioni con alto consumo di olio d’oliva.
IL FICO BIANCO DEL CILENTO
L’origine cilentana del fico bianco sembra essere precedente al VI secolo A.C., originaria dell’Arabia meridionale. Il fico è entrato nella cultura mediterranea assumendo aspetti unici per la sua qualità. Il 90% della produzione Campana del fico viene svolta nel Cilento. Questo frutto si è trasformato gradualmente da pane dei poveri, una volta cosi denominato, ad alimento prelibato da consumare in molteplici modi. I fichi, pertanto, sono stati da sempre una notevole fonte di reddito ma anche alimento di base per le popolazioni locali in difficili periodi storici, grazie all’abbondanza degli stessi ad alla possibilità di conservarli per l’intero periodo dell’anno mediante l’essicazione.
Grazie alla buona fertilità del suolo e ad un ottimale regime pluviometrico si sono create le condizioni ideali che hanno reso possibile lo sviluppo di questa coltura nel Cilento. Le piante di fico hanno caratterizzato anche la bellezza paesaggistica di queste zone. L’unione di tutti questi elementi insieme alla semplicità della coltivazione hanno reso questo prodotto unico nel suo genere dalle caratteristiche organolettiche particolarmente apprezzate. Le piante di fico bianco producono anno dopo anno quantità elevate in modo
costante. Nel corso dei millenni, nel Cilento, si è andato selezionando un ecotipo, derivato dalla cultivar madre “dottato”, diffuso in tutta l’area di produzione del fico bianco del cilento. Da tale ecotipo si ottiene un prodotto essicato dalla unicità di pregio. Il fico bianco si presenta con buccia di colore giallo chiaro uniforme, marroncino per i frutti cotti; la polpa è consistente e pastosa, con un colore giallo ambrato, con acheni prevalentemente vuoti e ricettacolo quasi interamente riempito.
Il fico bianco del Cilento ha delle pecularietà che lo rendono particolarmente idoneo per l’essiccazione e per la sciroppatura. I metodi per l’essiccazione del fico usati oggi non si discostano da quelli adottati nell’antica Grecia. Il fico secco in Cilento conserva le metodologie di lavorazione artigianale, presso strutture agricole ed edifici rurali, in un armonico processo di interazione tra prodotto, uomo ed ambiente. I fichi essiccati sono posti in commercio anche farciti con cioccolato, noci, nocciole, semi di finocchietto, mandorle, bucce di agrumi, tutti ingredienti tipici della zona di produzione. Per quanto concerne le qualità terapeutiche viene utilizzato in dietologia e in erboristeria, in passato si facevano tisane per curare stati influenzali. Per l’elevato contenuto zuccherino, il fico bianco possiede un alto potere calorico, quindi si consiglia un consumo moderato specialmente dopo lunghi pasti. Per il fico bianco si è conclusa l’istruttoria ministeriale per il riconoscimento della denominazione d’origine protetta ( D.O.P.), quindi si è in attesa che gli organi ministeriali approvino il relativo piano di controllo al fine di poter acquisire la protezione transitoria della denominazione sul territorio nazionale.
Fabio Capuano

Il carciofo di Paestum ha doti salutari e virtù terapeutiche dovute al suo contenuto salino e vitaminico: esso infatti contiene calcio, fosforo, ferro, sodio, potassio ed è quindi tonico, stimola il fegato, calma la tosse, contribuisce a purificare il sangue, fortifica il cuore, dissolve i calcoli e disintossica.
Per queste sue caratteristiche esso è molto apprezzato in cucina, dove viene utilizzato nella preparazione di svariate ricette e piatti locali.
La produzione nazionale si concentra prevalentemente al meridione ove esso trova l’ambiente ideale per crescere grazie alle caratteristiche morfologiche dei terreni. La locazione in una zona irrigua, pianeggiante e litorale rende di facile attuazione sia le tecniche di irrigazione che la meccanizzazione di alcune pratiche colturali.
Le pratiche agronomiche che riguardano questa coltivazione vanno dalla raccolta al diserbo, taglio estivo degli steli e le scardacciature. Si ha poi una forte concentrazione di questo prodotto nella Piana del Sele che si ritrova ad essere il luogo ideale per la sua coltivazione e produzione .
Il Carciofo di Paestum, infatti, presto otterrà il marchio IGP (indicazione geografica protetta), che è un riconoscimento importante per il prodotto campano.
Fabio Capuano



RICETTE POPOLARI DEL CILENTO
PASTA E PATATE
Ingredienti
300 gr di patate
300 gr di pasta
sedano
cipolla
olio extra vergine di oliva
2 pomodori pelati
Difficoltà: Media
Vegetariana: Si
Numero di persone: 4
In una pentola mettere dell'acqua, una cipolla, sedano tagliato a pezzetti, patate tagliate a dadini, due pomodori pelati e olio. A cottura quasi ultimata, unire la pasta e far finire di cuocere. Servire calda.

RAVIOLI LAUREANESI
Ingredienti
600 gr di farina
2 uova
acqua
sale
300 gr di formaggio di capra tenero non stagionato
200 gr di salsiccia laureanese tagliata a pezzettini
1 uovo
un ciuffo di prezzemolo tritato
sale

Difficoltà: Alta
Vegetariana: No
Numero di persone: 6
Preparate l’impasto con la farina, il sale, un po’ d’acqua, lavoratelo bene fino a quando diventa sodo. Lasciate riposare per mezz’ora, poi stendete la pasta con un matterello, tirate delle sfoglie sottili. Grattugiate il formaggio, aggiungete l’uovo, il prezzemolo tritato e la salsiccia tagliata a pezzettini. Disponete sulla sfoglia ogni 5 o 6 cm un
cucchiaino dell’impasto e ripiegatevi sopra la pasta pigiando leggermente con le dita l’estremità della parte ripiegata affinché non fuoriesca il ripieno. Ritagliate poi i ravioli con un bicchierino o una forma tagliente, pigiate bene il bordo e adagiateli, a man mano che li fate, sulla spianatoia infarinata. Continuate a fare i ravioli fino al termine della sfoglia e dell’impasto, infarinateli e fateli asciugare, quindi, fateli cuocere a fuoco alto in abbondante acqua salata, scolateli e aggiungete salsa di pomodoro fresco, oppure ragù di carne.
www.comunelaureanacto.sa.it

PASTA AL FORNO
Ingredienti
1 Kg di pasta (tipo maltagliati o rigatoni)
300 gr di formaggio di capra
500 gr di carne tritata
1 Kg di mozzarella
6/8 uova sode
1 soppressata (sopersata)
sale
1 scatola di salsa
1 cipolla
basilico
prezzemolo
Difficoltà: Media
Vegetariana: Si
Numero di persone: 6
Ricco primo piatto in versione "Made in Cilento"
Preparare delle piccole polpettine con la carne tritata, formaggio, uova e prezzemolo soffriggerle con po’ di cipolla, aggiungere la salsa, il prezzemolo, il basilico; far cuocere a fuoco medio. Nel frattempo in un pentolino mettere a bollire le uova, una volta pronte sbucciare e tagliare in un piatto. In un secondo piatto tagliare la mozzarella e la soppressata. Quando l’acqua bolle, calare la pasta facendola cuocere solo per 5-6 minuti e metterla in un ruoto facendo più strati alternati con il sugo, la mozzarella, le uova e la soppressata e ancora la pasta. Infornare per un ora circa.
fonte: www.comunelaureanacto.sa.it
LINGUINE VONGOLE E FAGIOLI
Ingredienti
360 g di linguine
400 g di vongole (o meglio lupini abbastanza grandi)
100 g di fagioli bianchi
aglio
olio extra vergine di oliva
sale
prezzemolo tritato
Difficoltà: Media
Vegetariana: Si
Numero di persone: 4
Terra e mare si incontrano in questa prelibatezza
In una padella capiente, soffriggere l’aglio in olio extravergine d’oliva. Aggiungere le vongole e lasciarle aprire. Poi, mettere i fagioli, il prezzemolo ed il sale. Cuocere le linguine al dente in abbondante acqua salata. Scolarle e saltarle nella padella con le vongole. Servire spolverando con prezzemolo fresco.
www.comunelaureanacto.sa.it

CAVATIELLI E FAGIOLI
Ingredienti
200 gr di fagioli
400 gr di pasta
olio extravergine di oliva
1 spicchio d'aglio
3 pomodori pelati
peperoncino
una costa di sedano
Difficoltà: Media
Vegetariana: Si
Numero di persone: 6
La cremosità dei fagioli si sposa benissimo con i cavatielli cilentani
Mettere a bagno i fagioli la sera prima. Scolarli e cuocerli per circa 2 ore in acqua insieme al sedano e salare a cottura quasi ultimata. Passarli poi in una pentola, dove si è messo a soffriggere, nell’olio, l’aglio e i pomodori. Scaldare i cavatielli e condirli con i fagioli, versandovi un filo di olio extravergine di oliva DOP Cilento.

LAGANE E CECI
Ingredienti
600 gr di lagane fatte in casa
250 gr. di ceci secchi
olio extra vergine di oliva
sale
aglio
2 peperoncini
1 peperone secco
Difficoltà: Media
Vegetariana: Si
Numero di persone: 6
Succulento primo piatto che scalderà i vostri pranzi invernali
Mettere a bagno i ceci per 12 ore (la sera prima) in acqua tiepida. Preparare le lagane come descritto nella ricetta precedente. Cuocere i ceci e aggiungere il sale. Cuocere le lagane in abbondante acqua. Mescolarle ai ceci e condire con olio di oliva extra-vergine, aglio schiacciato. Per dare più sapore soffriggete un trito aglio peperone secco, peperoncino piccante e pane grattugiato condire e servire calde.
fonte: www.comunelaureanacto.sa.it
FUSILLI ALLA CILENTANA
Ingredienti
1 Kg fusilli cilentani fatti in casa
500 gr carne di maiale
300 gr cotiche di maiale finemente sgrassate e tagliate a rettangoli
500 gr salsiccia di maiale fatta in casa
aglio
cipolla
peperoncino
olio extra vergine di oliva
formaggio di capra
2 lt passato di pomodoro
Difficoltà: Media
Vegetariana: No
Numero di persone: 6
Primo piatto dall'antico ricettario cilentano
Mettere in una pentola l'olio e soffriggere l'aglio, la cipolla e il peperoncino insieme alle cotiche, ai pezzi di carne e alla salsiccia. Quando questa è ben rosolata, aggiungere il pomodoro passato. Al primo bollore, abbassare il fuoco e far cuocere per circa 2 ore. A parte, cuocere i fusilli, scolarli, adagiarli in una scodella e condirli con il ragù e abbondante formaggio di capra, la carne, le cotiche e la salsiccia utilizzate per dare sapore alla salsa, saranno un secondo gustoso.

FUSILLI
Ingredienti
farina di grano duro
3 uova per ogni kg. di farina
acqua tiepida
Difficoltà: Alta
Vegetariana: Si
Tipica pasta fresca fatta a mano dalle donne cilentane nei giorni di festa
Disporre sulla spinatoia la farina in ragione di un pugnetto per ogni commensale, impastare con le uova cercando di ottenere una pasta piuttosto consistente e lavorarla fino a quando si stacca dalle mani, (nell'eventualità che l'impasto dovesse risultare troppo duro aggiungere acqua tiepida quanto basta). Stendere la pasta con il palmo della mano facendogli assumere la forma di una sigaretta; quindi immergervi l'apposito ferro e farlo rotolare sulla spianatoia finché non si ricopra uniformemente di pasta, sfilando il ferro, questa deve rimanere cava. Appena scolati sistemarli in una capace insalatiera; ricoprirli con una spolverata di pecorino grattugiato e versarvi del ragù bollente, quindi rimescolare bene e servire aggiungendo su ogni piatto dell'altro sugo e formaggio.
FUSILLI AL RAGU’ DI CASTRATO
Ingredienti
800 gr di fusilli cilentani fatti in casa
1 kg di carne di castrato
aglio
cipolla
peperoncino
olio extravergine di oliva
sale
formaggio di capra
2 lt di passato di pomodoro
Difficoltà: Media
Vegetariana: No
Numero di persone: 6
Mettere in una pentola l’olio e soffriggere l’aglio, la cipolla e il peperoncino insieme ai pezzi di carne. Quando questa è ben rosolata, aggiungere il pomodoro passato. Al primo bollore abbassare il fuoco e far cuocere per circa 2 ore. A parte, scaldare i fusilli, scolarli, adagiarli in una scodella e condirli con il ragù e abbondante formaggio di capra.

GALLINA ‘MBUTTUNATA
Ingredienti
Una gallina intera di circa 1/2 kg
2 uova
formaggio di capra grattugiato
un ciuffo di prezzemolo
pepe
2 pomodori maturi
1 costa di sedano
2 carote
2 patate
Difficoltà: Media
Vegetariana: No
Numero di persone: 6
Aprire la gallina e, dopo averla accuratamente svuotata, introdurre l’imbottitura già preparata con formaggio, uova, prezzemolo, aglio tritato e pepe. Ricucirla e metterla in pentola con acqua, sedano, patate, carote e pomodori. Cuocere lentamente per circa tre ore.
LA CIAMBOTTA
Ingredienti
1 Kg patate
1 Kg peperoni
1 Kg melenzane
500 g pomodorini
aglio
basilico
olio extra vergine di oliva

Difficoltà: Bassa
Vegetariana: Si
Numero di persone: 6
Tempo di preparazione: 25 (minuti)
Semplice ma gustosissimo piatto della tradizione povera cilentana.
Tagliare a tocchetti le patate, le melanzane e i peperoni. Mettere in una padella l'olio per friggere, poi le patate, le melanzane e infine i peperoni. In un tegame, a parte, soffriggere l'aglio e i pomodorini sminuzzati per qualche minuto. A cottura ultimata, aggiungere le patate, le melanzane, i peperoni con qualche foglia di basilico, mescolando delicatamente. Servire tiepida o fredda.

Note
Per conferire alla ciambotta un gusto particolare, dopo aver aggiunto l’origano aggiungete una “generosa” spolverata (50 gr.) di formaggio caprino ( la meta' se pecorino) e lasciare riposare per almeno mezz’ora! Ciò serve ad amalgamare il tutto, ed a tavola, per… “sentire” una sinfonia di odori e, soprattutto, di sapori! La ciambotta, essendo una pietanza dal gusto pieno ed intenso, potra' accompagnare un secondo “robusto” (carne,salsiccia,cacciagione). Potra' essere servita anche da sola (aumentandone – ovviamente - la quantita').- Essa va servita tiepida e non bollente!! Per sentire un gusto nuovo, servire la ciambotta con pane integrale biscottato (fatto rinvenire in acqua); questo era il modo con il quale i contadini usavano consumarla in campagna!

ALICI RIPIENE
Ingredienti

1 Kg di alici del golfo di Salerno
3 uova intere
formaggio caprino (quanto ne ricevono le uova)
olio extravergine DOP Cilento
sale quanto basta
prezzemolo
Difficoltà: Media
Vegetariana: Si




Sport, Divertimento e Tempo libero
Speleologia: Grotte di Vallicelli
Grotta
Scavi di Vallicelli (leggi)
Inghiottitoio Varlacarla


La grotta si apre alle pendici del Monte Cervati, a 1200 m di quota, a pochi chilometri dal comune di Monte San Giacomo (SA).
La scoperta di un deposito preistorico, conservato sul talus esterno e all'interno della cavità, è stata effettuata nel luglio 1999, nel corso delle ricognizioni condotte dalla Cattedra di Paletnologia dell'Università di Napoli Federico II.
Il rinvenimento in superficie di alcuni frammenti di ceramica di impasto, attribuibili all'età del Bronzo, suggerì l'apertura di un sondaggio di limitata estensione, e di un successivo scavo che venne condotto nel luglio del 2000.
La Grotta dei Vallicelli presenta un importante deposito archeologico dello spessore di diversi metri e con un'estensione valutabile in diversi metri cubi di sedimenti nell'area antistante la cavità.
La porzione superiore della sequenza stratigrafica finora individuata è caratterizzata da un deposito di circa 40 cm di spessore di terreno scuro, misto ad abbondante pietrisco e blocchi di frana provenienti dal disfacimento di parte della volta della cavità, in cui sono stati rinvenuti abbondanti materiali fittili di impasto, insieme a numerosi scarti e manufatti di selce riferibili all'età del Bronzo antico, all'Eneolitico e ad una facies del Neolitico medio.
Al di sotto di questo livello si osserva la presenza di un deposito argilloso, di colore giallo-bruno, privo di pietrisco, riferibile alla fine del Pleistocene superiore.
In esso è conservata, con frequenza crescente verso la sua porzione inferiore, abbondante industria litica riferibile ad un Musteriano di tecnica Levallois, associata a resti di fauna (denti e frammenti di diafisi intenzionalmente scheggiate per l'estrazione del midollo), rappresentata soprattutto da capriolo (Capreolus capreolus) e cervo (Cervus elaphus).
La serie olocenica si collega, con i suoi materiali più tardi, ai resti del Bronzo antico della vicina Grotta del Pino nel comune di Sassano (SA), mentre i materiali riferibili all'Eneolitico e al Neolitico medio prolungano ad epoche assai più antiche del previsto le testimonianze di presenza umana in quest'area del Parco, fino ad un altitudine raramente interessata, in altre parti d'Italia, da una simile evidenza archeologica.
La presenza di ossidiana, la cui origine non è stata ancora analizzata, indica inoltre una ramificazione dei contatti tra aree interne e costiere di questa parte dell'Italia centrale, assai più intensa di quanto finora presumibile.
Altrettanto si può dire per il complesso musteriano di tecnica Levallois rinvenuto nel deposito pleistocenico, che rappresenta finora la prima segnalazione di industrie in stratigrafia e associate ad un contesto paleontologico, riferibili al Paleolitico medio nel versante più orientale del Parco.
L'insieme è attribuibile, soprattutto in considerazione della quota piuttosto alta alla quale si apre la cavità (circa 1200 m), ad una fase relativamente temperata del Würm antico, tra circa 50.000 e 40.000 anni fa. I suoi confronti più immediati possono essere preliminarmente effettuati con i livelli più antichi della Grotta di Castelcivita, con datazione Carbonio 14 a circa 40.000 anni.

Bibl. Piperno M. (a cura di) 2001, La Preistoria alle falde del Monte Cervati, Finiguerra Arti Grafiche, Lavello.

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Inghiottitoio Pian di Varlacarla
Cervati da Varlacarla

L'inghiottitoio di Pian di Varlacarla, conosciuto anche come grotta Merola, in località Tempe di Tornicelle, presso il comune di Monte San Giacomo, si apre a circa 980 m s.l.m., ed ha uno sviluppo complessivo di 50 m, articolandosi su più livelli.
Alla prima esplorazione del GASP (Gruppo Amici Speleologia Padulese) nel 1975, seguì una ricognizione da parte di Bruno d'Agostino per conto della Soprintendenza alle Antichità di Salerno nello stesso anno. Una terza visita venne effettuata dallo Speleo Club di Roma (SCR) nel 1987. Nel 1998, durante la seconda campagna di scavo alla Grotta del Pino, la cattedra di Paletnologia dell'Università di Napoli Federico II vi condusse una breve ricognizione, che confermò la grande importanza del sito. Si tratta di un inghiottitoio attivo che drena un bacino chiuso con tre accessi: uno superiore ed agevole, costituito da un camino della profondità di 7 m; uno intermedio, attualmente ostruito da una frana, probabilmente usato nel passato, perché dava accesso diretto al meandro principale; il terzo, e più basso, costituito da un pozzetto di circa 3 m. In un'ampia sala sono presenti in superficie numerosi frammenti ceramici, tracce di focolari ed ossa animali; al di là di questo ambiente si giunge al meandro principale, dove un piccolo anfratto è stato destinato a grotticella funeraria con resti umani, attribuibili a due individui (di uno dei quali è presente solo il cranio), resti di un capretto e nessun elemento di corredo. Una seconda ricognizione venne effettuata nel corso della campagna di scavo condotta nel luglio 2000 alla Grotta dei Vallicelli. In questa occasione fu possibile esaminare da vicino due grandi pilastri stalagmitici, alti poco più di 1 m, che si trovano all'imboccatura della sala principale. La presenza su tutta la superficie di queste stalagmiti di numerosi segni tra loro paralleli, insieme alla destinazione funeraria della cavità, testimoniata dalla sepoltura già menzionata, tenderebbe a suggerire una probabile origine intenzionale dei segni stessi, origine che dovrà essere confermata da analisi più approfondite del contesto e da una più accurata analisi al microscopio che riveli le modalità di esecuzione di queste incisioni. I resti ceramici raccolti sono di impasto mediamente depurato, alcuni dei quali ornati con cordoni ad impressioni digitali, altri di impasto più fine e di spessore sottile, tutti ascrivibili al Bronzo medio, come già osservato da Bruno d'Agostino nel 1981. Alcuni frammenti appartengono a tazze carenate, altri di spessore maggiore, fanno pensare a vasi di grandi dimensioni di uso domestico.

Bibl. Piperno M. (a cura di) 2001, La Preistoria alle falde del Monte Cervati, Finiguerra Arti Grafiche, Lavello.


Eventi e Appuntamenti
Inferno di Dante
Dante
Presentazione
La magia si ripete ogni fine settimana: con la guida di Dante in persona ci si inoltra nei cunicoli scavati nelle viscere della montagna e, di caverna in caverna, si incontrano Paolo e Francesca, Ulisse, Minosse, Il Conte Ugolino e molti altri protagonisti della prima cantica della Divina Commedia. Sono gli spettatori a muoversi all’interno della scena e ad andare incontro ai personaggi. Non ci sono quinte e fondali di cartapesta, ma uno scenario preistorico che conta 35 milioni di anni. Per l’Acheronte, il fiume infernale, non c’è stato bisogno di ricorrere ad artifizi: le grotte di Pertosa sono attraversate dal fiume sotterraneo: Negro, che genera un laghetto ed una cascata, e che si solca su un barcone fino alla sponda dove comincia il viaggio nei 10 cerchi dell’inferno. Un gioco di luci e suoni ed una serie di videoistallazioni d’arte contemporanea arricchiscono lo show che si snoda per circa un chilometro e coinvolge oltre 30 attori e ballerini.Le rappresentazioni si tengono tutti i venerdì, mattina e sabato sera.
Lo spettacolo prodotto dalla Tappeto Volante s.a.s, è stato ideato e diretto da Domenico Maria Corrado, specialista in questo tipo di Eventi spettacolari, per aver gia realizzato negli anni 1997, 1998, 1999, e 2000, il mai dimenticato evento “L’ultima Notte di Ercolano”, ambientato all’interno degli scavi archeologici della cittadina vesuviana. “Nell’Inferno di Dante nelle Grotte a Pertosa”, Il pubblico viene diviso in gruppi da 35 unità, affidato ad un “Dante” ed in compagnia di questi, attraversa i dieci cerchi dell’Inferno, immaginato dal Sommo Poeta, ed in ognuno di essi, incontra il personaggio o i personaggi che più lo caratterizzano, e con essi o grazie ad essi si d, “corpo”, “musica”, “immagine” e “vita” ai versi del Poeta.
Con l’ausilio di una struggente ed inedita colonna sonora, 15 istallazioni d’arte contemporanea, un centinaio di immagini infernali riproducenti Diavoli, Dannati, ed anime perse, ricostruzioni multimediali dei gironi infernali, e con 30 tra attori, comparse e ballerini, ma soprattutto con la “Poesia di Dante”, lo spettacolo è un vero e proprio evento. Unico. Emozionante. Suggestivo.
Dante, accoglie il pubblico proprio alla sommità dell’”erta” e dopo aver “recitato” per intero il primo canto dell’Inferno introduce il proprio gruppo di spettatori – visitatori, nell’antro delle grotte, dove in prossimità di una istallazione artistica, alta 2 metri e larga 1.40, che riproduce l’immagine di Beatrice, descrive l’incontro di Virgilio con Beatrice appunto, usando a volte gli stessi versi del Sommo Poeta altre volte un riassunto drammaturgico incisivo e descrittivo.
Attraverso poi la porta che reca la famosa dicitura “per me si va nella città dolente…” il pubblico, sempre in compagnia del suo Dante, si accomoda su di un barcone, pilotato da Caronte, con il quale attraversa il fiume sotterraneo, inoltrandosi nelle viscere della terra, fino ad approdare sulla riva del 1° cerchio, qui Dante riassume la funzione del cerchio ed indica Omero, Orazio, Ovidio e Lucano. Superando la ritrosia del “Diavolo Minosse” il Pubblico arriva nel secondo cerchio, dove incontra Paolo e Francesca, qui il Dante, recita i versi poetici del quinto canto. Si attraversano poi il terzo il quarto ed il quinto cerchio, incontrando via via, i Diavoli: Cerbero, Pluto, e Flegias, messi a guardia di ognuno dei cerchi, e le anime dei peccatori che in essi scontano la loro pena. In prossimità del sesto cerchio, una schiera di Diavolesse, con una “Pantomima Tarantolata”, blocca il passo al Dante ed al suo gruppo, impedendogli di proseguire, fino all’arrivo del Nesso del Signore, che aprirà la Porta della “Citta di Dite” e consentirà al gruppo di proseguire. Nel sesto cerchio, ambientato nella cosiddetta “Grande Sala” il pubblico incontra “Farinata degli Uberti e Cavalcante Cavalcanti, che si intrattengono con il Dante, recitando i versi della Commedia. A seguire poi, si incontrano Pier delle Vigne, trasformato in albero di Pruno, Ulisse e Diomede, il Conte Ugolino ed infine Lucifero.
E “quindi uscimmo a riveder le stelle!!!”
L’intero spettacolo, si snoda lungo un percorso di circa un chilometro, caratterizzato dal succedersi di ampie cavità adorne di imponenti gruppi stalatto-stalagmitici e da straordinarie morfologie di concrezionamento che quasi completamente coprono il suolo.


Negro Festival di Pertosa
Negro Festival di Pertosa
Spettacolo, arte, solidarietà e natura uniti per la tredicesima edizione di Negro, festival di musica e cultura etnica, programmato dal 28 al 31 agosto 2008, nell’incantevole scenario delle Grotte dell’Angelo a Pertosa (Salerno). Il cartellone dell’edizione 2008 è stato presentato nella sede dell’Ente Provinciale per il Turismo di Napoli dal sindaco di Pertosa Michele Caggiano, dal direttore artistico Dario Zigiotto e dal direttore del MIdA, musei integrati dell’ambiente, Virgilio Gay. Evento atteso da migliaia di amanti della buona musica e della natura incontaminata, è organizzato dalla Città di Pertosa, dalla Regione Campania, dalla Provincia di Salerno, dalla Fondazione MIdA e dall’Ente Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano. Il festival si realizza nella splendida località, 70 km a sud di Salerno, ai piedi del Parco Nazionale, ed a pochi metri dal fiume che gli dà il nome, il Negro, e che scorre nelle viscere delle grotte caratterizzate dall’incantevole spettacolo delle stalattiti e stalagmiti.
Per Informazioni
info@turismoedintorni.org

Fiera della Frecagnola di Cannalonga
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Campanacci_frecagnola
Arco
Cannalonga: Palazzo Torrusio
Cannalonga: Portone ingresso antica dimora
La magia di un evento ultracentenario che fa di Cannalonga una vera “capitale” del Cilento, si rinnova ogni anno nei giorni che precedono la seconda domenca di settembre. La Fiera, conosciuta come della “frecagnola”, si tiene in Paese dal XV° secolo, come riportato dallo storico P.Ebner nel suo “Storia di un Feudo del mezzogiorno”, e rappresenta un appuntamento irrinunciabile per centinaia di operatori del commercio e dell'artigianato e per decine di migliaia di visitatori.
Ma la “Frecagnola” è molto di più che una comune manifestazione fieristica; nei 5 giorni del suo svolgimento si alternano nel borgo antico gruppi di folklore Cilentano itineranti, occasioni di spettacolo con musica etnica, mostre pittoriche e fotografiche e, da quest'anno, anche momenti di riflessione culturale sulla storia, gli usi, le tradizioni ed i costumi locali.
In effetti si tratta di un'irripetibile happening di fine estate che attrae per la ricchezza dell'offerta, la bellezza dei luoghi ed il ritmo coinvolgente della sua colonna sonora. Piccoli, ma significativi, segnali di novità hanno caratterizzato le ultime due edizioni, la filosofia generale è cambiata e la Fiera si muove ormai speditamente verso direttive diverse e convergenti al tempo stesso: una di carattere zootecnico per valorizzare la capra ed il valore delle sue carni, una di carattere dietologico per ribadire la genuinità dell'offerta eno-gastronomica in pieno stile mediterraneo, una di tipo storico-umanistico per riaffermare l’orgoglio delle proprie radici ed una di tipo sociale attraverso la quale stimolare attività produttive e rendere la Fiera stessa “promoter” di iniziative associative capaci di sostenere una nuova imprenditorialità giovanile.

Le sere e le notti trascorse a Cannalonga fanno ormai parte di una tradizione che si rinnova nel tempo, i giovani invadono la piazza e fanno l'alba al suono di una riscoperta musica etnica Cilentana che li attrae molto di più dei monotoni stereotipi da discoteca. Nelle tradizionali “barracche” si gusta il bollito di capra, antico piatto della tradizione ed in giro per le vie del borgo antico si possono trovare tante altre prelibatezze locali. Ma incombendo la necessità di tutelare la tipicità dell'offerta, è già allo studio, con la collaborazione di “Slow food”, la realizzazione di un disciplinare per la preparazione di alcuni piatti tipici allo scopo di salvaguardarne la specificità.

E’ stato realizzato, per la prima volta nella storia della Fiera, un marchio in fase di brevetto e registrazione a tutela del nome antico e di tutto quanto esso rappresenta.
La Fiera di Cannalonga è una straordinaria occasione di incontro e gli Organizzatori, in assoluta sintonia con la Civica Amministrazione, credono fermamente alla necessità di creare una sinergia ed un filo continuo che possa unire, non solo idealmente, eventi che privilegiano tradizioni, usi e costumi della nostra Gente con la speranza che l’ Ente Parco possa promuovere, finalmente, queste tipicità del territorio apprezzate da migliaia e migliaia di visitatori.

Ma c'è bisogno di un riconoscimento a livello Regionale per non restare fuori dai percorsi turistici Campani, Nazionali ed Internazionali. E' proprio per stimolare l'attenzione degli Operatori della Politica su questa necessità che “Frecagnola 2007” ha voluto dare un segnale forte di “risveglio culturale” promuovendo la realizzazione di tre eventi congressuali “pre-fiera” che si sono tenuti nei mesi di aprile, maggio e giugno:

La ricerca storico-umanistica sulla Fiera e su Cannalonga, , è stata promossa con un Convegno incentrato sulle relazioni dei Proff. Luigi Rossi e Giuseppe Cirillo docenti di storia dell’Università di Salerno e di alcuni giovani ricercatori dello stesso Ateneo che ha visto la partecipazione di moltissimi operatori culturali del nostro Territorio. Il Convegno è stato preludio alla realizzazione di un libro a cura dei citati Storici e di un gruppo di giovani laureandi Cannaloghesi che sarà dato alle stampe nella primavera prossima.

Un incontro scientifico di grande spessore ha messo in evidenza le peculiarità della carne e del latte di capra in un più generale contesto di studio sull’importanza di una sana alimentazione nella prevenzione delle patologie digestive, oncologiche, cardio-vascolari ed allergiche.

Le relazioni sono state affidate al Prof. Gabriele Riegler, Direttore della gastroenterologia della SUN, al Prof. Peppino Roperto, Preside della facoltà di Veterinaria della “Federico II°” e ad altri esperti Medici e Veterinari. La Presidenza del Convegno è stata affidata al Prof. Giulio Tarro, onco-virologo di fama mondiale e la moderazione al Dott. Bruno Ravera Presidente dell’Ordine dei Medici della Provincia di Salerno.

Per Informazioni rivolgersi:
info@turismoedintorni.org

Alla Tavola della Principessa Costanza
Festa Medioevale
Corteo Storico
Teggiano
Chiesa di san Pietro
Alla Tavola della Principessa Costanza
Festa Medievale
XVI Edizione

Nel 1480 Antonello Sanseverino, Principe di Salerno e Signore di Diano sposa Costanza, figlia di Federico da Montefeltro, il grande Duca di Urbino.
In ricordo di questo avvenimento, per riviverne i fasti e la magnificenza, la Pro Loco di Teggiano, ogni anno, organizza questa festa medioevale di metà agosto.
È una occasione unica per poter godere di tutto il patrimonio artistico e culturale di Teggiano visto che in tutti i monumenti, contemporaneamente aperti per l'occasione, sono possibili visite guidate.
Accompagnati da sbandieratori e tamburini, allietati dal suono melodioso e accattivante dei musici, distratti dai vari spettacoli allestiti da numerosi giocolieri, menestrelli, mangiafuoco si possono godere, lungo il percorso appositamente prestabilito, le delizie di pietanze sapientemente imbandite nelle Taverne.
Si comincia con la Taverna della Congiura dove si assaporano salsiccia, salame et cacio fresco, prelibati prodotti del luogo.
Così succulenti sono senz'altro i parmatieddi da gustare presso la Taverna dei Mori o i cavatieddi et fasuli co la porva piatto della Taverna Antica.
In un continuo via vai di gente intenta a leccarsi i baffi si arriva poi alla Taverna dell'Assedio dove si viene letteralmente aggrediti dalla fragranza della salsiccia de porco in su la brace et provola rostita, per passare poi alla Taverna della Vecchia Porta con i succulenti civiere de cinghiale o de agnello.
L'itinerario ha il suo dolce epilogo presso la Taverna de lo Falco dove si trovano bicchinotto, tunnuliddo et coronetta et pizzichino a volontà.
Una tre giorni artistico-gastronomica nella Diano medioevale dei Principi Sanseverino, indomabili Signori del sito, fervidi e arditi sostenitori degli Angioini, nonché fieri avversari degli odiati Aragonesi di Napoli.
La manifestazione di agosto '98 ha avuto una vasta eco sia di stampa che di pubblico. È stato calcolato che nei tre giorni sono circolate per il Centro Storico di Teggiano non meno di 50.000/60.000 persone provenienti la maggior parte dal napoletano e soprattutto dalla zona costiera, attirate da una buona campagna pubblicitaria basata su: frequenti annunci radiofonici di emittenti private (con un bacino d'utenza che copre la Campania, la Basilicata e la Calabria); un buon materiale cartaceo (manifesti, locandine, brochure, volantini); pubblicità su quotidiani a tiratura nazionale; numerosi articoli su riviste specializzate (MEDIOEVO, CAMPANIA FELIX, QUI TOURING, GENTE VIAGGI, ALPITOUR) e quotidiani (La Repubblica, Il Mattino, Il Sole 24 ORE, Il Corriere della Sera, La Città).
Ma il veicolo pubblicitario più efficace e trascinante è risultato il passa-parola effettuato da chi, presente alla precedente edizione, ha trasmesso con entusiastico slancio l'emozione ricevuta per essere stato calato perfettamente nell'atmosfera medioevale.
La qualità e la valenza turistica della manifestazione è stata sottolineata anche da un servizio filmato che la RAI ha trasmesso nel TG3 e con un servizio su RAI INTERNATIONAL.
Sulla scia di questi risultati tanto più esaltanti in quanto raggiunti in appena cinque edizioni, per le edizioni future è stato stilato un progetto che prevede l'ampliamento del Corteo Storico con la creazione di nuovi costumi d'epoca, la realizzazione di un gruppo di Danza Medioevale e Musici, la ricostruzione fedele di arti e mestieri, messa in scena lungo tutto il percorso di spettacoli di sicura valenza medioevale per creare il clima adatto,l'allestimento su tutto l'itinerario di scenografie medioevali e una ancor più diffusa campagna pubblicitaria.
Il risultato più significativo è l'essere riusciti a ricreare l'atmosfera ed il clima di un tempo.
Passeggiando per il centro storico si ha l'impressione di tornare indietro nel tempo e di vivere come in un film.
Questa sensazione è ulteriormente accresciuta dalla introduzione dell'uso della moneta del XV secolo.
Passando per la Banca di Cambio, posta all'inizio del percorso, si potranno usare per ogni tipo di acquisto nelle taverne, al mercato ed in tutto il centro storico ducati, tarì e tornesi riconiati secondo gli antichi disegni.
Al fine, poi, di studiare a fondo le nostre radici è stato preparato un progetto per una pubblicazione di grande pregio editoriale (stampa su carta patinata con numerose fotografie a colori e rilegatura in brossura con sovracopertina a colori) che partendo dall'analisi dei vecchi mestieri porti ad evidenziare come nel corso dei secoli alcune tradizioni si sono conservate nel tempo mentre altre sono comparse.
In questo si inserisce la festa medioevale che proponendo, con rigore storico, ricostruzioni di vecchi mestieri potrà favorire nel prossimo futuro la riscoperta di vecchie attività artigianali che potranno rappresentare nel progetto più ampio di sfruttamento turistico del centro storico di Teggiano, una occasione di lavoro per molti giovani.


Teggiano Jazz
Teggiano: Teggiano Jazz
Due serate memorabili con due donne piene di fascino hanno allietato gli appassionati venuti a questa edizione 2008 del Teggiano Jazz Festival.
Il 21 agosto si è esibito il Trio Radio Marelli che ci ha presentato una rivisitazione della musica italiana degli anni 50, a seguire si esibita Diana Winter con il suo quartetto. Un concerto di musica soul che ha fatto letteralmente impazzire gli spettatori accorsi.
Il 22 agosto il pre concert è toccato ad una marching band la Louis Armstrong Jazz Band che ci ha proposto musica dixland dal sapore tipicamente louisiano.
Una voce calda, movenze sinuose e musica raffinata questo il concerto di Patrizia Laquidara. Patrizia ha lasciato il pubblico entusiasta e con un desiderio di rivedere questo splendido concerto.

Diana Winter e' una cantautrice che pensa la musica in termini di freschezza. Fresco e' il suo modo di pensare a soul e jazz (…) come il suo album di debutto notifica chiaramente. A 22 anni ha già riempito, per un concerto, il Blue Note di Milano, tempio nostrano del jazz.

Patrizia Laquidara è una presenza costante nel panorama dalla musica italiana. Abbiamo di fronte una delle cantautrici più talentuose che il Belpaese esprime di questi tempi. Ci presenta Funambola, un invito a un esercizio di training autogeno in grado di ristabilire l’equilibrio e la giusta prospettiva nella nostra percezione musicale bombardata da milioni di imput fittizi.


Inaugurazione del Tapas Bar a Napoli


Da venerdì 13 novembre 2009 ore 19.00, l’happy hour spagnolo arriva alla Riviera di Chiaia

Gustose novità in casa Olè Toro. Il locale spagnolo che ha lanciato il franchising della ristorazione iberica nel Belpaese ogni venerdì sera si trasforma in Tapas Bar. Da ristorante fast food all’happy hour con aperitivi e buffet spagnoli sulle note della musica internazionale.
Venerdì 13 novembre 2009 ore 19.00 a Via Riviera di Chiaia 90 Napoli - Tel. 0817613090, le telecamere di We Can Dance Tv di Dino Piacenti riprenderanno la serata, intervallata da interviste in diretta di Radio CRC Targato Italia e dalla presenza di ospiti a sorpresa.
Saranno preparati pietanze e dolci spagnoli che si coniugano con nuovi cocktail alcolici a base di rhum o di brandy spagnoli. Tra questi il Brandy Alexander, l’Angel Face e il Brandy Fix. Ogni venerdì è previsto l’ingresso con formula benvenuto e buffet a disposizione.
Ma in Olè Toro si possono gustare numerosi sapori iberici tra cui le Cruji coques, delle focacce spagnole realizzate con ingredienti naturali e cotte al forno con preparazione da fast food. Tra le più richieste dai giovani la coque al formaggio e al prosciutto cotto e la coque al formaggio, pancetta, wurstel e prosciutto cotto. Con il Cruji Coques si beve l’iberica sangria che in Olè Toro si può bere sia nella versione tradizionale che in quella più trendy, la Sangria de Jerez, con l’aggiunta del tipico sapore alcolico proveniente dalla calda e passionale Andalusia. E’ servita nel bicchiere da mezzo litro o nella brocca da un litro. Ogni piatto in Olè Toro viene ovviamente servito alla spagnola, sul classico supporto in legno dotato di martelletto per tagliare.


Il Gruppo Servizi & Logistica, fondato e guidato da Giovanni Nappi, giovane imprenditore campano, è attivo in vari business con società sia in Italia con sedi a Nola, Bologna, Siena e Padova che in Spagna. Nel Belpaese, oltre a “Olè Toro” franchising di ristorazione di prodotti tipici spagnoli, operano “Servizi & Logistica srl” “Servizi Rent”, “Servizi & Costruzioni”, “Servizi logistica & Trasporti” e una divisione attiva nel settore dello start-up, del pilotage e della commercializzazione di brand di qualità guidata dal manager Achille Muto. In Spagna la società “O’ Vesuvio” si occupa di ristorazione italiana.
http://www.oletoro.it




Da sapere
PATRIMONIO UNESCO
Unesco
Castellabate: Il Porto
Velia: L
PATRIMONIO MONDIALE DELL’UMANITA’
Il filo della storia cilentana si dipana fino ai giorni nostri cucendo avvenimenti grandi e piccoli. Legando vicende romane (Cesare Ottaviano Augusto ne fece una provincia per allevare gli animali e coltivare alimenti destinati alle mense romane), a fatti medievali importanti (il Principato longobardo a Salerno, l'avvento dei monaci Basiliani e Benedettini, la nascita della Baronia con i Sanseverino, la loro rivolta a Capaccio nel 4242 contro Federico II), fino all'epopea del brigantinaggio e ai successivi "Moti Cilentani" del 1828, con l'insurrezione contro Francesco II di Borbone e i suoi ministri. Tracce, ricordi, monumenti, culture, sentieri legati a questa ricca storia oggi sono salvaguardati anche grazie al Parco Nazionale del Cilento. E grazie a quegli importanti riconoscimenti internazionali conseguiti di recente. Il primo è del giugno 1997, che ha visto l'inserimento del Cilento nella prestigiosa rete delle Riserve della biosfera del Mab-Unesco (dove Mab sta per "Man and biosphere"): su tutto il pianeta (in oltre 80 stati) si contano circa 350 di queste particolari aree protette, che servono per tutelare le biodiversità e promuovere lo sviluppo compatibile con la natura e la cultura. Così il Parco del Cilento oggi, oltre ai suoi preziosi habitat naturali, può a maggior diritto salvaguardare quegli scenari consacrati dalla storia dell'uomo e permeati dalle sue tradizioni: borghi e antichi sentieri, anche se a "macchia di leopardo" in un ambiente più ampio da difendere e da promuovere. Il parco, infatti, se giovane, è visto da molti come speranza e strumento dello sviluppo del Cilento. Secondo riconoscimento nel 1998 con il suo inserimento-insieme ai siti archeologici di Paestum e Velia- nella lista di patrimonio mondiale dell'umanità. Questa consacrazione rinforza il valore di questo "Paesaggio vivente", riconoscendone il ruolo delle civiltà che lo hanno frequentato e popolato nel corso dei millenni. "Come le specie naturali anche i popoli hanno trovato in questi luoghi i contatti, gli incroci e le fusioni, l'arricchimento del patrimonio genetico" si legge nella candidatura del Parco, "nel Cilento si realizza l'incontro tra mare e montagna, occidente e oriente, culture nordiche e africane".


IL BRIGANTAGGIO NEL CILENTO
Ritratto di briganti
Brigante
Schiro
Giuseppe Tardio
Del Mastro
Patella

Dopo l'unità d'Italia nel Cilento, coerentemente con quanto avveniva in tutto il territorio dell'ex Regno delle Due Sicilie, si registrarono intense attività reazionarie volte a contrastare l'invasione piemontese portatrice di sciagure e di miserie.
Per comprendere il fenomeno che interessà questa regione è utile aprire una breve parentesi storico - sociale. Giov. Ant. Rizzi Zannoni, Provincia di Salerno, Napoli, 1806-1808.
In questa regione, come in altre del Regno, il governo Borbonico offriva la possibilità ai contadini di coltivare e gestire le terre demaniali, in modo da essere possessori di terreni e non braccianti al soldo dei ricchi proprietari terrieri. Questo usufrutto delle terre demaniali prendeva il nome di "Usi Civici", e garantiva ai meno ricchi una certa tranquillità economica. I cilentani sanno bene che un tempo non molto lontano le terre erano coltivate intensamente, i cui prodotti (grano e vino) venivano esportati in grosse quantità, rendendo questo territorio prospero e ricco. Essere possessore e non possidente, però, lasciava un certo senso di precarietà, in quanto il contadino poteva perderela capacità di sfruttamento della terra se la lasciava per un certo tempo abbandonata oppure se non aveva eredi maschi. A questa precarietà e al desiderio di un'assegnazione proprietaria definitiva di quei terreni demaniali di cui erano da secoli possessori, i giacobini prima e i liberali poi, fecero appello per animare i cilentani alla rivolta contro i Borbone.
Nacquero e si svilupparono delle sette locali che illudevano le masse popolari di poter risolvere problemi "ignorati" dalle istituzioni. Queste sette, tra cui famosa è la setta "Fratellanza", avversarono profondamente i Borbone, contro i quali congiurarono duramente fino ad arrivare a programmare l'insurrezione cilentana del 1828 e del 1848, attuando contatti segreti con i più noti cospiratori del Cilento; in entrambi i casi il governo Borbonico riuscì a sedare la rivolta procedendo a numerosi arresti.
C'è da sottolineare però un aspetto: da testimonianze e racconti dell'epoca si evince che questi gruppi di liberali si dileguavano alla vista delle divise borboniche, cosa che invece, pochi anni dopo non accadde dinanzi alle divise piemontesi; analoga osservazione si può fare sui "volontari" garibaldini del Sud che dinanzi ai soldati napoletani preferivano andare via piuttosto che combattere.
Queste osservazioni inducono a riflettere su quanto effettivamente fosse recepito come "tirannico" il governo Borbonico dalle popolazioni meridionali, e quanto invece fu recepito come tale quello piemontese; nel primo caso non valeva la pena rischiare la vita, nel secondo divenne una questione di onore metterla al repentaglio in nome della Libertà (quella vera, di indipendenza duosiciliana).
Tra il 1857 e il 1859 inoltre si registrò un'intensa attività anti - borbonica con l'organizzazione di numerosi centri e comitati rivoluzionari che interessarono molti pacifici paesi del Cilento; l'azione repentina della polizia fece però allentare l'attività messa in atto dai cospiratori liberali. Il nome di Garibaldi era sulla bocca di tutti e si aspettava con ansia "l'eroe", al cui seguito erano cinque cilentani: Michele Magnoni, Filippo Patella, , Leonino Vinciprova e Michele Del Mastro. I patrioti rimasti in provincia preparavano le armi e reclutavano quante più persone fosse possibile.
Con la proclamazione dell'unità d'Italia, si determinò una crisi lunga e profonda. Purtroppo però per i cilentani, sia nel caso dei giacobini della Repubblica Partenopea, sia nel caso dei liberali, la distribuzione delle terre ai contadini fu soltanto sterile propaganda bugiarda e meschina. Difatti i giacobini non fecero altro che mettere all'asta le terre demaniali, andando così ad ampliare i latifondi e aumentare il divario tra i ricchi e i poveri; analoga sorte ebbero le terre demaniali all'indomani dell'unità d'Italia: assegnate alle sole classi della aristocrazia e dell'alta borghesia.
Pertanto il fenomeno del Brigantaggio nel Cilento, come del resto in tutto il territorio dell'ex Regno, è da ascriversi ad una reazione verso l'invasore bugiardo che promise la distribuzione delle terre ai contadini per accattivarne le simpatie, e invece si dimostrò dalla parte di quei "signori" che professandosi come "liberali" anti-borbonici altro non desideravano che arricchirsi sfrenatamente ai danni dei più poveri e dei più deboli. A conferma di ciò basti riflettere sul fenomeno emigratorio, sconosciuto prima dell'unità d'Italia, ma tristemente noto ai meridionali proprio a partire dalla costituzione di questo nuovo Regno, improntato sulla speculazione, sullo sfruttamento, su una repressione sanguinaria e violenta del tutto sconosciuta alle pacifiche popolazioni meridionali.
Nell'agosto del 1861 una legge unificava il debito pubblico del Regno Sardo, che era il doppio di quello di Napoli; questa fu una delle tante manovre che inducono oggi, affrontando la Storia con minore superficialità, a parlare di "colonizzazione" del Sud, tesi supportata anche dalla caduta dei prezzi agricoli, dalla sistematica chiusura delle industrie domestiche ed industriali, che avevano rappresentato l'asse portante dell'economia. Con un'operazione lenta ma inesorabile, siamo diventati da grandi produttori (avevamo la prima flotta mercantile del Mediterraneo) a sterili consumatori.
Negli anni '70 del 1800 arrivò per l'economia agricola il colpo finale: il regno d'Italia per proteggere la nascente fabbrica settentrionale dalla concorrenza straniera pensò bene di aumentare i dazi doganali delle merci importate dalla Francia,è cosa che spinse quel Paese a fare lo stesso con i prodotti agricoli importati dall'Italia, che guarda caso erano prodotti per la maggior parte meridionali (grano e vino). Per cui anche l'agricoltura, che a stento era riuscita a sopravvivere all'invasione piemontese, si piegò e il flusso migratorio di contadini ormai ridotti alla fame, verso terre lontane divenne un vero e proprio esodo.
Le speranze, quindi, andarono deluse, perchè a quella unità non corrispondeva l'unità degli italiani. Il popolo viveva la situazione come una vera e propria occupazione, con tanto di aumento indiscriminato di tasse e balzelli, acuita dal disprezzo dell'invasore verso la Chiesa e il sentimento religioso dei meridionali, tacciati di fanatismo.
Per molti cilentani il brigantaggio fu considerato l'unica forma di protesta e di ribellione all'autoritarismo del governo postunitario, tra di essi ricordiamo Giuseppe Tardio , capo della banda di cui facevano parte Esposito Giuseppe di Centola e Pietro Lucido Rubano, che, nei primi giorni di febbraio del 1862, si recò con altri a Centola per porsi a capo di quella famosa banda che aveva partecipato alla reazione borbonica nell'agosto del 1861. Così il Rubano ed il Tardio, e centinaia di loro adepti, invasero diversi centri cilentani. L'ultimo saccheggio avvenne a Caselle in Pittari, dove la banda fu sgominata.
Lorenzo Degl'Innocenti
http://www.neoborbonici.it/portal - Associazione culturale Neoborbonica



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